R E C E N S I O N E
Recensione di Arianna Mancini
Un nuovo capitolo sonoro. Proseguiamo la nostra esplorazione della cangiante foresta multi-fonica ad ampio spettro del collettivo della Tigre. Sempre generoso nel regalarci fascinazioni percettive, riflessioni, viaggi sonori attraverso il globo e nelle molteplici sfumature che la musica può avere. Dopo aver sondato le duttili ampiezze di Scenario (2022), oggi ci addentriamo nella scoperta di Habitat, quarto album in studio d’inediti dei C’mon Tigre, in uscita il 24 novembre per Intersuoni.

Il titolo in sé desta un’incontenibile curiosità. Chi conosce il modus operandi delle Tigri è già pronto a scartare il vinile preso in pre-order, adagiarlo sul piatto, mettere in pausa il mondo ed iniziare il viaggio. Con loro i percorsi non sono mai unidirezionali, le dimensioni dello spostamento si espandono e si intersecano. Come menzionato nella recensione dedicata a Scenario (la trovate qui), da sempre il loro processo creativo si estende anche alle arti visive e all’animazione cinematografica, punto d’incontro con rilevanti collaborazioni e importanti riconoscimenti.
Ma torniamo un attimo al titolo, o se vogliamo dare più ampiezza a questa riflessione, ai titoli della loro trascorsa discografia. A parte il primo album omonimo, C’mon Tigre (2014), ovvio incipit di presentazione, Racines (2019) e Scenario (2022) ci portano lì, in quel non-luogo che è il luogo per eccellenza e che ci parla di moltitudini, mondi e anime. L’habitat nelle sue accezioni note è l’ecosistema o un contesto sociale, ma qui il termine si tinge di nuove sfumature ampliandone il significato. Si espande alla musica per rendere tangibile l’interconnessione culturale fra paesi solo apparentemente lontani fra loro. Mette radici dentro l’animo umano, un habitat interiore che viene sondato in varie fasi e circostanze dell’esistenza. A tale proposito, la descrizione data dalle due Tigri spicca d’intensità: «Habitat non è solamente un disco, è una celebrazione dell’intricata danza dell’esistenza e dell’armoniosa coesistenza di tutte le diverse forme di vita».
In questo nuovo percorso, con il duo troviamo la sua consueta famiglia allargata: Mirko Cisilino (tromba, trombone, corno francese), Marco Frattini (batteria), Eloisa Manera (violino), Pasquale Mirra (xilofono, xilofono elaborato), Daniela Savoldi (violoncello, viola), Beppe Scardino (sax baritono, sax tenore, sax contralto, flauto, clarinetto basso, clarinetto basso elaborato). Il gruppo, in alcuni brani, si arricchisce con le voci di altri ospiti: Seun Kuti (musicista e cantante nigeriano) che oltre alla voce ci regala un suo assolo di sax, Arto Lindsay (compositore, chitarrista e cantante statunitense), Xênia França (cantautrice brasiliana), e Giovanni Truppi (musicista e penna creativa del panorama indipendente italiano). A loro si affiancano Valeria Sturba (compositrice, cantante, polistrumentista) ai cori e Danny Ray Barragan, aka DRB, componente del collettivo californiano Drumetrics; collaboratore di vecchia data che dona il suo tocco dietro alle pelli in vari brani e nel pezzo più funky soul dell’album (SixtyFour Seasons).
I territori sonori si muovono nelle loro tipiche atmosfere cosmopolite ed electro-jazz influenzate dalla cultura africana, con un nuovo focus incentrato sulla musica sudamericana, sulle melodie del Brasile e del suo mondo strumentale e vocale variopinto, evocato da ritmiche del samba e del forró; con un omaggio a Chico Buarque (Goodbye Reality), uno dei più grandi cantautori della musica popolare brasiliana. Una varietà di idiomi dipinge i testi, che si articolano fra inglese, portoghese, italiano, spagnolo, talvolta mescolandosi anche all’interno dello stesso brano.
Ciò che caratterizza da sempre il Collettivo della Tigre è il suo occhio attento sul mondo in ogni suo aspetto. Un approccio di spessore che comprende la costante attenzione alla connessione fra gli esseri umani, aspetti sociali, politici ed ambientali. In Habitat lo sguardo va ancora più a fondo, trovando il suo centro nell’essere umano. Nei nove brani che compongono il disco, si canta del bisogno di astrarsi dalla realtà, della scoperta del sé, della trasformazione, di alienazione e senso di non-appartenenza, di squallidi meccanismi di controllo, di forza interiore, del bisogno di trovare una propria identità, processi inconsci, gentilezza ed apertura all’altro. Il senso di empatia del collettivo si effonde sia nella scrittura lessicale del brano che nel componimento musicale. Più volte concetti aspri e difficili vengono veicolati con strutture sonore e parole che, pur essendo comprensibili, non fanno male.
L’apertura è affidata a Goodbye Reality: un incipit strumentale si snoda per quasi due minuti in cui i fiati e la sezione ritmica pulsano di trascinante ed elegante sensualità. È come seguire il Bianconiglio ed entrare in un mondo bizzarro che prende vita da un disegno: una pianta parla, i pesci volano nel cielo, i lupi cantano con voci da pecora. Un samba sinfonico incensato di fantasia e libertà che ci introduce alle nuove coordinate sonore dell’album. Per non perdere il contatto con l’immaginifico, suscitato dal brano precedente, guardate il video d’animazione di The Botanist, diretto da Jules Guerin. Il brano ospita Seun Kuti, alla scrittura e voce. La visione ed i ritmi afro-brasiliani, uniti insieme, sprigionano colori ed energia per accogliere e mettere in opera il messaggio: «Plant that seed inside your mind/ Plant that seed inside, watch it grow […] Be the gardner of your precious mind». È un inno alla creazione ed al cambiamento.

Con Nomad at Home ritorniamo sull’asse terrestre con mutate sonorità. Echi di Medio Oriente spiccano, intrecciandosi al tappeto elettronico. La voce effettata, non solo dalla malinconia, racconta una storia di mancanza e di non-appartenenza. I fiati nel loro apparire amplificano l’atmosfera. Un brano oscuro con delle ritmiche ipnotiche. Velocità e lamento, è un’odissea della ricerca.
La puntina continua a scorrere nei solchi del vinile ed in chiusura del lato A veniamo avvolti da una ballata crepuscolare: Keep Watching Me. Il testo scritto con Arto Lindsay fluisce fra inglese e portoghese, la sua voce ci porta con dolcezza in una terra di nebbie. Il dialogo fra gli strumenti la segue con tinte di classicità essenziali e raffinate: nel suo essere discreta la chitarra elettrica si incontra con una seconda voce, per dare poi spazio alla drammaticità degli archi, alla malinconia dei fiati raccolti in un timido abbraccio della sezione ritmica.
SixtyFour Seasons, si apre così il lato B del vinile: con un’esondazione di ritmiche trascinanti costruite su echi soul, incursioni funky, il tocco di DRB ti entra nel sangue: «Do you feel a little broken?». Non mollare, riprendi in mano la tua anima e segui il ritmo.
Da ritmo ad altro ritmo, Teen Age Kingdom, primo singolo uscito, ci immerge in una fluidità elettronica ed esotica. Drum machines e synth sembrano tingersi di una venatura acustica, grazie alla voce di Xênia França che ha partecipato alla scrittura del brano, e che con il suo velluto canoro, dedica pensieri ai più giovani, alla loro difficoltà di trovare il loro vero sé in una società che propone modelli irraggiungibili.
Con Odiame si torna indietro nel tempo. Questo brano è la loro prima cover, il testo è tratto da una poesia di Federico Barreto, con la musica del compositore Rafael Otero López che ricorda il cantante ecuadoriano Julio Jaramillo, che lo rese famoso in patria. Uno sguardo al folklore e alla tradizione fra Perù ed Ecuador, rivisitato con sonorità più vicine ai nostri giorni. E ora, altro cambio di prospettiva con: Sento un Morso Dolce, che si palesa con le parole e per voce di Giovanni Truppi. Come un paziente disteso sul lettino del suo psicoanalista, lui si abbandona ad un flusso di coscienza elettronico dai ritmi frenetici e frastornanti. Basta un passo e ci sei dentro pure tu: attento a quella tigre lampeggiante!
Na Dança das Flores ci traghetta verso il termine dei solchi, potrebbe essere la colonna sonora di fine serata in qualche localino di nicchia situato fra San Paolo, Tokyo e Berlino. Sonorità soffuse di liquidità elettronica si mescolano a venature latine, invitando l’ascoltatore ad aprire l’anima all’accoglienza e agli altri come in una magica danza dei fiori.
Sin dal primo album si sono presentati così: «C’mon Tigre sono due persone. C’mon Tigre è un collettivo di anime». Questa moltitudine di spiriti aperti continua a nutrire la fiamma del viaggio e della sperimentazione che non si placa. Così facendo cresce sempre più rigogliosa come i semi di The Botanist. Habitat è lo splendore concreto di questo germogliare evolutivo. L’elemento che più cattura l’ascoltatore è che li riconosci al primo ascolto, hanno ormai un tratto distintivo nel loro DNA sonoro, che evoca le loro radici, ma allo stesso tempo custodisce nuove gemme. Quella sorta d’incantesimo che è fulcro di suoni in mutamento, che attinge semi dal futuro, dal non detto, in un continuo processo di trasformazione. Colpisce proprio lì, dentro, nelle fessure dell’essere, rendendoli un progetto artistico imprevedibile e magnetico. Teniamoli sempre d’occhio!
Tracklist:
01. Goodbye Reality
02. The Botanist (feat. Seun Kuti)
03. Teen Age Kingdom (feat. Xenia França)
04. Sixty Four Seasons
05. Nomad At Home
06. Odiame
07. Sento Un Morso Dolce (feat. Giovanni Truppi)
08. Na Dança Das Flores
09. Keep Watching Me (feat. Arto Lindsay)
Photo © Margherita Caprilli


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Rispondi a C’mon Tigre @ TPO, Bologna – 10 febbraio 2024 – Off TopicAnnulla risposta