L I V E  R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Alessandro Pedale

Quando nel 2012 Steve Wynn ha riunito per la prima volta i Dream Syndicate, non erano in molti a pensare che sarebbe durata. Avrebbe dovuto esserci una data sola, poi le cose sono andate bene, ci sono state altre date, poi un vero e proprio tour, poi un disco, un tour e infine ancora un altro disco.
These Times è uscito ad aprile ed è un molto diverso da How Did I Find Myself Here, che ne aveva sancito il ritorno in studio dopo 29 anni di assenza. È molto più psichedelico e nonostante alcuni episodi molto tirati e classicamente rock, appare nel complesso più contemplativo, ricercato. Qua e là, come nel primo singolo “Black Light” o nella conclusiva “Treading Water Underneath the Stars”, l’impressione è proprio quella che si siano volute esplorare sonorità nuove, andando a giocare più con le suggestioni e con le atmosfere, piuttosto che con la durezza dei suoni e le cavalcate elettriche.

Una cosa è però rimasta immutata: la freschezza e la bravura. Quella Steve Wynn ce l’ha sempre avuta e nel momento in cui ha riformato la band, pur con una line up leggermente diversa da quella storica (Dennis Duck alla batteria e Mark Walton al basso ci sono più o meno dall’inizio, poi si è inserito Jason Victor alla chitarra mentre Chris Cacavas alle tastiere è un membro aggiunto che però, a conti fatti, è in tutto e per tutto parte imprescindibile del collettivo), ne ha mantenuto intatto lo spirito originario, così che è come se non se ne fossero mai andati.
Il Magnolia è ancora una volta stato scelto per ospitare la data milanese di questo nuovo tour, anche questa volta è stata la versione estiva del club ad accoglierli (nel 2017 li vedemmo infatti al chiuso).
Non c’è tantissima gente e difatti è stato previsto il palco secondario, più piccolo e situato in un’area meno capiente. Una scelta che potrebbe deludere ma bisogna anche tenere presente che il gruppo dalle nostre parti ci è sempre venuto più che volentieri e che quest’estate sono addirittura cinque le tappe previste: logico che la gente si spalmi un po’ dovunque oltre che, al di là dell’importanza storica, non sono mai stati un act da folle oceaniche.


Si parte poco dopo le 21.30, con i cinque che fanno il loro ingresso tra gli applausi scroscianti dei presenti (qualche centinaio di persone ma caldissime ed entusiaste), Steve Wynn come al solito in impeccabile completo giacca e cravatta.
Si attacca a suonare e la prima parte è tutta dedicata al repertorio post reunion: dall’accoppiata di apertura del nuovo disco, “The Way In/Put Some Miles On”, alla ipnotica e cupa “Black Light” (esecuzione davvero intensa), fino alle bordate elettriche di “Bullet Holes” e “Recovery Mode”, “These Times” viene suonato esattamente per metà, con le versioni live che ne confermano e ne illuminano ancora di più il valore e con la ferma intenzione dei nostri di rimanere ancorati nel presente, con la consapevolezza che, seppure la storia del rock se la sono guadagnata negli anni ’80, questi nuovi Dream Syndicate non hanno nulla da invidiare alla loro incarnazione più celebre.


Pare che anche i presenti la pensino così: il boato che accoglie le prime note di “Filter Me Through You”, dal disco precedente, è di quelli che normalmente si riservano ai grandi classici. E l’esecuzione di “How Did I Find Myself Here”, con la lunga Jam iniziale e finale dove Jason Victor ha praticamente fatto quello che ha voluto, perfettamente coadiuvato da una sezione ritmica da urlo, è stato uno dei momenti migliori del concerto.
Da “Burn” in avanti (uno dei due estratti da un “Medicine Show” non particolarmente valorizzato questa sera) i brani storici non mancano, i cinque si incendiano e si gode tantissimo.
Quello che colpisce di loro è l’affiatamento e la voglia di suonare che hanno: questa line up è insieme ormai da cinque anni, l’alchimia, guardandoli, la percepisci immediatamente: da come Steve e Jason spesso si guardano, oppure Mark, che spesso e volentieri cerca Steve durante certi momenti particolarmente riusciti, come a voler sottolineare di più la bellezza di quello che sta accadendo; e come il mastermind del gruppo tenga tutto sotto controllo, lasciandosi trasportare dagli assoli e dalle improvvisazioni (questa sera, purtroppo, leggermente meno di quelle che avremmo voluto), pronto sempre a girarsi verso Dennis ogni volta che arriva il momento di rituffarsi nel brano.


I sorrisi si sprecano, tutti appaiono rilassati, come se suonare le loro canzoni fosse la cosa più bella e più semplice che potessero fare.
Tanti i momenti belli, così che sarebbe più corretto elencare tutto quel che è successo. Ad ogni modo, tra i miei personali higlight ci sono stati senza dubbio “Forest For the Trees”, tirata, irruenta, quasi punk. E poi una strepitosa “Merritville”, a metà strada tra dolcezza romantica e ruvidezza chitarristica. E ancora, l’ormai classica cover di Blind Lemon Jefferson, quella “See That My Grave Is Kept Clean” che apriva anche il monumentale “Live At Raji’s”, a tutt’oggi la miglior testimonianza esistente di quello che sono i Dream Syndicate dal vivo, anche se la perfezione di questa esecuzione ci ha fatto venire voglia di riascoltare al più presto una registrazione che documenti questo tour.
Sorpresa nel finale, con Manuel Agnelli che raggiunge i nostri, si siede al piano, con Chris Cacavas passato di conseguenza alla chitarra, e li accompagna per una bellissima e sempre gradita “Boston”. Manuel e Steve sono amici da anni e a marzo, quando era venuto in Italia per la promozione del disco, aveva suonato in acustico nel suo nuovissimo spazio Germi e anche qui il leader degli Afterhours lo aveva raggiunto sul palco. La sera precedente alla data del Magnolia, invece, l’americano aveva preso parte ad un dj set nello stesso locale e difatti, al momento di chiamarlo, lo presenta come “il mio boss”.

Sarebbe tutto finito qui ma gli applausi e le urla non cessano, così che il gruppo riappare, con Manuel questa volta alla chitarra, per eseguire un ultimo brano: si tratta, emblematicamente, di “Tell Me When It’s Over”, prima traccia del primo disco dei Dream Syndicate, 38 anni fa.
Non c’è stata purtroppo “John Coltrane Stereo Blues”, i cui quasi venti minuti avevano reso indimenticabile il concerto di due anni fa e sono mancati altri episodi pesanti, come “Halloween” o “Armed With An EmptyGun”. Importa fino ad un certo punto, però: Steve Wynn e compagni hanno sfoderato ancora una volta una prestazione maiuscola, dimostrando che nel panorama musicale odierno c’è assolutamente ancora spazio per loro. Speriamo continuino a lungo.