R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il ricordo del grande sassofonista argentino Gato Barbieri è ancora ben vivo a distanza di sette anni dalla sua morte. Nel 2021, proprio su Off Topic, ci occupammo del tributo dedicatogli dal pianista Giovanni Guidi con Ojos de Gato – vedi qui sia la recensione che le note biografiche sullo stesso Gato Barbieri supportato in quell’occasione, tra gli altri, dal sassofonista statunitense James Brandon Lewis. Oggi come allora, con l’album del cinquantaduenne fiatista milanese Germano Zenga, Gato! An Evolving Idea, Barbieri viene onorato non tanto da un semplice omaggio ma da un’invenzione vera e propria per cui, accanto alla riproposizione secondo una veste ovviamente riadattata dei brani dell’argentino – soprattutto quelli che appartengono al periodo più politicizzato degli anni ’60 e ’70 – sono presenti altre tracce composte da Zenga stesso con la compartecipazione dei musicisti che l’accompagnano. Se Brandon Lewis, nel disco di Guidi, aveva prestato particolare attenzione nel presentare le timbriche del suo sax in maniera molto simile a quelle di Barbieri, Zenga sembra procedere con più libertà, sempre nel rispetto delle tematiche originarie, seguendo una propria, personale linea esplorativa, evitando d’infilarsi in uno sterile schema di possibili confronti e proponendo la musica del suo ispiratore secondo un’angolatura più disinvolta e contemporanea.

Zenga non ha un grande parco di pubblicazioni come titolare alle spalle – ricordo Tide of Dreams (2010) come Germano Zenga Quartet e il più recente Changin’ Balance (2014) con G.Z. New Quartet – ma c’è da sottolineare la sua militanza con l’Artchipel Orchestra di Ferdinando Faraò – che in Gato! è presente alla batteria – e la collaborazione con il Quintetto Lo Greco come esempi di una ben rodata vitalità creativa e concertistica. La meditata costruzione della musica di questo album, sulle orme già note del musicista sudamericano, vive in parte di una lettura sinottica ma in altra parte germoglia per conto proprio, fiorendo in un autentico disvelamento espressivo caratterizzato a volte da pensose tensioni armoniche e aiutato in questo dai sodali dello stesso Zenga, in modo particolare Luca Gusella e il suo vibrafono che a tratti arricchisce il tutto con morbidi e gradevolissimi assoli. Zenga non ha l’intenzione rabbiosa di certe circonvoluzioni fraseggiate e taglienti che usava Barbieri ma stiamo parlando di tempi e luoghi diversi. In alcuni momenti, come in Sombra de Gato, l’Autore sembra trovare frasi scarne e rilassate, un mood caratterizzato da coloriture timbriche sviluppate sempre sul filo di una sottile sensazione malinconica. L’impressione è che il sassofonista milanese cerchi di cogliere, nella personalità di Barbieri, quell’anima appassionata legata alla terra, ai contadini, al popolo più minuto dell’Argentina che costituisce uno dei nodi psicologici principali del musicista sudamericano. La rielaborazione del materiale di Barbieri non è solo, quindi, l’aspetto principale di questo album ma è presente in più un’interpretazione soggettiva di un certo moto dello spirito, quel peculiare modo di intendere il jazz – finalmente, mi vien da aggiungere, un album di jazz che non si nasconde per quello che è – avente a che fare con un mondo latino melodico e passionale, uno stigma importato alle nostre latitudini che funziona emotivamente allo stesso modo sia con Barbieri che con il soffio del sax di Zenga. Oltre all’Autore, in Gato! suonano il già citato Luca Gusella al vibrafono e alle percussioni, Danilo Gallo al contrabbasso, alla balalaika bassa e al flautino con Ferdinando Faraò alla batteria e alle percussioni. Ospite d’onore il trombettista Enrico Rava, qui al flicorno.

Il primo brano che incontriamo è Merceditas, tratto dall’Lp Bolivia, che Barbieri incise nel 1973. Rispetto all’originale manca l’introduzione libera di sax – la primera – e l’andamento generale è meno aggressivo e più riflessivo. La ritmica, con il suo intreccio di contrabbasso e batteria punteggiato dal vibrafono, fa un gran lavoro per permettere l’accomodamento del sax sulle pentatoniche per poi introdurre l’orecchiabile progressione per quarte discendenti dal carattere molto latino. Una lunga sistemazione modale permette l’escursione libera dello strumento di Zenga che senza strafare lavora non tanto e non solo sui fraseggi ma anche sulle avvertibili emissioni di fiato e sui suoni accessori che ne conseguono. Quando sembra che il brano vada a terminare, disperdendosi in lontananza in rivoli ritmici e sulle ali di un cordofono, riprende la parte ritmica iniziale e viene riproposta la progressione discendente di cui sopra. Antonio das Mortes proviene dall’album The Third World del 1970 e il titolo si riferisce al personaggio principale del film omonimo di Glauber Rocha, premio a Cannes nel 1969 per la miglior regia. L’inizio è molto dolce, affidato alla balalaika – presumo – di Gallo e con le suggestive note di flicorno di Rava, mentre l’originale iniziava da subito con una base ritmica e un paio di accordi pianistici oscillanti tra il I e il II grado minore. Dopo l’ingresso delle percussioni e un contrabbasso che segna il passo come in un’anomala tarantella, il brano resta sospeso sopra un unico modo armonico con un dialogo serrato tra sax e tromba, almeno fino a quando non arriva la tipica melodia che si svolge in progressione discendente. Se nel brano originale si avvertiva l’accanimento free del sax di Barbieri, qui si lavora sulla misurata dialettica tra i due strumenti a fiato. Hamba Khale, che in lingua Zulu significa “addio”, è un nostalgico brano composto da Abdullah Ibrahim che compare per la prima volta in un disco inciso a Milano nel 1968 dalla coppia Barbieri-Ibrahim ma che troviamo anche in altre edizioni, persino con tonalità d’impianto diverse. La melodia, molto suggestiva, viene assolutamente rispettata e l’improvvisazione di Zenga è morbida e avvolgente, intrecciandosi con le leggere note del vibrafono, nel contesto caldo del supporto ritmico di Gallo e Faraò.

Il brano che segue, Lost Tango, è un rifacimento non pedissequo dell’ultrafamoso tango parigino, con il sax che ripercorre la melodia conosciuta tra gli intensi soffi di flicorno. Segue un lungo, sontuoso assolo di Gusella al vibrafono, prima che la corrente musicale s’interrompa e venga concesso a Rava un meritato, visionario assolo che finirà per incrociarsi in una dimensione free con il sax di Zenga. Da qui in poi la melodia che abbiamo in mente verrà definitivamente a disperdersi in una dimensione globalmente trasfigurata. Con Sombra de Gato si esce dalle composizioni di Barbieri per allacciarsi a quelle di Zenga. Come già accennato poco sopra, non ci si allontana dal clima argentino ma il sax ne fa avvertire la continua presenza, pur liberando una vena di assoluta personalità sonora e timbrica, inducendo una compartecipazione tranquilla dell’ascoltatore che resta coinvolto e ammaliato anche dalle presenze solistiche del vibrafono e del contrabbasso. La continua dispersione poliritmica impostata da Faraò distilla i tempi, legando tra loro tutte le altre uscite strumentali. A mio parere, il brano migliore dell’intero album. El Gato uscì originariamente in un Lp omonimo del 1975, registrato con una super-formazione che includeva tra gli altri Ron Carter al contrabbasso, Hank Jones al piano e Oliver Nelson al sax contralto. Zenga ne propone una versione senza flauto – suonato nell’originale da Romeo Penque – per cui, dopo l’esposizione del tema, ne ammorbidisce i toni originali, improvvisando brevi segmenti fraseggiati e muovendosi su un contrabbasso che agisce con la stessa libertà. Pian piano la tensione sonora aumenta, senza però farsi parossistica, anzi, andandosi poi a riprendere il tema conduttore. Segue il vibrafono in assolo con una convincente parentesi triadica condotta da Gusella, Gallo e Faraò. Mimi’s Dream è un accorato, quasi romantico brano composto da Zenga e mirabilmente suonato dalla coppia Gusella-Zenga. Un colloquio in cui domande e risposte si compenetrano le une alle altre ma rimangono all’interno di un’ampolla solitaria, in un rapporto che resta svolto tra due soli strumenti. Un’impressione strana è che questo brano sembra richiamare maggiormente un’estetica di vuoto, il senso di una mancanza più che alludere ad un riempimento significante. El Pampero viene da un disco live di Barbieri registrato al Montreux Jazz Festival nel 1971. Nella versione di Zenga si parte con un magmatico tappeto ritmico e percussivo, dove si avverte il flautino di Gallo che si sostituisce, rispetto alla versione originale, al caldo suono del sax di Barbieri. Poi emerge anche lo strumento di Zenga ma l’atmosfera mantiene qualcosa di popolare e di bucolico. Ci si mantiene comunque piuttosto lontani dai rabbiosi morsi del sax originale. Si finisce così, ritornando all’immersione nel ribollente vortice percussivo che aveva aperto il brano. Tupac Amaru viene estratta dall’album del musicista argentino Fenix del 1971. Tupac Amaru, il cui vero nome era Josè Gabriel Condorcanqui, fu il leggendario capo di una rivolta indigena peruviana contro il potere spagnolo nel XVIII° secolo. Oltre un secolo più tardi, nel 1982, fu fondato un movimento rivoluzionario d’ispirazione marxista-leninista peruviano che portava il nome dell’antico eroe indipendentista. L’inizio di questo brano sembra quasi in continuità con quello precedente per via dell’insieme di ritmi che lo compongono. Il sax di Zenga mantiene comunque un suono personale e contenuto nonostante la parentesi più free presente nella seconda parte. Altro dialogo interessante si apre tra il vibrafono e la batteria di Faraò che trova il proprio spazio nella parentesi finale del pezzo. La Musica No Se Puede Explicar ospita l’intervento vocale registrato dello stesso Barbieri che avverte, in questo breve frammento improvvisativo praticato da tutti gli elementi del gruppo, che la musica, essendo una cosa magica, non si può spiegare. E forse, nonostante il da farsi dei numerosi recensori professionisti e no, potrebbe aver proprio, alfine, ragione.

L’universo di Gato Barbieri, almeno quello del periodo storico scelto da Zenga, possedeva una semantica relativa ai tempi, quindi delle tessiture sfuggenti ma una parte improvvisativa molto calda ed agguerrita. Zenga si scava uno spazio più soft, maggiormente orientato verso una riflessione sul suono e sulla creatività dell’artista sud-americano. Il risultato è un ibridismo linguistico di notevole fattura, un atto di rispetto e d’amore in cui il quartetto di Zenga lo si vede lavorare con grande spessore e dedizione. Mi stupisco che questi musicisti, il loro leader in primis – escludiamo ovviamente Enrico Rava – non abbiano tutta la visibilità che secondo me abbondantemente meriterebbero.

Tracklist:
01. Merceditas (08:31)
02. Antonio das Mortes (06:06)
03. Hamba Khale (04:30)
04. Lost Tango (06:56)
05. Sombra de Gato (09:34)
06. El Gato (06:28)
07. Mimi’s Dream (04:51)
08. El Pampero (07:31)
09. Tupac Amaru (07:24)
10. La Musica No Se Puede Explicar (01:00)

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