R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Come accade sempre più spesso nel mondo della musica jazz l’infedeltà è un dato di fatto. Un musicista non solo transita con noncuranza da un gruppo all’altro ma spesso, come accade nel caso di Omri Ziegele, tiene tranquillamente il piede in più scarpe. Questo sassofonista nato in Israele ma naturalizzato svizzero ha nelle sue possibilità di scelta la big band Billiger Bauer, il duo con la pianista Irene Schweizer – una delle colonne portanti del free jazz europeo – i Noisy Minority e, come in questo caso, i Where’s Africa. Quest’ultimo gruppo, formatosi originariamente in trio con la Schweizer al piano e Makaya Ntshoko alla batteria, ha ora mutato pelle con l’introduzione delle tastiere elettroniche al posto del pianoforte, suonate dall’ottimo Yves Theiler – con cui già nel 2013 Ziegele aveva pubblicato un album – e la presenza alla batteria di Dario Sisera. L’estroso sassofonista di Zurigo – che si fa spesso ritrarre con un turbante colorato sul capo – s’impegna con questi nuovi Where’s Africa nel suo ultimo album That Hat dove lo troviamo alle prese sia con il sax contralto che con il “Nai” – detto anche Ney – che è un flauto di provenienza medio orientale probabilmente originario dell’Uzbekistan. Per inciso Theiler si misura contemporaneamente su due tastiere, una per la mano sinistra dove sistema le linee di basso – si tratta per i più tecnici di uno strumento come il Ketron GP1 – ed una seconda affidata alla mano destra che suona un più classico Rhodes Mark II. Come avrete occasione di ascoltare Theiler è il vero motore armonico e ritmico – ovviamente in questo secondo caso insieme al drumming di Sisera – di questo trio. Per la sua perizia tecnica e per la capacità di riempire il sound del gruppo lo paragono a James Francies, il tastierista che ha suonato nell’ultimo disco di Pat Metheny – trovate la recensione di questo album qui, anche se forse Teller è mezzo punto sotto. Omri Ziegele non è certo un novellino, nei suoi sessantatre anni di vita ha avuto modo di specializzarsi nello studio della musica a Londra e a Boston nel famoso Berklee College. That Hat risulta essere il suo undicesimo lavoro uscito per l’etichetta Intakt Records, una casa discografica indipendente di Zurigo che i lettori di Off Topic già conoscono per aver ospitato jazzisti come Tim Berne, James Brandon Lewis, Fred Frith, Alexander Hawkins e molti altri.

Che tipo di musica possiamo ascoltare in questo That Hat? Ziegele si era posto l’interrogativo di come gli occidentali, gli europei in particolar modo, si immaginassero la musica africana e soprattutto come i musicisti di questa parte del mondo pensavano, in generale, di interpretarla. La soluzione personale trovata da Ziegele si è affidata molto alla valenza ritmica, ricorrendo per lo più a certe abitudini del funky o del jazz-rock e unendo a queste il suono ruvido del suo sax. Ma sbaglieremmo a pensare a queste soluzioni come a banali semplificazioni più o meno stratificate su tutti i brani. Affiorano spesso momenti free o distorti, recitativi in lingua inglese e in ebraico, anarchie percussive, arrovelli di sax che si mescolano a tensioni danzerecce. Insomma, tutto è assai meno prevedibile di quanto certe battute iniziali facciano presagire.

Si comincia con Back home che esordisce con un ficcante tappeto ritmico e il sax che disegna una melodia da cui non vede l’ora di allontanarsi con brevissime digressioni, trilli e appunti volutamente poco lineari. La situazione si normalizza – si fa per dire – però, quando il sax cede il posto al piano elettrico che intraprende un lungo assolo pavimentato da una batteria metà africana e metà jazz. In questi momenti senza sax sembra di ascoltare frammenti dell’Herbie Hancock del suo periodo più…groove, o anche qualcosa dal Chick Corea latino. That Hat dà il titolo all’albume s’impone all’attenzione per la ritmica reggae-rock appena ingentilita da qualche fioritura latina percussiva. Il brano ha molti stacchi e i suoni appaiono decisamente moderni, anche per i bassi di tastiera che brontolano alla base della struttura. L’assolo di sax fa virare il brano verso lidi moderatamente free, anche grazie al fraseggio fluido e convincente di Ziegele. Da questo assolo in poi scendiamo nella profondità del jazz-rock, un vortice che ci tiene comunque ancorati ad un centro gravitario ritmico almeno fino alla metà inoltrata del brano – dura più di nove minuti. Qui le tastiere si distorcono, il mood diventa distopico e il mondo si scopre atonale, anche se il finale fa rientrare tutto nei binari della regolarità. Mother is always in time si presenta con due accordi di tastiera che sorreggono il tema presentato da Ziegele. Questa procedura armonica e ritmica mi ha fatto ricordare addirittura Booker T.& MG’s – chi si ricorda di Green Onions? Si tratta di un blues, comunque, dall’implacabile tempo tagliato, che mantiene un’impronta costante e senza mutamenti dall’inizio alla fine.

Con Carpathian Folk Song entriamo nell’orbita d’un altro pianeta. Ziegele, inizialmente, utilizza il flauto uzbekistano con la veemenza di un fiatista free per poi sparire temporaneamente dalla scena sonora, lasciando che i piatti della batteria e le tastiere strutturino una scenografia idonea. A questo punto ritorna il flauto raccontando malinconie e melodie che provengono dalla notte dei tempi. Lo strumento si fa nebbioso, quasi andino più che balcanico. Il brano si prolunga languendo tra qualche nota glaciale della tastiera ma forse quasi dieci minuti di questa procedura, alfine, paiono decisamente troppi. In Dying with the wind ricompare il timbro pieno del contralto, in quello che sembra la continuazione ideale del brano precedente, con suoni stirati tra note diradate del Rhodes. Quando sembra che il ritmo di base si trasformi in una danza latinoamericana ci si accorge che è solo un’illusione, tutto ritorna nell’incertezza iniziale dopo poche battute. Quest’ultimo, assieme al brano precedente, esce dalla linea guida fin qui proposta, rarefacendosi in misteriose simbologie sonore dai toni oscuri. Wake up on the other side of my heart recupera invece i normali connotati dell’album con un brano che sembra una cumbia colombiana nel quale la voce di Ziegele esprime l’angoscia che si prova a risvegliarsi in pieno clima depressivo, nei giorni in cui batte il lato sbagliato del cuore. You know I don’t know, nobody knows, sembra un pezzo di Ornette Coleman, con un beat costante di basso e Rhodes mentre il sax si esprime tra clangori e vapori metropolitani. Da metà in poi pare di tornare ai tempi dei Soft Machine, si perdono le coordinate ritmiche e armoniche e si viaggia in libertà improvvisativa quasi completa. Verso la parte finale, che è anche la più affascinante, ricompare il flauto sovra inciso e il canto in ebraico di Ziegele mentre il sax e la componente ritmica riprendono una loro logica. Sunflowerpower alleggerisce i pesi con una melodia più aggraziata condotta dal sax in un primo tempo, poi sostituito dal piano elettrico che progredisce in un lungo assolo ballabile sulle percussioni in stile cubano.

Non c’è dubbio che Ziegele e compagni abbiano del materiale interessante tra le mani e che lo sviluppino con tenacia ed estro. Ci sono però dei momenti meno brillanti in cui sembra che Where’s Africa perda il filo del discorso. Il diavolo, come si sa, appare nei dettagli e vi sono talora parentesi un po’ nebulose, rendendo le idee complessivamente un po’ appannate. Ma quando la musica esce dai suoi momenti enigmatici tutto ritorna, per nostra fortuna, a scorrere con naturalezza.

Tracklist:
01. Back Home
02. That Hat
03. Mother Is Always in Time
04. Carpathian Folk Song
05. Dying with the Wind
06. Woke Up on the Other Side of My Heart
07. You Know, I Don’t Know, Nobody Knows
08. Sunflowerpower