L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Dubito che i concerti debbano riprendere per il bene di tutte quelle persone che hanno passato quasi tutto il tempo a fare la fila al bar (ce n’era uno solo ed era comprensibilmente affollato) o che hanno fatto milioni di volte avanti e indietro per prendersi da bere; o ancora, per il tipo brillante seduto davanti a me, che ha nell’ordine: chiacchierato con la sua ragazza del più e del meno a voce altissima, bevuto ad occhio cinque o sei birre nell’arco di un’ora (non è che lo spiassi ma era difficile ignorarlo) e urlato: “Canta coglione! Smettila di parlare!” a Vasco Brondi quando il malcapitato ha deciso che era giunto il momento di fare un saluto di benvenuto ai presenti. Inutile dire che quando l’artista ferrarese si è effettivamente messo a cantare, il suddetto spettatore se n’è stato tutto il tempo a controllare il telefonino (la sua ragazza si è pure guardata un video, con tanto di microfono ben vicino all’orecchio, chissà mai che la musica dagli altoparlanti non la disturbasse troppo).
Scusate lo sfogo ma dovevo scriverlo: si parla tanto e giustamente di far ripartire in condizioni normali la musica dal vivo, si fanno tanti paragoni con le discoteche, anche ieri sera Davide Toffolo ci ha tenuto a rimarcare che il pubblico dei concerti è il più educato e motivato che ci sia… beh, consentitemi di fare dei bei distinguo. Per carità, anche questa sera ho visto tanta gente attenta, partecipe, educata; ma per ognuno di loro ce n’è un altro che si comporta come il personaggio sopra nominato, e sono sempre troppi quelli che ancora pensano che andare a sentire qualcuno suonare, pagando il biglietto, equivalga a fare i propri porci comodi.

Al di là di tutto, la serata è pienamente riuscita: serviva un segnale, una scossa forte e serviva soprattutto raccogliere soldi per i cosiddetti “invisibili”, quei lavoratori del mondo della musica dal vivo che per troppo tempo sono stati lasciati indietro, dimenticati da una logica politica che vede gli artisti esclusivamente come “quelli che ci fanno tanto divertire”. Non illudiamoci: le cose non cambieranno a breve (la cancellazione di tutta la stagione 2021 è ormai più che una semplice ipotesi pessimistica) e in caso di ulteriori restrizioni già più volte propagandate in questi giorni, la musica sarà tra le prime cose a saltare. Ciononostante, che si organizzino queste serate è un bene e dovremmo davvero rallegrarcene.
La piazza di Scandiano, borgo a una decina di chilometri da Reggio Emilia non propriamente comodissimo da raggiungere, è la location ideale per un concerto di questo tipo, che intende proprio restituire visibilità ai concerti come momenti di aggregazione pubblica. Peccato solo che la temperatura piuttosto rigida e i posti a sedere (per non parlare del fatto di dover indossare la mascherina per tutto il tempo) abbiano inficiato negativamente sulla resa complessiva.

L’applauso che accoglie i Tre Allegri Ragazzi Morti è comunque quello delle grandi occasioni, di un pubblico che ha voglia di divertirsi e di ripartire. La band di Davide Toffolo ed Enrico Molteni è in giro da quasi trent’anni ed è un’istituzione anche culturale, che non ha più bisogno di essere analizzata all’interno di un live report. Sappiamo chi sono, sappiamo cosa fanno, la loro proposta è ben codificata e seppure ritenga che dopo una certa età risultino pesantemente anacronistici (sarà che non li seguivo da adolescente e quindi non posso certo ora recitare la parte del nostalgico) è impossibile mettere in dubbio quello che hanno rappresentato per la musica alternativa del nostro paese, anche senza tirare in ballo La Tempesta Dischi.
Il loro è un concerto breve (un’oretta scarsa) ma compatto, con una resa sonora splendida, con i quattro in forma smagliante, desiderosi di stare a contatto col pubblico e di inondare la piazza di energia positiva. Aprono con La ballata delle ossa e Puoi dirlo a tutti ed è abbastanza evidente la volontà di concentrarsi sul periodo centrale della loro carriera, in particolare su due dischi importanti come “Primitivi del futuro” e “La seconda rivoluzione sessuale”, che sono quelli che hanno portato il gruppo al posto che oggi occupano stabilmente. Un solo brano dall’ultimo “Il sindacato dei sogni”, quella Bengala che, dice Davide introducendola dal palco: “Alcune persone mi hanno detto che sembra una canzone da dopoguerra e quindi mi pare particolarmente adatta a questo momento”, mentre non manca la nuova Quando, scritta durante il lockdown e che, giustamente, diventa la colonna sonora ideale di una circostanza che si vorrebbe davvero potesse rappresentare un nuovo inizio.
Per il resto, tanti  classici, da Il mondo prima a La mia vita senza te, da Occhi bassi a Mio fratellino ha scoperto il rock and roll, per finire con una debordante Di che cosa parla veramente una canzone? e una divertente versione a cappella del brano popolare friulano La tatuata bella, con tutti e quattro che mollano gli strumenti e si mettono a cantare.
Ai fan il compito di inserire questo concerto nel contesto più ampio della carriera del gruppo. Io che non sono un entusiasta e li ho sempre seguiti piuttosto da lontano, mi sono divertito e credo che questo basti.

Su Vasco Brondi bisogna fare un discorso un po’ diverso: la fine de Le luci della centrale elettrica non ha coinciso, almeno per il momento, con l’inizio di una nuova fase della sua carriera, ragion per cui nelle sporadiche esibizioni dal vivo dell’ultimo anno (la prima era stata lo scorso novembre al Barezzi Festival di Parma) si è presentato col suo nome di battesimo e con uno spettacolo fortemente strutturato, dove le canzoni si alternano ai reading dei più disparati autori.
Una nuova veste, questa del cantautore colto, che ha progressivamente sostituito quella del malessere esistenziale e un po’ ribelle che aveva caratterizzato gli esordi e che gli si addice decisamente di più, anche per una mera questione anagrafica. Da questo punto di vista, tralasciare completamente le canzoni dei primi due album risulta del tutto sensato: al di là del ricambio di pubblico che immagino ci sia stato, un certo modo di riflettere sull’esistenza e un certo sguardo sulla realtà lo si ritrova solo da “Costellazioni” in avanti ed è quasi solo nel repertorio più recente che si possono individuare frammenti profetici della narrazione contemporanea che avviene sul palco, sia essa relativa all’India come accaduto lo scorso anno, sia invece il tentativo di trovare qualcosa che esorcizzi le difficoltà di questi “tempi incerti”, così come sta accadendo ora. Ma la verità è che quello di stasera è uno spettacolo fortemente incentrato sulle canzoni di altri. Come se il desiderio di trovare dei punti fermi per navigare nella tempesta, abbia portato a recuperare i miti della gioventù, i maestri, come li ha definiti lo stesso Vasco, quelli capaci di infondere dentro l’altro il sacro fuoco della vita e di instillare in lui la forza di spingersi oltre, di esplorare territori sconosciuti.
Uno di loro, Massimo Zamboni, è qui come ospite e la versione di Annarella che propone funziona anche senza Ferretti, merito senza dubbio di un arrangiamento semplice ma funzionale allo scopo. Ad accompagnare Vasco ci sono infatti gli stessi che lo seguono da tempo: Andrea Faccioli alla chitarra, Angelo Trabace al pianoforte, Daniela Savoldi al violoncello. Un team ben rodato, che dona ai brani un’affascinante impronta cameristica e che mette sempre in risalto i principali nuclei tematici dei singoli episodi man mano eseguiti. Funziona coi pezzi originali e funziona con le cover, che la voce di Vasco (sempre in difficoltà nella dimensione live ma questa sera, bisogna dirlo, molto meglio del solito) sa interpretare con devozione ma senza nessun timore reverenziale. Succede con i suoi amati C.S.I, omaggiati con una bellissima In viaggio, ma anche con i P.G.R. di Cronaca montana, forse il pezzo che più di tutti è risultato spietato nel fotografare il presente, nonché una delle più belle cose della serata.
Persino il rileggere Smisurata preghiera non appare come un atto di presunzione (non felicissima la resa di quest’ultima, però), mentre con Oceano di gomma si omaggiano gli Afterhours, il passato più recente, un gruppo che apparentemente lo ha influenzato meno ma che, se si guarda a quegli anni, è più che comprensibile li avesse nel background.

Prima si stava parlando di ospiti e bisogna dire che questa idea di rendere speciale la serata invitando sul palco colleghi e scrittori è stata vincente ed ha reso più concreta e tangibile la mossa verso gli “invisibili” del settore. Zamboni, prima di congedarsi, ha letto un manifesto del regime dei Colonnelli in Grecia, con un elenco di opere, autori, teorie e discipline proibite, a ricordarci di quanto ogni dittatura voglia innanzitutto negare la domanda sull’esistenza, sostituendola con l’accettazione passiva di una teoria. Può accadere anche oggi? Senza dubbio, anche se la forma, ne sono piuttosto sicuro, ancora non riusciamo a prevederla.
C’è Paolo Cognetti, che ha vinto un premio Strega con “Le otto montagne” e che è da sempre un grande fan de Le luci (sul fronte degli scrittori avrebbe dovuto esserci anche Claudia Durastanti, dato che il suo “La straniera” ha fatto molta compagnia a Vasco durante i mesi di lockdown ma era assente per motivi di salute). Legge una poesia che Raymond Carver scrisse dopo aver incontrato il suo idolo Charles Bukowski (facile, anche a giudicare dal tono dei versi, immaginare che non sia finita proprio benissimo, in termini di livello alcolico) e anche qui, seppure col linguaggio crudo e scurrile che caratterizza i personaggi, si parla di maestri, di vita e di amore.
Poi c’è Francesco Bianconi, che ha scritto un disco bellissimo ma che qui preferisce lasciare spazio a quelle che sono anche le sue influenze: strepitoso il duetto su Magic Shop, altrettanto convincente la rilettura della gucciniana Ti ricordi quei giorni, già apparsa sul web nelle scorse settimane, nell’ambito del progetto “Storie inventate”.
L’impressione, quasi una certezza, è che la voce dei Baustelle sia ormai diventato un cantante di razza e che sia ora perfettamente in grado di compiere quel salto di consapevolezza e di livello artistico che aveva tentato con la band ai tempi di “Fantasma” e che (almeno per il sottoscritto) era miseramente fallito.


Da ultimo, Margherita Vicario rappresenta una sorpresa solo per chi ragiona a compartimenti stagni: l’artista romana non avrà ancora trovato la quadratura del cerchio nella scrittura dei pezzi (troppe idee, molta eterogeneità, alcune cose bellissime, altre trascurabili) ma sa il fatto suo e ha talento da vendere. Molto credibile in Noi non ci saremo, interpretata in modo molto personale ma non fuori luogo e letteralmente strabordante in Mandela, che oltretutto, suonata con piano e violoncello, senza orpelli di sorta, dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere una gran canzone. E sul fronte del repertorio de Le luci?
I brani sono più o meno quelli ascoltati a Parma lo scorso anno e, presumo, più o meno gli stessi di tutto il tour: c’è A forma di fulmine, che apre il concerto (testo più che mai azzeccato, a leggerlo bene), c’è la sempre commovente Le ragazze stanno bene, c’è Qui, c’è I destini generali, l’ormai classicissima Chakra, la sorpresa di Punk sentimentale e, nel finale, Mistica e l’immancabile Coprifuoco, che per il sottoscritto è semplicemente il più bel pezzo che Vasco Brondi abbia mai scritto e che ogni volta che gliela sento fare mi provoca un brivido lungo la schiena.
Prima dei bis, legge la celebre poesia di Mariangela Gualtieri “Io ringraziare desidero”, giusto a chiarire che nulla è dovuto e che tutto ha il suo posto nel grande disegno delle cose, anche questi tempi incerti che stiamo vivendo.
Non sappiamo cosa succederà in futuro ma questa serata ci ha rimesso davanti agli occhi per l’ennesima volta il fatto che la musica, e soprattutto quella dal vivo, è intrinsecamente legata al nostro umano. Comunque si evolva la situazione, sarà impossibile farne a meno.

Grazie a Tamara Boscaino per le fotografie.