I N T E R V I S T A / L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

È una fredda sera di metà ottobre e Lorenzo Semprini mi viene incontro nella Hall dello Spazio Teatro 89 di Milano. Ha appena finito il soundcheck, indossa una maglietta dei Nirvana e ha l’aria comprensibilmente felice: dopo un anno e mezzo abbondante di travagli e stop forzati, sembra che anche la musica dal vivo abbia trovato un po’ di respiro e che si sia pronti a ricominciare in una situazione quanto più possibile vicina alla normalità. Con lui non ci vediamo da diversi anni, probabilmente da uno degli ultimi concerti che i Miami & The Groovers hanno tenuto dalle nostre parti.
44”, il suo debutto da solista, esce a sei anni di distanza da “The Ghost King”, tuttora l’ultimo disco in studio della sua band madre. È un progetto solido, che ha richiesto molto tempo prima di essere completato ma che alla fine suona come il lavoro più maturo e consapevole del musicista riminese. Me lo ha raccontato lui stesso ad un tavolo del bar del teatro, poco prima di quello che a tutti gli effetti può considerarsi un release party, visto che il disco è uscito proprio tre giorni prima. Oltretutto, come lo stesso Lorenzo chiarirà nel corso dello show, si tratta di una data significativa, visto che i numeri 13/10/21 sommati insieme danno proprio 44.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

“Le prime cose le abbiamo iniziate nel 2017 – esordisce – abbiamo controllato proprio oggi. Ho sempre pensato che prima o poi avrei fatto uscire qualcosa a nome mio, e anche che avrei provato a farlo in italiano, anche se in un primo momento i pezzi erano stati scritti in inglese. La prima spinta verso l’italiano è arrivata quando nel marzo del 2020, in pieno lockdown, ho registrato “Siamo rimasti noi”, che è uscita il mese successivo per un progetto benefico, col contributo anche di Paolo Fresu alla tromba. Era un qualcosa che avevo in mente di fare e che per un po’ è rimasto lì, in seguito è diventato una sfida e un’esigenza. Coi Miami inoltre eravamo un attimo in standby e questo ha dunque rafforzato la mia decisione. Il tutto ha preso poi una spinta forte tra 2019 e 2020 e per me è stato un lavoro molto lungo perché i dischi dei Miami li abbiamo registrati sempre molto velocemente”.
La prima novità è stata la presenza di un esterno nel processo di creazione e produzione: “Per la prima volta in vita mia ho collaborato con un produttore, in questo caso Gianluca Morelli: è stato un disco per certi aspetti a quattro mani, tanto che le musiche di tutti i brani sono firmati da entrambi; e poi c’è da dire che il passaggio all’italiano mi ha portato su strade vicine alle cose che facevo prima ma allo stesso tempo molto diverse, quindi la sua presenza è stata fondamentale”.
E l’italiano, appunto, è la seconda novità. Una scelta importante, per uno come lui che, nel solco della grande tradizione americana e nell’appartenenza sonora e tematica al mondo dei vari Bruce Springsteen, Neil Young, Tom Petty, ha sempre privilegiato l’inglese come principale mezzo espressivo. Quando gli faccio notare che il cambiamento ha fatto sì che la sua voce acquistasse sfumature nuove e che in generale pare che abbia cantato molto meglio che nei lavori precedenti, si dice d’accordo: “L’italiano è la mia lingua, quindi è abbastanza normale che certe sfumature, gli accenti, vengano fuori meglio. Diciamo che è sempre stato un po’ il mio pallino ma è una cosa che è sempre rimasta lì, come un desiderio inespresso. Probabilmente adesso sono arrivato ad un punto della mia vita in cui volevo essere completamente nudo davanti agli altri e l’italiano rappresentava il modello espressivo più diretto per poterlo fare. Infatti nelle prime date questa cosa è stata percepita: questa barriera linguistica che c’è sempre stata con l’inglese, per cui la gente non capisce cosa canti è venuta a cadere, il pubblico se ne è accorto e ha reagito di conseguenza. Questo non vuol dire per me rinnegare l’inglese però è anche vero che cantando in italiano ho voluto allargare le sonorità rispetto a quello che facevo prima”.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Non posso non fargli notare che a livello sonoro queste dodici canzoni suonano benissimo, c’è una coesione e una profondità che i dischi dei Miami, per quanto riusciti, non possedevano: “Non avevamo fretta per cui c’è stata una grande cura di ogni dettaglio. Come ti ho detto, si tratta della prima volta che collaboro con un vero produttore, in precedenza avevo fatto solo cose estemporanee, parziali, per cui la sua mano è stata davvero importante. Non bisogna però dimenticare che su “44” hanno suonato ventidue musicisti diversi, tutta gente che ho incrociato nel corso degli anni, con cui c’era già un rapporto di amicizia e di stima. Direi che queste sono state le due carte vincenti: avere loro ma avere anche tutto il tempo di fare le cose che dovevano essere fatte”.
Un processo creativo che, rispetto a quello portato avanti coi Miami & The Groovers, ha presentato alcune differenze: “Aver lavorato molto in studio in maniera così capillare ha fatto sì che ci sia stata la possibilità di scegliere adeguatamente le varie soluzioni e farci suonare sopra i musicisti giusti. Da un lato è bello registrare un disco con una band perché ti permette di dare un colpo unico e ottener un’impronta più omogenea; in questo caso abbiamo invece cercato di mantenere una certa coerenza di suono però dando molte sfumature diverse”.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Passando poi al discorso dei testi, faccio notare che “44” ha una dimensione autobiografica spiccata: dal titolo, che indica l’età dell’autore, alla foto in copertina che ritrae lui da bambino, ad una manciata di testi che hanno evidentemente un contenuto personale, tutto dice di un filo conduttore ben preciso: “Non è un concept ma è senza dubbio un album che va ascoltato dall’inizio alla fine e che se lo fai ti racconta una storia. C’è tanto degli anni dell’infanzia, vissuta non tanto come mancanza, in maniera malinconica, ma come un periodo che è fondamentale per l’evolversi di una persona. Ci sono tante ferite, errori, sbagli che per la prima volta ho messo nero su bianco e quindi è stato un disco molto sofferto, in parte anche terapeutico. C’è un filo conduttore, in effetti: sono io che parlo, anche se magari non sempre le canzoni sono fedeli al 100% a quello che sono io (nei testi mi piace lasciare un po’ di mistero), però c’è tantissimo di quello che sono, di quello che ho visto, di come sono cresciuto e di quello che sono diventato; sia nelle scelte giuste sia in quelle sbagliate. C’è un verso che dice: “Hai provato a cancellare la ferite aperte dentro te”. Tutti più o meno siamo davanti ad un momento della vita in cui ci troviamo davanti a certe ferite, a volte causate da noi stessi a volte dal fato. Quello che proviamo a fare è ricucirle, qualche volta ci si riesce, qualche volta no. Quelle cicatrici, se poi le guardiamo bene, ci aiutano magari non a commettere gli stessi errori ma sicuramente a crescere, a maturare”.
Un disco manifesto, da un certo punto di vista: “Questo sono io, probabilmente con più difetti ed errori rispetto a quello che avrei voluto far vedere agli altri. Però poi si arriva all’ultima canzone (che è stata una delle prime scritte in italiano) “Siamo rimasti noi” che funziona come una specie di invocazione: nonostante tutto, siamo rimasti noi, con questi sogni scalcagnati che proviamo a realizzare nel modo in cui riusciamo. Non abbiamo mollato quell’idea che avevamo da bambini, insomma. Infatti la copertina la vedi: c’è uno sguardo innocente ma allo stesso tempo c’è il sogno, era un’immagine che mi piaceva molto e mi è sembrata particolarmente adatta da essere utilizzata”.

La conversazione ritorna poi sugli ospiti del disco. Tra i tanti che vi hanno partecipato ci sono senza dubbio due canzoni dove il contributo esterno ha un ruolo prevalente:  “Adrenalina” era un brano strumentale che avevamo ma da cui non si riusciva a far venir fuori un testo o un’idea melodica. Mi è capitano di parlarne con Daniele Tenca e lui in un giorno e mezzo o due ha scritto il testo e ha trovato una bella linea melodica. Abbiamo deciso di cantarla a due voci, come puoi sentire, in tutto il pezzo siamo sempre io e lui.” Gli chiedo se sarà sul palco anche lui ma mi risponde di no, che ha una data proprio quella sera, dalle parti di Pavia. È un peccato ma la versione del brano che di lì a poco ascolteremo costituisce lo stesso una gran botta di energia.  
Gospel Rain” invece è stata una delle prime cose che ho scritto, è più nello stile dei Miami perché ha questa impronta Folk molto americana; condividerlo con Vanessa Peters è stato forse quasi casuale perché ci siamo incrociati in quel periodo, però mi piaceva avere un botta e risposta maschile e femminile, in italiano e in inglese, per uno degli episodi che funziona più da cerniera tra quello che sono stato, sono, con Miami & The Groovers e quello che sono in questo album. È dunque un brano importante, in più c’è anche Alex Valle alla Pedal Steel, che dà un bel colore.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Gli chiedo poi di “Un respiro per me”, che è la mia preferita del disco: “Ha avuto una gestazione molto lunga, un grande apporto di Gianluca Morelli per trovare la strada giusta. È un brano che va crescendo e anche dal vivo è uno dei miei preferiti. È quello che idealmente chiude il lato A del disco, dovrebbe tra l’altro essere stampato anche in vinile, ho già fatto il master poi ho avuto un sacco di problemi col lockdown, vedremo. Richiama un certo rock, in effetti. Questo è un disco che in teoria dovrebbe essere intimista però ogni tanto arrivano quelle schitarrate rock che servono, per rompere il mood.
Ed è poi inevitabile passare in rassegna i tre singoli che hanno anticipato il lavoro nella sua interezza: “Ne sono usciti tre: “Lei aspetta” perché volevo ripartire da dove mi sono fermato, cioè dal rock, con un brano corto (comunque in media durano tutti sui tre minuti) e compatto. “Occhi verdi” perché è un brano importantissimo per me, a livello umano. In realtà non lo volevo neanche quasi mettere, perché è molto personale, un pezzo sofferto, però poi Gianluca ha insistito e devo dire che quando l’ho finito mi ha dato una bella sensazione. “Rimini 85” era invece quello che reputavo meno radiofonico, mentre invece nelle radio, nel web sta andando molto bene. Rimini è importante, in tutto il disco, è una città dalla doppia faccia che influenza il tuo processo di crescita; c’è anche il tema del ricordo ma non in modo malinconico, ti porta a tirare una riga di dove sei arrivato con la tua vita e ti porta a pensare che certe estati sono state veramente formative. Ce ne sarà poi un altro ma devo ancora decidere quale.”

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Due scelte particolari sono state fatte riguardo all’uscita: la prima è quella di autoprodursi: “Qualche offerta da piccole etichette ce l’avrei anche avuta ma poi ho pensato che mi avrebbe legato troppo le mani e ho preferito farlo da solo, affidandomi ad altri (in questo caso a Red &Blue) per quanto riguarda la distribuzione”. L’altra novità è sulle date di uscita: in un mondo in cui la piena disponibilità di un disco sul mercato coincide con la sua presenza sulle piattaforme streaming, colpisce che “44” sia uscito prima in versione fisica: “Sulle varie piattaforme uscirà il 18 novembre, che è anche il giorno del mio compleanno. La parte fisica della musica è ancora importante: il cd, il vinile, la copertina, i testi, i credits con i nomi di tutti quelli che ci hanno suonato. Per carità, la musica liquida è altrettanto importante, ma non possiamo fare scomparire la fisicità del progetto. Anche perché, come amo dire da una vita, il pubblico che acquista il disco fisco acquista anche un pezzo del tuo sogno perché ti permette poi di fare questa cosa, che soprattutto di questi tempi non è scontata!”

Su quello che succederà stasera, prima data in assoluto dalla pubblicazione, il programma è ben delineato: le canzoni di “44” saranno tutte quante in scaletta, mi anticipa, ma quello era abbastanza scontato; la curiosità è soprattutto per gli altri brani che verrano inseriti: “Ce ne saranno tre, tutti in italiano. Una è tratta dal repertorio dei Miami, l’altra è una rivisitazione di un brano di Springsteen (ovviamente non ti dico quale!), tradotta in italiano ed anche un po’ rielaborata nella musica; l’ultima invece è una cover di un grande pezzo ma anche qui non te la anticipo, la sentirai. Non li ho scelti solo perché mi piacciono ma perché si inseriscono bene nella storia del disco, non si sente tanto la differenza, né a livello di testi né a livello musicale e questo mi permette di mettere in piedi uno show coeso, che è una delle cose a cui tengo di più”.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Molto interessante anche l’assetto della formazione live, perché con un disco così compartecipato, è inevitabile che anche sul palco ci sia un certo turnover: “La prima data l’ho fatta da solo, sul tetto dell’albergo dove abbiamo registrato “Lei aspetta”; da lì in avanti abbiamo suonato in cinque, in sei, mentre stasera saremo in sette. È un disco che, essendo stato realizzato da tanti musicisti, può essere presentato in forme diverse, ho anche la possibilità di scegliere di volta in volta a seconda delle occasioni. Stasera ad esempio alla chitarra ci sarà Stefano Re, al posto di Massimo Marches che è impegnato altrove. Funziona un po’ come un open project e mi piace. La cosa bella è che non ci sono grossi scossoni nel suonare in cinque o in sette. Vuol dire quindi che è stato fatto un buon lavoro a monte, nei brani. Anche perché, come dico sempre, quando un pezzo sta in piedi piano e voce, è davvero un piacere colorarlo in modi sempre diversi”.

Siamo alla fine, la gente ha cominciato ad invadere il bar dove ci troviamo e si sta avvicinando il momento di salire sul palco. Non posso però lasciare andare Lorenzo senza prima strappargli qualcosa riguardo al futuro dei Miami & The Groovers. Vero che quest’estate hanno suonato un po’ di concerti (anche se purtroppo non si sono spinti oltre la loro Romagna) ma gli anni di inattività in studio e adesso questa avventura solista non sono certamente incoraggianti per una sopravvivenza del progetto. E invece, contro ogni previsione: “Dopo l’uscita di “The Ghost King” ci sono stati degli anni di forzato standby, col fatto soprattutto che Beppe (Ardito, il chitarrista NDA) era impossibilitato ad esserci per motivi di lavoro. Adesso comunque abbiamo già cinque o sei brani abbastanza definiti. Registreremo nel 2022: ci piacerebbe far uscire un singolo a inizio anno e da lì far uscire tre o quattro brani all’inizio dell’estate, per poi far uscire il disco a giugno o a settembre.
Sai, “44” non sarebbe uscito così bene se non ci fossero stati loro, come storia ma soprattutto come persone. Mi hanno dato tutti un grande supporto e alcuni, come Beppe o Marco Ferri (batteria NDA) hanno anche suonato in alcune canzoni. È una cosa bellissima perché di solito funziona che quando uno fa il disco solista gli altri storcono un po’ il naso ma la verità è che loro mi hanno supportato tanto, si sono dimostrati dei compagni di viaggio meravigliosi, non a caso suoniamo insieme da tanto tempo. E quindi non vediamo l’ora di far uscire musica nostra. Tra l’altro è capitato che mi abbiano chiesto, durante i live di quest’estate di suonare “Lei aspetta” coi Miami! È una richiesta che mi ha sorpreso, dal canto mio ho sempre cercato di tenere separati i due progetti ma è anche vero che se c’è l’anima rock che viene fuori non ci si può fare molto…” E poi, come gli faccio notare in chiusura, anche Jerry Garcia e Bob Weir hanno sempre inserito i loro brani solisti nelle scalette dei Grateful Dead.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Si comincia poco dopo le 22, con una particolarmente adatta “Time Will Be The Healer” di Glen Hansard a fuoriuscire dagli speaker, come se fosse un brano trasmesso da un’ipotetica radio libera romagnola. L’attacco è con “La terra brucia” ma è solo una piccola concessione perché poi i brani di “44” verranno suonati in rigoroso ordine di tracklist. La resa sonora è ottima, l’affiatamento dei musicisti è notevole, dopotutto il nucleo centrale proviene dai Bound for Glory, progetto che Lorenzo ha portato in giro tanto negli ultimi anni. Al violino e ai cori c’è Elisa Semprini, che ha suonato anche in studio ma che qui funge anche da sostituta di Federico Mecozzi, anche lui chiamato altrove da una fitta agenda. Importante la sezione ritmica, con Paolo Angelini e Mario Ingrassia a batteria e percussioni che si scambiano spesso di posto ed essendo in due danno una grande spinta e dinamicità ai brani, mentre anche Stefano Re, che pure è al suo primo concerto con questa formazione, appare già perfettamente integrato. A completare la formazione ci sono poi gli ottimi Francesco Pesaresi al basso e Fabrizio Flisi a piano e fisarmonica.
La resa dei vari episodi è ottima, fedele alla versione in studio ma con una marcia in più che solo la sintonia di questi musicisti riesce a dare.

Esecuzione perfettamente simmetrica, lato A e lato B di un ipotetico vinile, con Lorenzo che tra un brano e l’altro parla molto, raccontando la genesi del pezzo e le esperienze legate a questo o a quel testo. È un concerto ma è dunque anche uno storytelling ed entrambe le dimensioni si integrano senza troppi problemi, naturale conseguenza di un periodo strano, in cui vediamo timidi cenni di rinascita ma, allo stesso tempo, si è ancora troppo scettici per crederci davvero.
Tra i due lati, come intermezzo, due delle tre cover anticipate, entrambe suonate da Lorenzo in solitaria: la prima è l’ormai celeberrima versione italiana di “When the Tears Are Falling Down”, dal primo disco dei Miami & The Groovers, un brano dal genuino spirito Folk, in cui il singalong è come sempre assicurato (tra parentesi, è uno dei pochi momenti in cui si canta insieme perché, fatta eccezione per i tre singoli, i presenti hanno avuto decisamente poco tempo per assimilare i nuovi pezzi). La seconda è una rilettura della springsteeniana “Used Cars”, preceduta, come anche il cantautore del New Jersey amava fare quando la eseguiva in concerti, da un gustoso racconto autobiografico con al centro una macchina usata. Bella versione, con un testo reinterpretato ma fedele allo spirito originale ed un mood leggermente diverso nelle intenzioni.

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Nel finale, prima di una “Siamo rimasti noi” che, come da copione, viene dilatata per rendere protagonisti tutti i musicisti e per aumentare l’effetto emozionale, arriva la terza cover: è “Domani è un altro giorno”, originariamente scritta in inglese da Tammy Wynette ma qui proposta nella versione resa celebre da Ornella Vanoni. Scelta inusuale ma assolutamente azzeccata, è stato un altro gran momento.
La colonna sonora dei saluti è poi una “Milano e Vincenzo” sparata a mille, con il pubblico che si dilunga giustamente negli applausi e i sette che, portato a termine il compito, si mostrano felici ed anche un po’ sollevati.
È stato bello rivedere Lorenzo Semprini dal vivo dopo così tanto tempo. Speriamo che “44” vada bene e che sia ascoltato da quante più persone possibili. Per il resto, che il 2022 ci porti, oltre il tanto atteso ritorno totale dei concerti, anche un nuovo disco dei Miami & The Groovers

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan

Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan
Lorenzo Semprini - Spazio Teatro 89 - Foto di Andrea Furlan