L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Sono passati 11 anni dall’ultima volta che i Vampire Weekend sono venuti a suonare in Italia e, francamente, non ci speravo troppo che potesse riaccadere. Le regole del Music business sono spietate, sopratutto in un momento storico in cui si guadagna soprattutto con i concerti. Vedere la band newyorchese riempire palazzetti e fare da headliner in festival importanti, mi aveva fatto pensare che qui da noi non avrebbe mai trovato pubblico a sufficienza per coprire un cachet senza dubbio lievitato negli ultimi anni. Per fortuna non è stato così, onore a Dna Concerti per averci creduto e averceli portati per una data che attendevamo davvero da troppo tempo.

La prima cosa che si nota, se si pensa ai Vampire Weekend, è che ormai stiamo vivendo un periodo di totale ricambio generazionale e, perché no, di sovvertimento delle gerarchie. I nomi storici del rock resistono solo in virtù di una strategia di marketing particolarmente oculata, che trasforma tutto in un evento imperdibile, nell’ultima occasione della vita per vedere “la storia” ecc. La verità è che ormai i grandi nomi sono questi qui, gruppi che ad inizio Duemila esordivano e che poi, piano piano, si sono costruiti un seguito ed una reputazione di tutto rispetto, tale per cui adesso sono loro a guidare. Vengono in mente i The National, ma i Vampire Weekend potrebbero pure seguire a ruota.

È stato anche un percorso particolare, il loro: orfani di Rostam Batmanglij, senza dubbio una delle menti del processo creativo, dopo aver trovato la consacrazione con Modern Vampires of the City ci hanno messo sei anni a far uscire un altro disco. È stato comunque un periodo pieno, durante il quale Ezra Koening si è costruito una propria caratura artistica al di fuori della band, diviso tra collaborazioni con Beyoncé, la curatela di festival e la sceneggiatura di una serie animata, Neo Yokio, che si può vedere su Netflix. Tutto questo ha in qualche modo alzato le quotazioni del gruppo e ne ha preparato la strada per il ritorno, così che Father of the Bride è risultato uno dei dischi più attesi del 2019.

E così arrivano al Circolo Magnolia. Che non è pieno come si sarebbe potuto immaginare (c’era più gente il giorno prima da Mac Demarco, per dire) ma che presenta lo stesso un’affluenza considerevole. Sul palco sono in sette: ai membri superstiti, Ezra Koening (voce e chitarra), Chris Baio (basso) e Chris Tomson (batteria), si affiancano quattro nuovi musicisti (Garrett Ray, Will Canzoneri, Brian Robert Jones e Greta Morgan), divisi tra chitarre, tastiere, synth, cori, percussioni, pad e batteria. È tanta roba e conferisce compattezza e stratificazione al sound del gruppo. Io non li avevo mai visti ma è indubbio che l’era del “bravi su disco ma non altrettanto dal vivo” sia terminata. Essere in così tanti sul palco è evidentemente funzionale alla riproduzione il più possibile fedele di un disco che, pur nella sua semplicità di fondo, risulta anche profondamente arrangiato.

C’erano grandi aspettative per questo concerto e bisogna dire che, almeno dal mio punto di vista, sono state ripagate. Purtroppo l’impianto del Magnolia si è rivelato ancora una volta non all’altezza, con volumi troppo bassi, batteria con poca spinta ed Ezra Koening eccessivamente alto, a coprire spesso e volentieri tutti gli altri. Le cose miglioreranno di molto andando avanti ma da questo punto di vista ci sentiamo di dire che le potenzialità del collettivo non siano state valorizzate in pieno dalle circostanze. Al di là di questo, i nostri hanno fatto un grande show. Vestiti come degli scappati di casa, Ezra che, a dispetto dei suoi 35 anni, sembra ancora uno studente alle prese col College, Brian Robert Jones che pare il sosia di Michael Kiwanuka e che indossa un paio di pantaloncini rosa che penso chiunque si vergognerebbe persino a mettere su in casa, salgono sul palco e si lasciano andare alle vibrazioni, lasciando che sia la musica a parlare per loro.

Le influenze Afro Beat dei primi due dischi, che ne avevano costituito il principale marchio di fabbrica, si sono via via stemperate e su Father of the Bride quasi non ce n’è traccia: oggi il gruppo suona piuttosto come il compendio di un moderno ensemble Pop, esplorato in tutte le sue declinazioni, dal Neo Soul all’RnB, dall’Indie al Jazz. Influenze diverse, sonorità disparate, al servizio di canzoni che sono tutte piccoli gioielli di perfezione. Father of the Bride rappresenta, a mio parere, la prova migliore del terzetto americano e sarà facilissimo, immagino, trovarselo a fine anno in quasi tutte le tradizionali classifiche. È un disco impegnato ma allo stesso tempo leggero, solare. Esattamente come sono sempre stati loro e infatti questa sera succederà proprio questo: sette individui sul palco, sorridenti e carichi a mille, pronti a farci cantare e ballare. Al di là dei volumi e della non impeccabile resa sonora, infatti, sarà uno spettacolo bellissimo, pieno di energie positive e caratterizzato da una straordinaria partecipazione del pubblico, che per due ore e mezza saluterà ogni brano con un boato, canterà e ballerà a profusione. La scaletta cambia ogni sera ma con un repertorio di quel livello è davvero impossibile lamentarsi: stasera il nuovo album viene suonato esattamente per metà, lasciando poi largo spazio alle canzoni del passato, le cui maggiormente rappresentative vengono tutte proposte.

La resa è ottima, sia per il Groove sprigionato (la partenza con Sympathy” e Cape Cod Kwassa Kwassa è fortissima, così come This Life nella parte centrale o l’accoppiata Cousins”/A-Punk verso la fine, che ha davvero fatto saltare tutti) sia per le numerose divagazioni strumentali in cui i nostri si lanciano, libere Jam che si tingono spesso di Funk e Afro Beat (come accade nella cover di New Dorp, New York di SBTRKT, una delle cose migliori della serata) ma che appaiono anche classicamente rock, con lunghi e funambolici soli chitarristici di Jones, a volte in coppia con Koening a prodursi in divertenti armonizzazioni. Da questo punto di vista, la lunga versione di Sunflower è stata un esempio perfetto di quello che i nostri sono in grado di combinare.

Altrove si dà invece maggiore importanza alla componente orchestrale (M79, Hannah Hunt, Harmony Hall), mentre le ballate vengono eseguite in maniera decisamente toccante (in particolare Jerusalem, New York, Berlin, che chiude il main set e che per quanto mi riguarda è il pezzo più bello del nuovo disco). C’è spazio anche per gigionate varie, come Bambina che viene suonata per due volte di fila in virtù del suo ritornello in italiano (la cosa inquietante è che non si è trattata di una decisione improvvisa ma che era già stato tutto pianificato dall’inizio, come attestato fedelmente dalla scaletta recuperata dal palco) oppure, nel finale, una caotica e a tratti surreale sezione dedicata alle richieste dal pubblico (“Avremmo ancora due brani da suonare ma siccome è tanto tempo che non veniamo da voi, abbiamo deciso di accettare qualche richiesta), con titoli gridati a caso e frasi come: “Ya Hey”? Guarda, se devo essere sincero, è l’ultimo pezzo che avevamo pensato di suonare per cui non sprecherei la richiesta in quel modo…”.

Alla fine si decide di dare ascolto ad un ragazzo con un cappello degli Yankees (dopotutto, se anche si è trasferito a Los Angeles, suppongo che per Ezra le radici contino ancora) e ad uno con un “Bucket Hat” (che è tipo il modello da pescatore, non so come si dica in italiano) che scelgono nell’ordine: Giving Up the Gun, I Think Ur a Contra (suonata solo per metà e con un finale da vero e proprio cazzeggio al Vocoder) e Oxford Comma. Un modo meraviglioso per concludere la serata prima che Worship You (davvero splendida) e Ya Hey, cantata con entusiasmo da tutti i presenti, mandino tutti a casa, con la promessa che la prossima volta non passerà così tanto tempo prima del loro ritorno.

Ci sono cose da sistemare (non sempre i sette elementi riescono ad essere valorizzati in pieno, soprattutto per quanto riguarda l’interazione tra le due batterie, oltre ad una presenza scenica francamente da rivedere) ma c’è poco da discutere: i Vampire Weekend oggi come oggi sono uno dei gruppi più importanti sulla piazza, sanno come scrivere canzoni Pop, contaminarle con una serie di influenze disparate e portarle sul palco per una liberante celebrazione collettiva. È proprio per questa loro natura spensierata, per questo loro suonare al passo coi tempi senza mai essere definiti da etichette precise, che hanno buone probabilità per diventare grandi, ancora più grandi di così.