Baustelle @ Phenomenon, Fontaneto D’Agogna (No) – 13 Aprile 2018

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Articolo di Luca Franceschini, immagini di Sofia Bressan

Il secondo volume de “L’amore e la violenza” è arrivato in fretta, del tutto inaspettato. L’avessero pianificato in anticipo o, come hanno detto loro, fosse venuto fuori sull’onda dell’entusiasmo per alcune canzoni composte in tour, sta di fatto che ad un anno di distanza dal precedente, abbiamo di nuovo un disco dei Baustelle di cui parlare. E, beninteso, un disco che a questo giro funziona decisamente meno del precedente: ci sono alcuni bei colpi, una manciata di intuizioni più che apprezzabili e, disseminati un po’ ovunque, sprazzi dell’antica classe di una band che, comunque la si voglia vedere, di cose ne ha dette e fatte abbastanza da meritarsi molti più complimenti che critiche.

Ma come al solito, qui da noi la sindrome da tifoseria è in agguato e nulla sembra esacerbare di più gli animi che un gruppo di successo, soprattutto se la sua fama travalica gli ambiti prettamente musicali.
Non rimane dunque altro da fare che parlare del concerto e cercare di capire che cosa abbiamo visto e se ha rispecchiato o meno le aspettative della vigilia.


Per la verità, le aspettative non erano molte o comunque non erano degne di menzione: cosa potevamo attenderci, che non avessimo già verificato sul campo negli ultimi tempi? La band toscana è in giro da un anno e passa, l’abbiamo vista la scorsa primavera nei teatri, successivamente in una leg estiva dove ha privilegiato gli spazi open air e, una volta arrivato l’autunno, nei  grandi club della penisola.
Adesso le date sono solo nove, ben selezionate in modo da coprire l’Italia da nord a sud  preferendo, ancora una volta, la dimensione club: una soluzione adeguata, visto che negli spettacoli dello scorso anno abbiamo goduto della musica in tutta comodità ma è stata davvero dura stare fermi e composti.
Il Phenomenon di Fontaneto d’Agogna è l’ideale, per quanto mi riguarda: un locale meno capiente dell’Alcatraz (dove si sarebbe tenuta la data milanese) ma sufficientemente decentrato da non riempirsi mai fino in fondo, in modo tale da garantire una certa vivibilità all’atmosfera. La risposta del pubblico è comunque buona: il posto è zeppo per più di tre quarti di gente parecchio variegata per età e tipologia; segno che ormai questa band ha cessato di essere patrimonio delle nuove generazioni.


In apertura, con mia grandissima sorpresa, mi ritrovo Andrea Poggio, invitato appositamente a questa data probabilmente in virtù della sua origine piemontese. Per me è ovviamente una bellissima notizia, avendo apprezzato moltissimo il suo esordio da solista ma non avendo ancora avuto la possibilità di vederlo in azione.
Sul palco è da solo, contrariamente a quanto so essere accaduto nelle date in cui ha suonato come mainact. Lo affianca Caterina Sforza, che si occupa di tutte le parti vocali che su disco erano di Adele Nigro. Per il resto, c’è solo una chitarra acustica a sostenere le melodie e nessun utilizzo di basi pre registrate per le orchestrazioni. Il risultato sono ovviamente versioni più scarne dei brani, praticamente ridotti all’osso, ma che allo stesso tempo funzionano benissimo: merito di una perizia esecutiva assoluta da parte di Andrea (voce e chitarra sono al limite della perfezione, nel loro essere minimalisti) e di brani che hanno evidentemente dimostrato di poter funzionare benissimo anche senza il vestito di lusso che avevano in precedenza. È un set breve, purtroppo: solo cinque pezzi, tutti estratti da Controluce, intervallati da qualche rapida battuta di Andrea, sempre molto a suo agio, dotato di simpatia e finissima ironia. Peccato solo per una parte del pubblico, evidentemente non ha capito che se qualcuno si sta esibendo, sarebbe buona educazione starsene zitti e composti.


Sui Baustelle, lo ripeto, non c’è granché di nuovo da dire. Più che di nuovo tour, si può parlare di un prolungamento o di una versione aggiornata di quello precedente. Dal punto di vista esteriore la cosa è chiarissima: la scenografia è identica, col logo del gruppo a lettere luminose sullo sfondo e i sintetizzatori analogici a costituire il grosso dell’allestimento. Rispetto alla leg teatrale (ma forse anche alla data dell’Alcatraz di settembre scorso) le luci sono più fredde e l’impatto cromatico è dunque nel complesso meno vivace di prima.
Per il resto, lo spettacolo è sempre di grande presa: la formazione è ormai quella ben rodata di otto elementi, con Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini affiancati dagli ormai imprescindibili Diego Palazzo, Ettore Bianconi e Andrea Faccioli, fondamentali per riempire il sound con Synth, pianoforti, chitarre acustiche e cori. Infine, la sezione ritmica sempre solida e impeccabile composta da Alessandro Maiorino (basso) e Sebastiano De Gennaro (batteria).
Insomma, una vera e propria orchestra Pop, in grado di riprodurre alla perfezione le diverse sfumature sonore dei vari brani ma anche di dar loro quella marcia in più che è tipica delle versioni live. Se aggiungiamo che Rachele, sempre magnetica, da sola sarebbe capace di tenere in piedi tutto il concerto e che Francesco sembra finalmente aver imparato a cantare, possiamo tranquillamente ammettere che la band scalcagnata e zoppicante degli esordi ha lasciato il posto ad un’autentica macchina da guerra.


Setlist rivoluzionata ma neanche più di tanto: la prima parte è come al solito interamente dedicata al nuovo disco, anche se questa volta il secondo volume non viene eseguito per intero come accaduto con il primo. Si parte in maniera scontata con la strumentale “Violenza”, dopodiché la band si lancia nelle ariose melodie di “Lei malgrado te”, prima del dovuto richiamo al disco precedente con “Amanda Lear”, seguita a ruota da un altro singolo, “Veronica n.2”. La resa sonora è ottima, loro sono in palla e contentissimi, lo si capisce alla perfezione anche dalle retrovie, dove mi sono sistemato per evitare la ressa.
I pezzi del nuovo disco, che mi avevano convinto solo parzialmente, dal vivo sono un’altra cosa: al di là di “Jesse James e Billy Kid” e di “Perdere Giovanna”, che mi piacevano già molto e che qui non deludono le aspettative, rimango positivamente colpito anche da “Baby”, “A proposito di lei” e addirittura da “L’amore è negativo”, che era forse quello che mi era piaciuto di meno. Accelerati nel tempo, con una spinta maggiore sul ritmo, risultano più accattivanti e, pur senza essere capolavori, svolgono la loro funzione in maniera piacevole, senza che si debba sperare per forza che arrivino i vecchi classici.
Solo “Tazebao” non riesce a compiere l’impresa: di lei si ricorda solo il ritmo frenetico, con la chitarra di Claudio che graffia a dovere (in tutto il concerto il suo strumento è stato molto più incisivo, andando a braccetto con la maggior presenza della sei corde nelle nuove canzoni) e una Rachele magnifica nel ruolo di frontgirl. Il pezzo in sé, dispiace dirlo, è forse il peggiore mai scritto da Bianconi e soci.


I brani della prima parte sono pochi ed è giusto così, visto che sono già stati abbondantemente proposti. “Il Vangelo di Giovanni” e “La vita”, le uniche due ad essere rimaste in programma, funzionano bene nel contesto generale.
Un discorso a parte va fatto per il vecchio repertorio: grande spazio non ce n’è, è evidente la voglia di puntare sul presente e, da grande fan delle primissime cose di questo gruppo, devo dire che non mi dà fastidio. Si percepisce il senso di una mossa del genere, la credibilità che hanno nel portarla avanti e la si accetta più che volentieri. L’unico appunto potrebbe essere fatto sulla decisione di accorciare la durata dello show e il numero delle canzoni suonate; anche qui però, bisogna ammettere che l’ora e quaranta a cui abbiamo assistito è stata compatta e priva di cedimenti; non è stato poi così un problema, dunque.
Certo, è mancata “Charlie fa surf” (suonata alla data zero di Senigallia ma poi abbandonata, almeno per ora) e ne ho sentiti parecchi lamentarsene all’uscita. Però anche qui: chi ha detto che certi pezzi, per quanto rappresentativi, debbano essere sempre suonati?
Anche perché, motivi di soddisfazione ai vecchi fan, non è che non ne abbiano dati: a cominciare da una meravigliosa versione di “Nessuno”, ripescaggio da quel “Fantasma” che non mi aveva mai convinto e che ho sempre ritenuto il punto più basso della loro carriera. E invece, sarà che dal vivo non l’avevo mai sentita, sarà che tolta dal suo contesto originario era un’altra cosa, ma il suo scuro romanticismo mi è sembrato questa volta tutt’altro che pretenzioso.


Soprattutto è ritornata, dopo anni di assenza, “Il liberismo ha i giorni contati”: gran bella esecuzione, per un brano che, lungi dal sembrare datato, è apparso addirittura profetico (“Adesso parliamo di politica” ha detto Bianconi per introdurla), senza che neppure ci sia stato bisogno di modificare il famoso verso “Vede i titoli di coda nella casa e nella libertà” che oggi, effettivamente, si potrebbe anche non cogliere. Rimane uno dei loro brani migliori e poterla finalmente ascoltare è stato davvero bellissimo, al di là di tutto.
L’altra novità è stata una “Sylvie” di Lucio Dalla, resa in maniera baustelliana ma tutto sommato eccessivamente piatta. Non sono mai stati un gruppo capace di calarsi nei brani altrui, come ha dimostrato anche la loro interpretazione di “Henry Lee”, ascoltata a settembre.
Meglio dunque tornare al copione consolidato: “Gomma” è un classico irrinunciabile ma c’è la novità di una prima strofa acustica, che mette ancora più in risalto la vivacità del resto del brano, che come sempre vive tutto sul duetto tra Francesco e Rachele. Poi il riff granitico di “La guerra è finita”, che nel trasfigurare in una perfezione Pop da tre minuti il tragico suicidio di una sedicenne, rappresenta forse la migliore incarnazione dell’estetica dei Baustelle.
“Ancora una!” dice Francesco al termine del pezzo e quell’una è “La canzone del riformatorio”, quella che 18 anni fa (diciotto!) inaugurava una carriera fotografando una generazione disincantata e alla deriva, prendendo come riferimento musicale i Pulp di “His ‘N’ Hers” e “Different Class”. È un brano melodicamente perfetto, che parla un linguaggio che forse oggi non si capisce più ma che ogni volta non si può evitare di cantare a squarciagola.


È andato tutto bene, dunque. Per la verità, a voler essere pignoli, ci sarebbe da dire che, più grave dell’assenza di “Charlie fa surf”, è la rinuncia, dopo solo tre date, a “I provinciali”, sostituita sbrigativamente con “Le rane”, amata dai fan ma a mio parere di poca sostanza.
Inoltre non c’è stato un pubblico particolarmente partecipe (l’impressione è che la maggior parte fosse lì per godersi un bel concerto ma che non sapesse davvero chi avevano davanti; del resto questa non è proprio una zona centralissima e di musica dal vivo non se ne sente poi tanta), essendo mancate quelle scene di isterismo e singalong che si vedono normalmente dalle parti di Milano.
Detto questo, i Baustelle sono più in forma che mai, dire che stiano attraversando la fase più lucida e consapevole della loro carriera, non è forse un azzardo. Non perdeteveli se passeranno dalle vostre parti perché roba di così alto livello in Italia non ce n’è molta.

 

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