Articolo di Luca Franceschini (introduzione e report 22) Cristiano Carenzi (report 20 e 21).

Immagini sonore di Alessandro Pedale e Cristiano Carenzi

Il Woodoo Fest è ormai alla quinta edizione, nella sua bella location immersa nel verde e nel fresco dei boschi di Cassano Magnago (Va). L’introduzione potete leggerla QUI, insieme al report delle prime due giornate.
Ora vi raccontiamo come sono andate le altre tre:

FRANCESCO DE LEO

Venerdì 20 luglio:
Il concerto di De Leo che era programmato per le 21 inizia con un quarto d’ora di ritardo ma Francesco sale sul palco che sembra stranamente sobrio, suona cinque tracce del suo nuovo progetto “La Malanoche”, una cover di un brano di Paolo Conte ed un’ultima canzone dal suo disco solista (escludendo così dal live solo “Andiamo a rischiare la vita” e “Hangover”). Dopo questi brani arriva il momento più interessante del live: il bassista appoggia il suo strumento e prende il violino per prepararsi ad una esecuzione molto lenta ed armonica di “Un fiore per coltello”, unico brano a cui il pubblico risponde come si deve. Subito dopo cambia ancora atmosfera con l’ultimo singolo “Caracas”, dai suoni un po’ vaporwave e conclude con “La tua ragazza non ascolta i beat happening”. Tra una canzone e l’altra beve parecchio e finisce il set apparentemente alticcio, perdendo un paio di occhiali, spaccando una chitarra e lanciando un microfono. Tralasciando il finale un po’ così, è stata una buona esibizione, come già quella del Miami, il mio giudizio probabilmente è dettato dal fatto che ho apprezzato molto il suo album e che avevo voglia di risentirlo dal vivo. È stata una piacevole sorpresa, in particolare, il riarrangiamento di “Un fiore per coltello”.
Poco dopo arrivano i Belize, che si dispongono sul palco in modo particolare, col cantante che non guarderà quasi mai in faccia il pubblico, avendo sistemato la tastiera perpendicolarmente ai fan. Portano tutto l’ultimo “Graffiti”, uscito poco più di un mese fa, compresa la strumentale e title track del disco che è stata eseguita in modo eccellente. Il pubblico è quasi sempre fermo e canta soltanto “Pianosequenza” e “Fisher Price”, nonostante la loro prova sia stata buona e gli strumenti fossero perfettamente bilanciati con la voce (caratteristica invece non molto presente nel live di De Leo). Nonostante questo, il concerto non mi ha particolarmente esaltato: mi hanno dato l’idea di essere un po’ svogliati e non hanno coinvolto per nulla gli spettatori. Durante l’ultima canzone ricomincia a piovere intensamente e tutto il pubblico si raduna sotto il tendone, anche per l’imminente arrivo di Frah Quintale.

FRAH QUINTALE

Dopo una decina di minuti di attesa sale sul palco l’ospite per cui 3/4 del pubblico era lì, accompagnato solo dal dj (Ceri Wax) e da una batteria che userà in seguito solo per due canzoni. Si inizia con “Branchie” e fin da subito il pubblico canta e balla con lui anche grazie alla sua abilità nel tenere il palco. Durante il secondo brano “8 miliardi di persone”, un ragazzo scavalca le transenne per abbracciarlo, inutile dire che la security lo fa sparire in un secondo. In tutto suona 18 pezzi, tra cui “Bimba mia”, scritta da Ceri e cantata da lui stesso, con Frah che lo accompagna alla consolle. Subito dopo arriva anche “64 Bars”, prodotta assieme a Bassi Maestro, giusto per ricordarci che è ancora in grado di rappare da manuale. Tra i pezzi ci sono anche “Chapeau” e “Missili” in cui le voci dei featuring (Carl Brave e Giorgio Poi) sono registrate: non ho apprezzato particolarmente questa mossa ma è comprensibile, non potendo avere ad ogni concerto mille ospiti sul palco. Tutti i brani (essendo col dj è quasi impossibile il contrario) sono eseguiti esattamente come suonano nel disco, a parte “Missili” che è stato invece riarrangiato per l’occasione. Dal vivo Frah rende molto bene, sa stare sul palco e coinvolgere il pubblico (da segnalare la simpatica gag in cui urla “skkk” e canta il ritornello di “Cupido” con l’autotune attivo). Particolarmente entusiasmanti i bis, con “Sì, ah” e “Cratere”, durante le quali il pubblico è realmente esploso.

POPULOUS

Sabato 21 luglio:
La serata inizia con un dj set di Populous che dura poco meno di un’ora. I primi brani che mette sono del suo ultimo album e quindi i suoni sono molto originali ma man mano che si va avanti le canzoni diventano un po’ banali e scontate, tanto che ad un certo punto mette “Thoiry Rmx” (che non riesco più a sentire dato che la mettono tutti i dj a qualsiasi serata) e “Hotline Bling” di Drake. Nonostante ciò il pubblico si diverte e probabilmente anche lui, dato che nel frattempo si è preparato e bevuto almeno tre drink. Personalmente non capisco molto il senso dei dj set, soprattutto quando scadono nel banale ma complessivamente è stato abbastanza divertente anche perché la line up di questa serata sembrava essere ideata per ballare.
A pochi secondi dalla fine dell’esibizione di “Populous” ecco che sale sul palco l’artista che ero più curioso di sentire: M¥SS KETA, che è pronta a presentarci il suo disco “Una Vita in Capslock”; insieme a lei ci sono il dj e uno schermo su cui vengono proiettate diverse gif/immagini/video a seconda del brano. Durante la seconda canzone ecco che salgono sul palco con lei due delle “ragazze di Porta Venezia” a cui la donna mascherata ha dedicato l’omonimo brano, le quali balleranno con lei per tutto il resto del concerto. Il live è stato davvero bello, ho sempre pensato che la sua voce in tale contesto non potesse rendere, invece suona identica al disco; l’unica pecca è che nessuno dei pezzi era stato remixato per l’occasione (è vero che le basi sono già molto forti ma qualche cambiamento non avrebbe fatto per nulla male). La vera potenza di questa ora di concerto è stata la stupefacente capacità con cui è riuscita a trasportare i fan nel suo mondo fatto di droghe e vita notturna nei club di Milano.

M¥SS KETA

Si fa attendere un po’ ma alla fine arriva l’ospite più importante: Cosmo. Con lui ci sono Roberto Grosso Sategna e Mattia Boscolo (tastiere e percussioni). Inizia con “Bentornato”, una lunga versione di “Tutto bene” ed altri cinque pezzi cantanti, dopodiché parte un infinito set elettronico (in cui si riconoscono solo “Barbara” e “La notte farà il resto”) che dura poco più di mezz’ora. Scende dal palco ma tutti sanno che il live non è finito, infatti conclude con quelli che a mio parere sono i tre brani più forti del suo repertorio: “Sei la mia città”, “Turbo” e “L’ultima festa”. Il pubblico non sta fermo un secondo, nemmeno durante il set elettronico, il target a livello di età è decisamente superiore rispetto a quello delle serate precedenti e sembra abituato al tipo di musica proposta. L’artista di Ivrea parla poche volte: la prima, riprendendo in modo impeccabile tre ragazzi che hanno passato tutta la serata a fare video; la seconda, facendo un’affermazione discutibile come: “Viva l’MD”. Nonostante questo, ho un debole per Cosmo e il live è stato davvero magico; luci studiate alla perfezione, prova vocale ottima e il set elettronico è durato poco più di quello che mi sarei aspettato. L’atmosfera cambia completamente rispetto al disco, il tutto è molto più coinvolgente, con anche pezzi come “Tutto bene” che diventano una vera e propria festa.

COSMO

Domenica 22 luglio:
L’ultima giornata del festival per noi inizia con Asia Ghergo, non essendo riusciti ad arrivare in tempo per saggiare il valore effettivo di Delmoro (artista che, dato il livello del suo disco d’esordio, ci riserviamo di recuperare a breve). La ragazza marchigiana è diventata ormai da più di un anno un fenomeno virale del web, con le sue cover di brani dell’Indie italiano, spesso realizzate anche pochi giorni dopo l’uscita dei brani stessi. Che diventasse anche un progetto da portare dal vivo, non l’avrebbe immaginato nessuno ma è evidente che qui, prima ancora di discutere se ci sia o meno un effettivo valore, c’entra il ritorno economico che tutte queste visualizzazioni potranno eventualmente portare. Lei poi fa il suo: è giovane, ha un look acqua e sapone e il repertorio che presenta ha ovviamente la forza e l’impatto per tenere incollato un buon numero di ragazzi sotto al palco. Alla fin fine, però, si tratta di mero intrattenimento. Per quanto possano essere ben eseguite, queste rimangono cover e quei pochi brani originali che sono stati presentati, non ci sono parsi così validi da poter lanciare chissà quale carriera.
Se una qualche utilità può essere trovata in Asia Ghergo, è probabilmente quello che, con la sua stessa esistenza, la ragazza dimostra che siamo in presenza di qualcosa che è possibile chiamare “scena”. C’è un filo conduttore che lega queste canzoni e questi artisti, c’è un senso di appartenenza che unisce, inconsapevolmente forse, i ragazzi che la applaudono e che cantano tutti i brani che lei propone. Lo stesso Woodoo, se ci si pensa bene, è l’espressione di questo legame che unisce chi è sopra e chi è sotto il palco.
Subito dopo, sempre sul Woodoo Stage, è di scena Diamine. So poco o niente di lui (o di loro, non ho ancora capito se considerarli una vera e propria band o un progetto solista) se non che è una delle ultime scoperte della sempre più attiva Maciste Dischi (a proposito di scena) e che al momento sono usciti solo tre singoli, di cui il primo alla fine dello scorso anno.
Dal vivo, al netto di un look un po’ troppo vicino al metal che c’entra poco col genere proposto, convince in pieno. Sono in tre: voce, Synth e basi, tastiere. Volumi altissimi, visual molto curati e a tema per ogni brano, una proposta musicale che tanto deve al Cosmo de “L’ultima festa” ma che (attenzione attenzione!) presenta una scrittura a tratti più sofisticata ed ispirata. Un senso generale di malinconia, all’interno di brani in cassa dritta, con uno spirito EDM piuttosto marcato che non a caso fanno ballare tutti quelli che si trovano nei paraggi. Si parte con “Diamine”, “Così via” e “Da qualche parte”, vale a dire i tre brani finora pubblicati, si prosegue con altri cinque episodi inediti che confermano tutto il valore che avevamo scorto nei primi. Voglio sbilanciarmi: qui ci sono tutte le premesse perché venga fuori un fenomeno. Fossi in voi comincerei a sintonizzarmi sui suoi canali…

COMA_COSE

Saltiamo il dj set di Capibara perché si è fatta una cert’ora e dobbiamo mangiare. Quando finalmente prendiamo posto sotto al Big Foot Stage, c’è già una bella ressa per l’imminente set dei Coma_Cose. Fausto Lama (che è poi Fausto Zanardelli, in precedenza conosciuto come Edipo) e Francesca Mesiano (già attiva come California DJ) hanno unito le loro forze più di un anno fa e, ancora prima di avere un disco in uscita, sono diventati un fenomeno virale.
Lo hanno fatto grazie ad una manciata di singoli parecchio indovinati, una miscela di Rap, elettronica e Pop da classifica variegata ma allo stesso tempo omogenea, un citazionismo del cantautorato anni ’70 mai fine a se stesso ma sempre finalizzato alla loro rappresentazione del reale, dei testi che dipingono una Milano notturna ma anche profondamente quotidiana, tra Navigli, San Lorenzo e Porta Ticinese, il tutto condito da giochi linguistici efficaci e da uno sguardo disincantato che denota allo stesso tempo una certa maturità (i due non sono certo più dei ragazzini).
Dal vivo hanno aggiunto una batteria ma la parte musicale continua ad essere riprodotta solo ed esclusivamente attraverso le basi. È il punto debole di un set che, tuttavia, riesce ad essere compatto e coinvolgente. Fausto e Francesca ci sanno fare, si muovono bene, interagiscono coi tempi giusti e si compenetrano alla perfezione, denotando una presenza scenica ed un carisma notevole. I brani finora pubblicati ci sono tutti, da “Anima lattina” (efficace citazione del Battisti di quel periodo) a “Post Concerto”, furbescamente collocata alla fine, con tanto di luci accese come da testo; un brano che, a dirla tutta, fa capire da solo che questi due potrebbero in teoria arrivare dove vogliono.
In mezzo, una cover di “Cani sciolti” dei Sangue Misto, a dimostrazione che non è vero che tutti questi nuovi artisti siano senza radici.
Non sono gli headliner ma la partecipazione del pubblico è quella che di solito si tributa ai protagonisti. Li attendiamo al varco del disco, nella speranza che inizino a dotarsi di una band vera e propria. Se sarà così, ho idea che li vedremo arrivare in altissimo.

WILLIE PEYOTE

Sono le 23 ed è ora di Willie Peyote. Il rapper torinese gira da tempo con un gruppo vero e proprio e la differenza si sente. Sul palco sono in cinque, suonano per un’ora e mezza e spaccano letteralmente tutto. È “groove”, la parola chiave di questa esibizione: merito di una sezione ritmica precisa e a tratti devastante, che dona ad ogni episodio in scaletta il tiro giusto, così che risulta impossibile stare fermi.
C’è qualche sbavatura ogni tanto ma il gruppo è affiatato, Frank Sativa (che è anche il produttore dei dischi) alle tastiere fa un bel lavoro melodico, coadiuvato da una chitarra graffiante come non mai, che si produce pure in qualche sporadico assolo, come se fosse un concerto rock di altri tempi.
Guglielmo, da parte sua è bravissimo a tenere in pugno il pubblico, pur non avendo l’aspetto appariscente di alcuni suoi colleghi. D’altronde è carismatico ed intelligente, lo si capisce da quello che scrive, mai banale anche quando si lancia nel politico (e questa sera lo farà più volte, con parole molto nette, a partire dall’esecuzione della nuova “L’effetto sbagliato”, ispirata agli scontri di piazza Santa Giulia a Torino, lo scorso giugno).
La sua proposta ha evidentemente a che fare col Rap, ma all’interno della scena italiana è anche uno di quelli con il gusto melodico più spiccato, spesso contaminato col Funk e la musica nera in generale. È un concerto bellissimo e divertente, dove i brani dell’ultimo “Sindrome di Toret” interagiscono in maniera disinvolta con le cose più vecchie, da “L’eccezione” a “Che bella giornata”, compresa un’inattesa “L’una di notte” (“Adesso facciamo una canzone che non conosce nessuno!”), con tanto di coda ad omaggiare il Paolo Conte di “Via con me”.
Non mancano le ballate più o meno romantiche (“Ottima scusa”, “Le chiavi in borsa”) ma è superfluo dire che il momento culminante coincida con l’accoppiata “I cani”/“Io non sono razzista ma…”, seguita immediatamente da “C’era una vodka”, probabilmente il suo brano simbolo. Sotto al palco è un delirio, con gran parte del pubblico che mette in tasca i telefonini e si lancia in un pogo furibondo. Visibilmente compiaciuto anche Willie che dice che “Non sudavo così dall’84!” e subito dopo attacca “Vendesi”, per permettere a tutti di rifiatare.
Probabilmente hanno sforato sui tempi ma vanno avanti lo stesso, concedendo addirittura tre bis. Si chiude tutto, giustamente, con “E allora ciao”, giusto congedo per un concerto splendido e per un’edizione che lancia definitivamente il Woodoo come una delle manifestazioni musicali più interessanti d’Italia.
Ci si vede senz’altro l’anno prossimo.

FRANCESCO DE LEO
FRANCESCO DE LEO
FRANCESCO DE LEO
BELIZE
BELIZE
BELIZE
BELIZE
FRAH QUINTALE
FRAH QUINTALE
FRAH QUINTALE
M¥SS KETA
M¥SS KETA
COSMO
COSMO
COSMO
COMA_COSE
COMA_COSE
COMA_COSE
WILLIE PEYOTE
WILLIE PEYOTE
WILLIE PEYOTE

Photo credits:
4,5,6,19,20,21,22,23 Cristiano Carenzi
1,2,3,7,8,9,10,11,12,13,14,15,16,17,18,24,25,26,27,28,29 Alessandro Pedale