Articolo di Stefania D’Egidio

Nell’ultimo mese i Greta Van Fleet sembrano essere diventati il pomo della discordia tra i puristi, che li accusano di essere troppo simili ai Led Zeppelin, e coloro che, invece, si sentono orfani del rock.
Confesso che la prima volta che li ho sentiti per caso alla radio sono quasi caduta dal divano, pensando ad una miracolosa reunion dei Led Zeppelin, e già pregustavo l’ennesimo tour d’addio, invece, dopo qualche minuto di disorientamento, ho scoperto che, non solo non erano Robert Plant e soci, ma addirittura un gruppo di sbarbatelli americani con alle spalle meno della metà degli anni dei nostri idoli: Jake Kiszka alla chitarra, Sam Kiszka, basso e tastiere, Josh Kiszka alla voce e Danny Wagner alla batteria.

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Dopo un paio di giorni ecco che puntuale salta fuori una data all’Alcatraz di Milano per il mese di febbraio, come al solito andata sold out nel giro di poco; ormai in Italia pare sia impossibile prendere un biglietto a pochi giorni da un evento, c’è una sorta di frenesia all’acquisto, come se  non ci fosse un domani… finiremo per aprire dei corsi di laurea in “compra il tuo ingresso alla velocità della luce !”

E così, spinta dalla domanda: ”Ma chi saranno mai ‘sti Greta Van Fleet?” comincio a cercare notizie sul web e trovo decine di discussioni in merito al loro stile spudoratamente seventy, alla somiglianza della voce con quella di Plant, quasi fosse un peccato capitale più che una botta di culo, e capisco che il popolo di internet è diviso in due, tra chi li adora perché ha nostalgia dei tempi che furono e chi li bolla a priori in quanto cloni… ci sarebbe poi anche chi li snobba liquidandoli con un “non mi dicono niente”, ma questo è un altro discorso…sta di fatto che parlandone, nel bene o nel male, questi quattro ragazzetti del Michigan sono venuti prepotentemente alla ribalta, a dimostrazione che nel marketing l’importante non è parlare bene o male di un prodotto, qualunque esso sia, ma semplicemente  parlarne.
A questo punto potremmo iniziare una discussione infinita sul fatto che il rock sia morto, che non abbia più niente di nuovo da dire, che gli adolescenti di adesso ascoltano un altro genere musicale (non voglio neanche pronunciarne il nome, tanto mi crea ribrezzo), supportati dalle classifiche alla mano, che vedono ai primi posti dei mercati che contano, quello americano e inglese, artisti come Andrea Bocelli, Kendrick Lamar e Kanye West, con le sole eccezioni di album come The White Album dei Beatles, pubblicato ben 50 anni fa, e la raccolta dei Queen, riportata in auge dall’imminente uscita del biopic sul gruppo. Quindi chi è rimasto a tenere alta la bandiera del rock? Foo Fighters? Metallica? Slash? Tutta gente abbondantemente sopra gli anta e, a guardare bene anche i tour che girano in Europa e nel resto del mondo, anche in tal caso si tratta quasi sempre di personaggi sulla scena già da un po’.
Ad uno sguardo poco attento quindi potrebbe sembrare che il rock sia effettivamente defunto, se non fosse per un underground che invece pullula di band interessantissime, ma che non balzano agli onori della cronaca perché non fanno il fatturato di un qualsiasi trapper sfigato che, non si capisce come, riesce a riempire il Forum di Assago.
Scusate la divagazione e torniamo ai Greta Van Fleet; in quest’ultimo mese  ho ascoltato con attenzione il loro album, Anthem of the Peaceful Army, uscito il 19 ottobre per l’etichetta Republic Records: si tratta del primo lavoro in studio, dopo i due EP del 2017, Black Smoke Rising e From the Fires, prodotto da Marlon Young, Al Sutton e Herschel Boone, tra i Blackbird Studios di Nashville e i Rustbelt Studios di Royal Oak, Michigan.

Anche la copertina ricorda i vinili anni ’70, ma indipendentemente da tutte le considerazioni fatte finora, devo dire che l’album mi è piaciuto e non poco; se ami il rock, caro lettore, non puoi non averlo: ci sono le adorate pentatoniche alla Page in The Cold Wind, le chitarre corpose e ruggenti in When the Curtain Falls, il singolo che ha preceduto l’album lo scorso luglio, o in Watching Over, ma anche quelle piu’ dolci e intime dei suoni acustici, come in You’re The One, le batterie incalzanti e anche qualche spruzzatina di prog nel primo brano, Age of Man, e nei cori di Anthem. E la voce, checché se ne dica, rasenta il divino, non mi entusiasmavo così dai tempi di Chris Cornell e Eddie Vedder.
Le tracce più belle a mio avviso When the Curtain Falls, Lover,Leaver e Anthem.

Voto: 10/10, è un album da acquistare se amate i suoni rock, blues ed heavy o se, come me, ripensate con nostalgia ai bei tempi dei Led Zeppelin, dei Deep Purple e dei Black Sabbath. Un sound sicuramente non rivoluzionario e innovativo, ma di altissimo livello, specie se rapportato alla mediocrità delle produzioni rock degli ultimi anni.

L’interrogativo ora è: si adageranno sugli allori mantenendo questo stile seventy o evolveranno verso qualcosa di più contemporaneo? La speranza è che mantengano intatta la loro già ben definita identità artistica e che non facciano scelte dettate dalla ricerca del facile successo.
Non resta quindi che aspettare e sperare che nel frattempo aggiungano qualche altra data in Italia per poterli giudicare anche dal vivo e consacrarli definitivamente come nuovi paladini del rock.

Tracklist:

01. Age of Man
02. The Cold Wind
03. When The Curtain Falls
04. Lover, Leaver
05. You’re The One
06. The New Day
07. Mountain of the Sun
08. Brave New World
09. Anthem
10. Lover, Leaver (Teaker, Believer)