R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non usa formule facilmente ripetibili, il sassofonista britannico John Surman. Con i suoi ottant’anni d’età e almeno sessanta di carriera, di lui possiamo raccontare tutto, tranne che nella sua vita, come musicista, non abbia sperimentato le più eclettiche combinazioni strumentali suonando con i migliori artisti di mezzo mondo. Attraverso i corsi seguiti presso il London College of Music e con le prime esperienze londinesi all’inizio dei ’60, tra cui le esibizioni a fianco del pianista Mike Westbrook e del suo gruppo, Surman giunge alla sua prima incisione ufficiale per l’etichetta Deram nel 1969, fino ad arrivare all’esordio presso ECM dieci anni più tardi con Upon Reflection (1979). L’avventura musicale di Surman ha toccato, con disinibita noncuranza, vari stili e diversi aspetti espressivi, non ultimo le collaborazioni con la danza contemporanea, con il teatro, la radio, la Tv e la musica corale. Ma forse è proprio con l’etichetta tedesca di Eicher che il suo suono si è, diciamo così, maggiormente caratterizzato. Le sue note, spesso allungate e immerse in una limpida chiarezza timbrica, dimostrano la padronanza nell’emissione di fiato e la fluidità dei fraseggi, qualità che l’hanno via via allontanato sempre di più dallo stereotipo del sassofonista di stampo statunitense e gli hanno conferito uno stile riconoscibile molto personale.

Del resto in tutti questi anni dal suo esordio discografico, Surman ha avuto l’opportunità di suonare con musicisti di grande caratura come John Taylor, Terje Rypdal, Jack De Johnette, Dave Holland, Paul Bley, Gil Evans, John Abercrombie, John McLauglin ecc… solo per nominarne alcuni tra i più conosciuti, senza dimenticare la lunga collaborazione con la cantante norvegese Karin Krog. Nell’affinare la propria arte strumentale, oltre alla composizione, sono convinto che un importante ruolo l’abbiano avuto proprio i numerosi e diversificati partner con cui si è accompagnato, dovendosi di volta in volta misurare a stili e a personalità molto dissimili tra loro. A distanza di sei anni dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro per ECM, Invisible Threads, Surman si ripropone ai sax – soprano e baritono più il clarinetto basso – in quartetto con il vibrafonista americano Rob Waring già presente nel sovracitato album e anch’egli, come lo stesso Surman attualmente residente ad Oslo. Alla batteria troviamo Thomas Strønen – di cui Off Topic si è recentemente e indirettamente occupata recensendo l’ultimo album di Sinikka Langeland, leggi qui – e inoltre ritroviamo uno dei miei chitarristi preferiti, Rob Luft, anch’egli oggetto d’attenzione da parte di Off Topic – potete leggere qui la recensione della sua ultima opera da titolare. L’album di cui ci occupiamo in questo contesto ha un titolo emblematico, Words Unspoken. Le parole non dette sono un universo di sensazioni e riflessioni che quotidianamente evitiamo di manifestare per il quieto vivere o perché più semplicemente non sappiamo cosa dire. Alle volte, effettivamente, le parole sono insufficienti, soprattutto quando si deve esplicitare uno stato d’animo o un sentimento particolarmente complesso. Ma come spiega lo stesso Surman nelle note allegate al disco, in questo specifico contesto le parole non pronunciate alludono in parte ai pensieri e alle immagini individuali sviluppate durante l’ascolto musicale da parte del pubblico, elaborazioni percettive che hanno sempre incuriosito l’Autore – e presumo anche più o meno tutti gli altri creatori di opere d’arte – per la loro imprevedibile varietà. Ma d’altra parte si fa riferimento anche alla comunicazione non verbale e quindi intuitiva che si stabilisce tra gli artisti stessi, soprattutto tra chi presenta le composizioni e chi le dovrà elaborare musicalmente, come ad esempio i musicisti che accompagnano Surman in questo album. La musica di Words Unspoken procede sui binari di una certa, rarefatta tranquillità in stile e nelle aspettative già segnalate tradizionalmente dalla produzione ECM. Ma non si insiste mai oltremisura, non ci si chiude all’interno di un contesto troppo crepuscolare, tenendo inoltre presente che l’ottima preparazione tecnica dei musicisti consente loro di muoversi con un certo pendolarismo tra strutture modali e politonali in assoluta libertà. Il jazz di Surman si esprime anche qui attraverso qualche suggestione proveniente dalla musica popolare nordica e britannica, cioè prediligendo – ma non in modo esclusivo – la struttura melodica che anima come consuetudine questa espressione tradizionale.

Il primo brano disposto al nostro ascolto è Pebble Dance. Una sequenza reiterata di note di vibrafono s’immerge tra le vibrazioni echeggianti della chitarra elettrica e le palpitazioni sommesse della batteria, quando quasi d’improvviso s’accende il sax soprano di Surman, attraversando lo spazio sonoro con un bagliore luminoso. I fraseggi dello strumento di Surman ricordano molto da vicino quelli delle pipes del nord della Gran Bretagna e addirittura le sintassi dei pibroch scozzesi, naturalmente con le opportune varianti jazzate, caratterizzate in questo contesto da angolature melodiche un po’ più… convulse. I primi cinque minuti di questo brano si svolgono in assoluto clima modale, per poi modificarsi seguendo le variazioni tonali nell’ultima parte, sempre con un bordone ritmico e armonico da parte degli altri strumentisti. Il nitore delle timbriche e l’eidos luminoso e guizzante della melodia hanno un impatto potente all’ascolto che s’accentua via via che il pezzo procede, terminando però quasi in forma di ballata. Words Unspoken, title track dell’album, si affida al sax baritono per raccontare l’ineffabile. Ancora la formazione in assetto modale, almeno nella prima parte, con il vibrafono e la chitarra che cesellano una delicata trama di sottofondo. Il brano appare scarno, con un dolente tono di base, mentre un sax gonfio di umori melodici si aggira nel giardino di delizie sostenuto dal resto del gruppo. Si suona in assenza di spettacolarità, in completa sospensione metafisica. Non so se il prossimo brano si riferisca esattamente a questo ma Graviola è il frutto della Annona Muricata, una pianta tropicale ricca di antiossidanti a cui vengono attribuite proprietà antiinfiammatorie e antivirali. Lo schema di questa traccia ricalca un po’ le precedenti, con una sequenza ripetuta al vibrafono, seguita dalla chitarra e qualche colpo isolato di tamburo mentre il clarino basso esalta le sue naturali note calde e gravi. Ma questa volta sale in cattedra la chitarra di Luft che inanella qualche cerchio di note che si sovrappongono a quelle gestite da Waring. Il menage a quatre che si viene a creare con il misuratissimo intervento della batteria prelude poi ad un unisono tra sax e chitarra che graziosamente chiude il brano.

Flower in Aspic lascia a Luft e ai suoi effetti di chitarra il preludio del brano prima dell’intervento bellissimo e assai melodico del soprano di Surman. Si abbandona – finalmente, dico io – la fedeltà modale per scorrere via lisci su un’organizzazione ricca di cambi tonali. Un po’ come uscire da una wunderkammer per respirare comunque aria nuova, finendo in una sorta di ballad dal gusto voluttuoso, costruita sulle trame ben amalgamate di chitarra e vibrafono. Tra gli episodi migliori dell’album, forse il più bello in assoluto. Precipice si affida ancora al sax soprano attraverso una lunga miniatura inizialmente giocata in coppia con Strønen alla quale si accodano successivamente vibrafono e chitarra. Il tono generale ha qualcosa di vagamente misterioso e orientaleggiante, dimostrando da un lato il forte legame covalente tra i musicisti e dall’altro il poli-tropismo d’indirizzi del gruppo, idoneo a muoversi in ambiti differenti, toccando corde nascoste e facendo scaturire emozioni inattese. Around the Edges è una rarefazione sonora che s’allarga progressivamente attorno al baritono di Surman. Più che una pura ricerca melodica, questo brano sembra diretto alla costruzione d’un clima meditativo, con gli strumentisti impegnati a creare equilibri instabili e a rinnovarne conseguentemente sempre di nuovi. In buona evidenza l’attività vibrafonista, oltre ovviamente al sax. Onich Ceilidh è una traccia che sembra evocare una danza o una festa popolare. Emergono da un brano come questo gli influssi della tradizione nordica ma qui siamo in un’atmosfera più rilassata e meno mistica rispetto al pezzo di apertura Pebble Dance. Del resto lo stesso Surman ha affermato che “Se guardo indietro a cosa mi abbia appassionato della musica, quello è stato ciò che ho sentito prima di aver mai incontrato il jazz.” – (Fonte da All About Jazz [n.d.r.]). Si rende evidente l’apporto della musica popolare tra le righe. L’inizio quasi scanzonato non tragga però in inganno. Nonostante si mantenga l’impressione di una certa levità c’è spazio per le focose improvvisazioni di Waring al vibrafono e di Luft alla chitarra. Belay That concede un lungo intro al vibrafono su cui torna ad intrecciarsi lo strumento di Surman. L’approcciarsi della batteria avviene quasi sottovoce e la chitarra è all’unisono per larghi tratti con l’aerofono dell’Autore. Direi che questo brano corrucciato è quello più carico di stranezze tra tutti, giocato su una melodia che lavora su intervalli di semitoni, lasciando un sentore d’instabilità a tutta la composizione. Ma se l’architettura di Belay That è inusuale, quella di Bitter Aloe non è da meno, a cominciare dallo straniante unisono iniziale tra chitarra e clarino. Mentre Surman si preoccupa di mantenere spioventi traiettorie sonore col suo strumento, lavorando molto sulle note più basse, vibrafono e chitarra mirano a sovrapporsi e a relazionarsi l’un l’altra interloquendo con la batteria di Strønen, secondo un canovaccio già più volte utilizzato nella costruzione dei brani dell’album. E ancora va sottolineato qui l’intenso lavoro d’insieme del gruppo, un fantasmagorico collage di tinte fredde che si realizza in un ipnotico itinere circolare. Hawksmoor è per lungo tempo un duetto tra sax baritono e batteria che pare interamente improvvisato. Un dialogo che si arricchisce poi dell’intervento del vibrafono e della chitarra, forse nell’aspetto più contemporaneo dell’album. Dalla seconda metà in poi il deciso intervento di Luft permette al brano di virare verso un insieme più dinamico e fruibile.

Potremmo definire Words Unspoken come un album tutto sommato parsimonioso. Non si tratta di risparmiare sulle parole non dette, quanto di calibrare le note pronunciate, da una parte evitando le eccessive semplificazioni del minimalismo e dall’altra tenendosi lontani da un lessico torrentizio. Se nei primi brani la voce più autorevole di Surman pare ergersi al di sopra dell’intero panorama sonoro, nella seconda parte dell’album l’Autore si integra maggiormente con gli altri strumentisti, puntando verso un’interazione alle volte millimetrica, talmente ben centrato si dimostra il dialogo continuo tra gli elementi del gruppo. Talora, da questa miscellanea collaborativa, pare emergere una specie di inquieto swing asimmetrico ma comunque l’impronta melodica che lo pervade ne costituisce costantemente l’aspetto imprescindibile.

Tracklist:
01. Pebble Dance (6:19)
02. Words Unspoken (6:34)
03. Graviola (6:08)
04. Flower in Aspic (5:23)
05. Precipice (5:29)
06. Around the Edges (4:20)
07. Onich Ceilidh (8:07)
08. Belay That (7:22)
09. Bitter Aloe (5:12)
10. Hawksmoor (6:52)

One response to “John Surman – Words Unspoken (ECM Records, 2024)”

  1. […] e recentissimamente anche per la sua comparsa a fianco di John Surman (Words Unspoken) – leggi qui, senza dimenticarne la presenza costante in compagnia di Elina Duni – trovate tutto qui e qui. […]

Rispondi a Arild Andersen / Daniel Sommer / Rob Luft – As Time Passes (April Records, 2024) – Off TopicAnnulla risposta

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