R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Uno strumento come il trombone, al di fuori del contesto orchestrale, può trovarsi spesso relegato a semplici ruoli di supporto. Nel caso del quarantunenne bergamasco Andrea Andreoli, esso acquisisce invece un’importanza centrale nell’economia di un solido quartetto con pianoforte, contrabbasso e batteria come quello che si ritrova in My Family Things, secondo album da solista del musicista lombardo. Grazie all’indiscutibile abilità tecnica e alla adattabilità del suo soffio, Andreoli costruisce in questo lavoro – il cui titolo è un chiaro accenno all’iconico brano del ’59 di Rodgers-Hammerstein – un agile opera che vede il suo trombone cimentarsi tra swing, blues, brevi lampi sperimentali e piacevoli momenti di lirica leggerezza, collocandosi armoniosamente nel solco di un garbato jazz piuttosto tradizionale. Sfruttando la naturale timbrica calda e avvolgente offerta dallo strumento stesso e con l’aiuto di tre sodali come il venticinquenne Simone Locarni al pianoforte, leggi qui, Carlo Bavetta al contrabbasso – ne abbiamo parlato da poco riguardo al recente Heroes di Aldo Di Caterino con Pieranunzi, vedi qui – e infine Matteo Rebulla alla batteria, Andreoli viene così a porsi sull’omologo piano espressivo di altri due trombonisti italiani di fama internazionale come Gianluca Petrella e Mauro Ottolini, mostrando qualche analogia forse più con il secondo che non col primo.

Nel curriculum dell’Autore lombardo possiamo trovare varie collaborazioni che vanno da mostri sacri del jazz come Billy Cobham, Fred Hersch e WDR Big Band di Vince Mendoza fino ai validissimi jazzisti di casa nostra come Falzone, Tomelleri, Intra, Angeleri per citarne solo alcuni, nonché apparizioni a fianco di artisti come Guccini, Ornella Vanoni, Mario Biondi. Nel contesto di questo suo album, il trombone di Andreoli riesce ad innescare una particolare, rilassante fascinazione soprattutto nei brani più moderati, disegnando col suo suono una vibrazione intima e carica di affettività percepibile in quasi tutte le tracce. Merito anche del disciplinato lavoro ottimale fornito dalla puntuale parte ritmica e dal raffinato pianismo di Locarni – date un ascolto ai tre album usciti a suo nome, facilmente reperibili in streaming – che si evidenzia al suo massimo in qualche accompagnamento dal profilo melodico inconsueto, perfino tendente al gospel come accade nell’ultimo brano, Redemption Song, l’unica cover firmata da Bob Marley. My Family Things si rivela all’ascolto con una certa freschezza e, dati i titoli non solo dell’album ma pure dei diversi brani presenti nella selezione, sembra volerci indirizzare verso un clima particolarmente familiare dove nomi propri di persone e un accenno ai genitori, riempiono la musica così come presumibilmente anche la vita dell’Autore stesso. In effetti i brani si presentano come piccole storie a sé nei quali i rapporti tra le note, scelte con attenzione, potrebbero raccontare umori soggettivi, rapporti d’intimità e dinamiche interpersonali che ovviamente giungono all’ascoltatore solamente sotto forma di colori melodico-armonici, dipinti emozionali aderenti al mood complessivo dell’album. Anche quest’opera, come del resto altre analoghe, dialoga con la tradizione pur non rimanendovi eccessivamente coinvolta. La musica si conduce con signorilità e ottiene di essere letta scorrevolmente, mantenendo comunque un occhio aperto anche a dinamiche contemporanee come si dimostra ad esempio nel brano più innovativo dell’album, Ansia Suite. L’intera esperienza musicale, nel suo complesso, appare piuttosto versatile evidenziando passione ed onestà d’intenti ma soprattutto una scrittura accessibile e non troppo avanguardista che può rendersi appetibile anche ad un pubblico non esclusivamente jazzofilo.
Si comincia all’insegna del blues pieno di swing di Brother, biglietto da visita per Andreoli a dimostrazione dell’escursione melodica del suo trombone e delle molte variabili timbriche ottenute da una sonorità piuttosto rilassata che si lega senza sforzo con gli intarsi strumentali offerti dal brillante pianoforte di Locarni e dal contrabbasso di Bavetta. Al minuto 04’14” circa c’è un estemporaneo stacco ritmico, preludio però al finale che rientra nei ranghi stilistici fin qui condotti. Segue Chiara, traccia lenta, inizialmente ad impronta quasi solenne sostenuta da un duetto tra pianoforte e trombone che li lega in solitudine. L’ingresso della ritmica piega il brano verso uno sfaccettato slow evocativo, scegliendo una strada molto rilassata e poco formale ma ricca di pathos. Anche in questo caso, dopo il notevole assolo dell’Autore di rilevante caratura tecnica, è il pianoforte ad offrire luminosità, seguito dal contrabbasso, prima del finale acceso da un intenso scambio dialogico tra Andreoli e Locarni. Dopo un’introduzione di solo piano, Papà si muove su un modello leggermente scanzonato dalle influenze latineggianti sul quale i fraseggi dell’Autore appongono macchie di colori vivaci, approfittando del saturante lavoro della parte ritmica. Ad un terzo circa del percorso musicale tocca alla coppia Andreoli-Bavetta tratteggiare un momento di dialogo privato a cui segue un assolo luminescente di pianoforte, a conferma dell’impressione molto positiva avanzata nei riguardi di questo giovane pianista. Stefano ha il passo della ballad, con la voce calda del trombone a cui s’avvinghia il contrabbasso innescando una melodia sognante dal retrogusto dolceamaro. Il copione che vede il passaggio di testimone dalla centralità dello strumento dell’Autore al pianoforte, qui si ripete mettendo in evidenza l’innata musicalità di entrambi gli artisti ma tutto il brano si avvale di uno sviluppo intenso ed oltremodo elegante.

Ansia Suite, come già in precedenza accennato, è il brano decisamente più interessante per i risvolti contemporanei e coraggiosi che evidenzia. L’inizio sembra orientarsi verso un blues dissonante ma poi compaiono, tra una rete astratta di note pianistiche, alcune capricciosità timbriche ad opera del trombone che evocano immagini quasi tragicomiche ma che rendono il clima ansiogeno del pezzo ben percepibile. A metà brano compare una forma libera d’improvvisazione da parte del pianoforte che crea, in solitudine, una rarefazione spazio-temporale assai interessante. Quando riappare Andreoli l’atmosfera si presenta riappacificata, laddove il trombone insegue una melodia ormai tranquilla, anche se il suo assolo in coda fa trasparire ancora qualche nota d’inquietudine che fa capolino tra le armoniche dello strumento. Vivi si sviluppa su un moto allegro di 6/8, ben scandito nella sua moderata sobrietà ma lontano dal clima ansiogeno del brano precedente, anzi, con un filo di distaccato humor che appare tra gli spunti della melodia tematica. Il fraseggio del trombone si ammorbidisce in un periodare assorto, delicatamente partecipato da un bell’assolo di Bavetta, seguito dal solito, eccellente intervento al piano di Locarni. Con Sad Hawk, almeno nelle sue fasi iniziali, il cielo diventa plumbeo tra una cupa introduzione di trombone e uno sfrigolio di piatti della batteria. Uno stacco di tamburi immette però il brano in una piacevole corsia swingante, al limite dell’hard bop dove Andreoli e Locarni fraseggiano veloci. Finita la corsa si ritorna al drappeggio un po’ funereo comparso in precedenza. Questo alternarsi di atmosfere quasi opposte sembrano rimandare ad una serie di ricordi contrastanti che riemergono in una malinconica rimembranza la cui continuità pare essere il tema dominante della traccia. Mamma possiede invece una sorta d’energia intrinseca, sottolineata dalle escursioni del trombone che va a pescare in un’alternanza intervallare diretta a coprire un range esteso di suoni. Grande spolvero tecnico da parte dell’Autore, supportato dai soliti noti, cioè la componente ritmica in cui si evidenzia l’assolo di Rebulla e il pianoforte un po’ sudamericano di Locarni. Redemption Song, come anticipato, è un brano di Marley che fu editato nel suo dodicesimo album Uprising, pubblicato nel 1980. Già spogliato nell’originale dall’abituale accompagnamento reggae e presentato dallo stesso Marley come una sorta di folk ballad, Andreoli ne conserva la decorosa semplicità della melodia, facendo virare il suo strumento verso la morbidezza timbrica – per altro in questo album non certo insolita – e raccontando il brano, ovviamente senza il testo originale, come fosse un sentito omaggio all’artista scomparso. Il piano, unico strumento che duetta col trombone, segue l’istinto gospel racchiuso nel pezzo con opportuna delicatezza, trattandosi, in definitiva, di una gradevolissima e azzeccata chiosa elegiaca dell’album.
La musica di Andreoli & C. è in realtà frutto di un lavoro di cesello così ben riuscito da non far avvertire all’ascoltatore l’indubbia meticolosità della sua preparazione. Rispetto alla tradizione si avverte un certo desiderio di spingersi un po’ più in là, anche se l’autocontrollo nelle composizioni e più ancora nelle esecuzioni è formalmente piuttosto rigoroso. Comunque sottolineerei in primis gli arrangiamenti assennati e l’efficacia discorsiva strumentale, rimanendo in un ambito d’intima partecipazione con un mondo affettivo presumibilmente personale ma per questo non limitato dall’essere emotivamente condiviso.
Tracklist:
01. Brother (05:17)
02. Chiara (07:58)
03. Papà (04:36)
04. Stefano (05:07)
05. Ansia Suite (07:58)
06. Vivi (04:17)
07. Sad Hawk (05:21)
08. Mamma (04:54)
09. Redemption Song (04:33)
Photo © Roberto Priolo, Paola Tieppo




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