Paolo Benvegnù H3+ @ Spazio teatro 89, Milano – 14 dicembre 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

All’entrata veniamo accolti da alcuni misteriosi individui (si scoprirà poi che sono i membri della band e alcuni tecnici) che indossano maschere da animali: c’è un babbuino, un pappagallo, un cavallo, un uccello strano e altri che non ricordo. Stanno fermi, fissano gli spettatori oppure si muovono a scatti, come disorientati.

Questa scena a metà tra il surrealismo di David Lynch e l’umorismo demenziale che da sempre caratterizza Paolo Benvegnù, ci fa già capire che quel che seguirà a breve non sarà proprio un’esperienza comune.
L’idea di mettere in piedi una sorta di teatro sperimentale sulla base delle sue canzoni era un qualcosa che, fugacemente, aveva già toccato due estati fa, quando aveva suonato qualche data in solitaria all’interno di una cornice pseudo fantascientifica.

H3+”, il suo ultimo disco, è uscito a marzo ed è l’ultima parte di un’ideale trilogia comprendente anche “Hermann” e “Earth Hotel”. Da tempo andava dicendo che gli sarebbe piaciuto rappresentare in qualche modo questi lavori, che hanno un unico filo conduttore, un respiro epico e che si pongono quelle domande su cui l’uomo si è sempre interrogato.
Al centro del palco dello Spazio Teatro 89 c’è un teatro di marionette, che svetta come elemento principale della scenografia. Ai lati, due piccoli schermi e tutto intorno, a ricordarci che dopotutto questo sarà anche e soprattutto un concerto, una batteria, una tastiera, un vecchio pianoforte elettrico, una serie di pedaliere ed effetti vari.
È difficile ricostruire quello che abbiamo visto: Paolo Benvegnù ha sempre avuto un approccio visionario alla sua opera, ha sempre costruito i suoi testi per impressioni, sensazioni, ha sempre avuto una visione filosofica profonda, un senso di spiritualità e di ricerca di sé che ha riversato senza filtro nella sua trilogia e da cui è impossibile non farsi rapire.

Difficile anche comprendere a fondo, però: lo spettacolo vuole essere una prosecuzione, una estensione del viaggio carnale e spirituale che viene condotto attraverso la trilogia. Le canzoni accompagnano, come in un’ideale colonna sonora, ma sono le trovate di Luca Ronga, ideatore della regia e costantemente sul palco assieme alla band, ad animare la scena.
Abbiamo il teatro di marionette, sapientemente guidate da lui, che si animano a mostrare dapprima Adamo ed Eva nel Giardino terrestre alle prese con la mela, in seguito un monologo/dialogo di un uomo con Dio, sorta di rivisitazione in chiave nazional popolare della vicenda di Giobbe.
E poi un pupazzo che è una sorta di alter ego di Benvegnù stesso, vestito come lui (camicia bianca e gilet nero) ma senza volto, disseppellito con un coltello nella schiena sotto un mucchio di foglie secche a inizio spettacolo, animato da Ronga. Questi, tra le altre cose, gli fa premere il tasto Play di un vecchio registratore a cassette, dal quale provengono le relazioni di viaggio dell’operatore Victor Neuer, distruttore di mondi in un futuro lontanissimo, che vaga per lo spazio, per i pianeti e si confronta con le vestigia di un mondo che non c’è più e del quale cerca di cogliere l’essenza.
Ancora, i due schermi posti ai lati che trasmettono brevi frammenti di conversazione tra due esseri dai volti a Patchwork, forse demoni forse entità difficili da definire, che si interrogano sul bisogno dell’altro, sulla solitudine, sull’assenza, sull’amore.

E in mezzo, ad attraversare tutto questo, le canzoni. Che sono ovviamente solo quelle della trilogia (niente “Il mare verticale” o “Cerchi nell’acqua”, per dire) e che vengono presentate con arrangiamenti più scarni del solito, una batteria suonata con le spazzole (il solito Ciro Fiorucci), la tastiera di Marco Lazzeri che si limita al pianoforte, senza troppe orchestrazioni od elettronica, una chitarra spesso e volentieri col suono pulito (affidata come sempre ad Andrea Franchi), il basso del fedele Luca “Roccia” Baldini (irriconoscibile nel suo nuovo look senza barba ma siamo comunque certi che era lui!). Paolo sceglie di stare nascosto, di svelarsi a poco a poco. Canta quasi sempre seduto, dietro il teatrino di marionette, in modo tale che possiamo sentirne solo la voce. Che è una voce straordinaria, tra l’altro. Mai stata così intensa, commossa, espressiva. È come se lo sforzo stasera fosse tutto concentrato sulle parole (in effetti la chitarra questa volta la suona pochissimo), sul far avvertire allo spettatore di che cosa stia cantando, di farlo immedesimare con le sensazioni che scaturiscono da queste storie. Ogni tanto sceglie di far capolino dal teatro stesso, come quando la sua figura invade tutta la scena durante una versione chitarra e voce di “Se questo sono io” davvero superlativa; o quando, durante “Hannah”, il suo faccione fa capolino, mosso “artificialmente” dalle mani di Ronga, quasi fosse lui stesso una marionetta.

I brani non sono tanti (appena dieci, se non vado errato) e per la maggior parte sono tratti da “Hermann”, quello che rimane, a mio parere, ancora il vertice inarrivabile di una produzione che comunque non ha mai conosciuto cali di tono. C’è, in particolare, una bella versione riarrangiata di “Achab in New York”, un pezzo che da tempo non veniva più messo in scaletta. Per il resto nessuna sorpresa ma si viaggia sempre altissimi, con soprattutto una “Orlando” che è probabilmente la più bella che io abbia mai ascoltato dal vivo.
Spettacolo breve ma straordinariamente intenso, col pubblico che avverte la tensione del momento e rimane in costante silenzio, senza applaudire mai, consapevole che si è di fronte ad un atto unico, che neppure la divisione in canzoni può contribuire a spezzare. L’applauso, caloroso, liberatorio, avviene solo alla fine, dopo che Paolo si era finalmente rivelato per cantare “No Drinks No Food”, brano conclusivo di “H3+” e di conseguenza naturale completamento dello spettacolo.

Non ci sono bis (“Non li abbiamo preparati perché in realtà è la prima volta che succede che qualcuno ce li chieda” ha spiegato con la sua consueta ironia) e sinceramente è giusto così, avrebbe avuto poco senso. Rimane la contentezza e anche un po’ di commozione da parte sua per la reazione di un pubblico che è stata effettivamente molto positiva. Siamo ancora agli inizi di questo nuovo viaggio ed evidentemente i meccanismi non sono perfettamente oliati, è importante quindi ricevere conferme.
Da parte mia, l’impressione è stata positiva, la resa musicale al limite della perfezione ma in quanto a plot e a narrazione complessiva molte cose hanno lasciato a desiderare. Sappiamo ormai qual è il modo di raccontare di Benvegnù ma nel momento in cui il medium scelto è quello teatrale, forse sarebbe stato utile focalizzarsi sullo Storytelling, in modo tale da rendere l’opera più fruibile per gli spettatori.
Rimane lo stesso un bel tentativo, ennesima conferma della classe di un artista tra i migliori che abbiamo nel nostro paese. Che siano ancora troppo pochi quelli che se ne sono accorti, è un altro problema.

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