A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Rob Mazurek è una vecchia conoscenza di Novara Jazz ed è stato un gran bel colpo averlo nuovamente in città per due concerti, di cui il primo questa mattina nel bel giardino di Palazzo Natta con Damon Locks per il progetto New Future City Radio. Le spurie sonorità urbane, ormai non solo delle metropoli statunitensi, Chicago in testa, ma anche della banlieu parigina o delle periferie londinesi, che passano attraverso i suoni mutanti trasmessi dalle boombox, ma anche dal rap che fa da sottofondo musicale di molte realtà giovanili, fanno parte del materiale di questo breve ma intenso set di Rob Mazurek, materiale sul quale egli interviene con la sua tromba o con la cornetta, spesso acida e quasi stridula, galatticamente solitaria, ma che perfettamente si amalgama con i suoni elettronici elaborati da Damon Locks. Insieme agli strumenti tradizionali ed elettronici, un ingrediente importante di questo progetto è certamente la voce di Rob, salmodiante come può esserla quella di uno sciamano (urbano) e intensa ed emozionante come quella di un officiante che chiama il suo popolo alla preghiera. Qui forse la preghiera è laica, ma si tratta pur sempre di una spiritualità pura; lo risentiremo questa sera con la Exploding Star Orchestra.

Nel pomeriggio intanto, si fa il pieno di chicche con il flauto solo di Nicole Mitchell nell’algido, ma fascinoso cortile di Palazzo Bellini (quello della “fatal Novara” di risorgimentale memoria). E poi il flauto della Mitchell che è davvero spettacolare, inframezzato dalla sua voce e da un’elettronica discreta, ma fondamentale per dare una connotazione tutta nuova ad uno strumento di tradizione. Come spesso accade nel jazz di ricerca, anche il sibilare del fiato va a far parte del brano, ma qui sembra proprio che il fiato sia una parte dello strumento (a fiato non per nulla) con una connotazione come di elemento della vita e non solo della musica. Del resto è evidente anche da quell’accenno di “canzone” dove la Mitchell pronuncia un ecologissimo “no trees, no breeze”. C’è anche spazio per una sperimentazione ardita, nel finale di concerto, con un utilizzo più accentuato dell’elettronica.

Secondo gioiello del pomeriggio di Novara Jazz il pianoforte solo di Angelica Sanchez nel solco della tradizione, ma non senza qualche incursione nella ricerca più esplicita. Un pianoforte dai toni profondi e dalle note basse, pieno, corposo, elegante con inserti di atonalismo sempre discreti, mai predominanti. Penultimo concerto della giornata al Castello con il Gabriele Mitelli Trio + Joe McPhee ai sax: John Edwards al contrabbasso, Mark Sander alla batteria e Gabriele Mitelli alla tromba. Inutile dire che il folto pubblico è pronto ad essere tramortito da una possente bordata di Free jazz in versione XXI secolo: e così è stato senza che nessuna aspettativa andasse delusa. Gabriele Mitelli perfettamente a suo agio con i mostri sacri che ha dinnanzi, armeggia con l’elettronica e lancia sciabolate di tromba. Il flusso di musica va avanti per quasi un’ora filata tra montagne russe di suoni possenti e con degli impensabili momenti di pace, portati avanti dal sax di Joe McPhee che diventa improvvisamente docile, dolce e pacato. Emozione a mille per questo penultimo concerto.

E quindi, in serata, con il concerto della Exploding Star Orchestra di Rob Mazurek siamo alla conclusione della seconda giornata del lungo weekend cittadino. Ha fatto bene Riccardo Cigolotti all’inizio del concerto a leggere le parole dello stesso Mazurek che ricordano l’origine non già della sua musica, ma piuttosto l’origine dell’energia che anima la sua musica, cercata tuffandosi nelle acque energetiche alla confluenza del Rio Negro e del Rio delle Amazzoni, dove Rob ha cercato una sorta di ispirazione, che ha successivamente trasformato in questa sorta di magnetismo esotico che è il nerbo di molte sue composizioni. E bisogna dire che la parte “amazzonica” della lunga suite presentata questa sera è davvero sublime. Molto emozionante il grido verso il cielo per Jamie Branch, lanciato da Nicole Mitchell sul finire di un brano; ricordiamo che Jaimie faceva parte dell’Orchestra e che è venuto a mancare da qualche mese. Finisce così, con scroscianti applausi del pubblico folto e attento, l’ultimo concerto di una intensissima giornata.

La Chiesa di San Giovanni Decollato ad Fontes ha ospitato il primo concerto nell’ultima giornata di Novara Jazz. Si tratta del concerto di Veryan Weston sull’organo Biroldi, recentemente restaurato, con una composizione appositamente creata per il Festival: si tratta di “Tessellation V for Tracker Action Organ – The Sacred Geometry of Sound.” Ed è subito incanto quando le canne dell’organo cominciano a veicolare l’aria. Una composizione assai articolata, basata sulle scale pentatoniche e molto variegata, che restituisce sonorità non proprio consuete per un organo chiesastico.
Il secondo concerto della giornata è il “solo” di Adam Pultz-Melby all’interno della Galleria Giannoni e, “comme d’habitude” dinnanzi al quadro di Filiberto Minozzi, “Sinfonia del mare” del 1909. Un assolo che definire molto particolare sarebbe dire l’ovvio. Adam Pultz-Melby, danese che vive e lavora a Berlino, dall’aspetto ascetico stupisce subito il foltissimo pubblico con una meditazione yoga pre-concerto. Ma quando le corde del contrabbasso cominciano a vibrare lo stupore è ancora maggiore: poche note dalla durata infinita, ripetute è leggermente variate. Si potrebbe definire una struggente ripetizione che sembra non avere fine. Corde fatte vibrare fino ad esaurirne ogni possibilità.

Poi si passa al primo concerto del pomeriggio che è un altro “solo” quello di Joe McPhee, nella Chiesa del Carmine nel cuore di Novara. Prima però la consegna della “Chiave d’oro” di Novara Jazz al grande sassofonista applauditissimo dal pubblico. C’è poco da dire, quando Joe prende tra le mani il sax la magia prende corpo. Per dire la verità prima di suonare Joe McPhee fa il predicatore (nel miglior senso della parola) toccando temi che vanno dalla libertà al “climate change”, ma poi quando è il sax a “parlare” la poesia diventa palpabile. Si dirà che l’unica musica adatta ad una chiesa sia la musica sacra, ma in realtà qualsiasi musica, ad alto tasso di spiritualità, potrebbe essere accolta in un luogo di preghiera e il free jazz ha in sé un alto tasso di spiritualità con Joe McPhee che ne è stato e ne è ancora uno dei massimi interpreti.

Ritmo infernale quello di Novara Jazz, dopo neanche un’ora da Joe McPhee, ecco il Mitelli Avery Flaten Trio nel giardino della soprintendenza di Novara. Qui siamo nel campo della sperimentazione stretta con un rumorismo elettronico diffuso e che dialoga magnificamente con gli strumenti: il contrabbasso di Ingebrigt Håker Flaten, la batteria di Mikel Patrick Avery e la tromba e la cornetta di Gabriele Mitelli (oltre l’elettronica appunto). Da come è stipato il pubblico si comprende che il Festival ormai ha una platea che travalica l’ambito locale. É lo stesso pubblico, ma ancora più numeroso che si ritrova nel magnifico Chiostro della Canonica del Duomo per i Chicago/Sao Paulo Underground con ancora una volta Rob Mazurek alla tromba elettronica e sonagli vari, Chad Taylor alla batteria e Mauricio Takara alle percussioni. Roboante e intenso, come sempre, il loro sound dove la batteria propone ritmi massicci e la incomparabile voce di Rob lancia nello spazio del chiostro urla liberatorie e/o propiziatorie di religioni sconosciute.

Tutto prelude ad un finale fatto di ritmi indemoniati e nello stesso modo possono essere definiti quelli di BCUC ovvero da Soweto, South Africa. Basta vedere le gigantesche congas e le due grancasse posizionate sul palco del Broletto per immaginare di che morte dobbiamo morire, anzi forse di che esplosioni di vita ci tocca vivere. Il pubblico resiste al primo pezzo, ma al secondo è già scatenato in danze (pseudo tribali), mentre Zithulele ‘Jovi’ Zabani Nikosi urla la sua vitalità dal palco nei più disparati dialetti parlati in Sudafrica. Energia, tutta e pura energia. Si chiude così in maniera, per così dire dionisiaca, l’edizione del ventennale del NovaraJazz Festival che ha messo in campo tutta la potenza di fuoco di cui era capace. Ma siamo pronti l’anno prossimo a stupirci ancora…

Foto © Emanuele Meschini


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