R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La misurata essenzialità del trio Falomi-Turchet-Trabucco è l’unica bussola che possa guidarci caso mai ci si trovi in Mare Aperto, titolo del loro ultimo lavoro per Abeat Records. Quando gli orizzonti del cielo e dell’acqua si uniscono tra loro e non si può più vedere la terraferma, compare una sensazione di sereno – o ansioso – smarrimento che chi va per mare conosce bene, dove cadono le maschere ed emergono i tratti della nostra vera personalità. Credo che, anche senza far esperienza diretta in acque lontane, questi tre Naviganti e Sognatori riescano a metaforizzare lo stato d’animo di un musicista – o di un artista in genere – quando, nel proporre le proprie creazioni, si trovi a tu per tu prima di tutto con sé stesso e poi davanti ad un pubblico. Il giudizio della gente rappresenta l’orizzonte degli eventi soggettivi, oltre il quale c’è il Mondo con le sue critiche, i ridimensionamenti o le adulazioni che spesso illudono di aver toccato terra prima del tempo, quando invece il viaggio si dimostrerà ancora lungo e difficile. Mare Aperto è un gran bell’album, vorrei chiarirlo subito, ma eviterei di utilizzare eccessivi toni ridondanti nel parlarne. Troppo facile evocare sensazioni oniriche o incantatorie senza comprendere come alle spalle di questi musicisti, al di là della necessaria ispirazione, ci sia una preparazione tecnica e culturale che spazia in tre dimensioni, comprendendo melodie di derivazione tradizionale, elementi di jazz e di pop mescolati con qualche ingrediente aggiunto, come un pizzico di visione nostalgica e di daydreaming, perché no, se non altro per mantenere fede all’identità nominale del trio.

Accennavo inizialmente a ciò che è essenziale nella musica dei Naviganti e Sognatori. Prima di tutto la loro asciutta combinazione strumentale, con il genovese Luca Falomi alla chitarra, il friulano Alessandro Turchet al contrabbasso, suonato spesso con l’archetto, e il veneto Max Trabucco alla batteria e alle percussioni. Così come nel loro precedente lavoro del 2021 quando Off Topic se ne occupò – vedi qui anche per i rimandi alle brevi note biografiche dei musicisti – ritroviamo in questo album la presenza di Daniele di Bonaventura al bandoneon in due tracce e abbiamo inoltre come ospite la voce sontuosa di Maria Pia De Vito, presente in due brani. La capacità del trio di rifarsi non necessariamente a rielaborazioni di elementi tradizionali ma di saper innescare memorie frammentate di arie popolari, suoni fuggevoli che provengono da Tempi lontani e che hanno perso passaporto di provenienza, fa sì che ascoltando talora solo gli inneschi delle loro melodie, si possano accendere in noi ricordi e rimembranze, termine quest’ultimo comprensivo anche di vibrazioni corporee oltre che mentali. Una vaga sensazione, cioè, di aver già colto qualcosa delle loro storie musicali ma di non saperle riconoscere se non attraverso la sintesi appunto essenziale che viene qui realizzata. L’album è colmo di buone intenzioni melodiche e tocca emotivamente le nostre corde profonde, servendosi anche della raffinata comunicazione che col tempo si è radicata nel trio e che promuove interventi misurati, armonicamente interessanti, pur talora con qualche isolata punta di sentimentalismo. Inoltre la particolarità dell’utilizzo esclusivo o quasi di strumenti acustici, regala alla musica un senso di intimità familiare che travalica l’idea del viaggio e della lontananza, sia geografica che solo immaginifica.
E Voi Durmiti Ancora, il brano posto in apertura dell’album, era in origine una poesia di Giovanni Formisano, famoso poeta catanese, che la scrisse nel 1910. Fu poi musicata da un altro artista di Catania, Gaetano Emanuel Calì e nel 1927, finalmente sotto forma di canzone, fu incisa dal cantante napoletano Peppino Godono. Il brano è reso dai nostri Naviganti in maniera molto composita con la chitarra classica che ne intona una bella e melodica introduzione e l’archetto di Turchet in contrappunto sul contrabbasso. A proposito di questo approccio c’è da sottolineare come lo stesso Turchet, a cui spetterà buona parte del tema, manovri il suo arco in modo impeccabile – raramente si ascolta una modalità d’esecuzione così ben intonata sul contrabbasso. Una seconda introduzione, questa volta più ritmica, prelude all’esposizione tematica di Turchet, con Falomi in arpeggio d’accompagnamento. La batteria regge i tempi con tatto e discrezione. Segue un momento più jazzato tra batteria, contrabbasso – questa volta pizzicato – e chitarra all’unisono. Torna il tema per mano di Falomi, con un probabile cambio di chitarra e una sovraincisione della stessa. La Bonne Nouvelle è un pezzo di autore anonimo del ‘600. Uno steel-pan solitario viene raddoppiato da un arpeggio di chitarra sul quale entra dolcemente il bandoneon di Di Bonaventura, insieme al contrabbasso archettato. Poi la chitarra sale in primo piano con un assolo acustico e subito dopo ancora il bandoneon, prima in solitaria e poi sovrainciso. La musica tace per un secondo e dal silenzio emerge il pizzicato del contrabbasso. Da questo momento in poi i musicisti si rilassano e si concedono un po’ d’improvvisazione accodandosi ad una specie di swing lento su cui domina un assolo finale di Di Bonaventura che aggiunge così al brano un velo malinconico di french touch. Un brano ben organizzato, in definitiva, suonato con gran classe e ricercatezza. As Time Goes By non è lo standard omonimo di Herman Hupfeld reso famoso dal film Casablanca ma un brano originale di Trabucco, molto melodico e denso di sentimenti nostalgici. Chitarra e contrabbasso con arco si dividono la posta e si scambiano i primi piani fino a quando la batteria suggerisce uno slow in grado di evocare ricordi e immagini sfocate dal Tempo. Anche in questo caso fa seguito un momento più improvvisato con la chitarra acustica che innesta un assolo notevole, molto espressivo. Sullo sfondo sembra di ascoltare una seconda chitarra, forse in delay. E a proposito di assoli ce n’è un secondo, splendido, di Turchet al contrabbasso. Tra i brani migliori dell’album. Infancia-O Cunvegno d”e Cardille è un brano di Falomi con il testo di Maria Pia de Vito a prestare anche la sua voce per una delicata canzone che parla d’innocenza infantile. Falomi si dev’essere ricordato un po’ di Albeniz per la sua introduzione alla chitarra. Quando poi canta la De Vito siamo alla perfezione. La sua voce, di intonazione assoluta, è chiara e scorrevole, un piacere per l’ascolto. E poi la lingua napoletana è di per sé melodia pura. Falomi si propone per un assolo che vira nell’ambito jazzistico con una seconda chitarra sovraincisa a mantenere la sequenza accordale, mentre Trabucco e Turchet sviluppano le loro ritmiche.

La title-track Mare Aperto è la traccia più jazz dell’album. Essa porta con sé un certo sabor latino, con un inizio quasi parossistico che si stempera in un’apertura estatica, in cui dapprima solo la chitarra e poi il contrabbasso raccontano il loro morbido universo con citazione annessa di Gato Barbieri. Il brano evolve molto tranquillo e respirante, centrato sull’abituale scambio di assoli tra Falomi e Turchet. Davvero godibili queste alternanze, mai troppo insistite né tirate per le lunghe. Verso il finale si esce dal clima estatico per riprendere la corsa piacevolmente caotica della fase iniziale. What I Can’t Say, di Falomi, ha un titolo emblematico e perfettamente confacente ad un’opera musicale. Spesso, quando mancano le parole, sono le note stesse che si esprimono in loro vece. Un perfetto esempio di comunicazione non verbale, per chi ne sappia cogliere il senso. L’introduzione per chitarra acustica, inizialmente da sola, viene poi affiancata all’unisono dal contrabbasso. Le due strade quindi si separano al momento dell’entrata in gioco della batteria sempre misurata ed equilibrata di Trabucco. Come nella ripetizione di un comprovato ed efficace canovaccio, arriva la parte più in linea con atmosfere jazzy per mezzo di un lungo, melodioso assolo di contrabbasso e così il brano assume le vesti di una classica ballad, dal carattere molto intimo e raccolto. Uno dei rari momenti in cui entra anche il suono di una chitarra elettrica, persino moderatamente distorta, e qui ci si orienta verso un clima rock progressive che tuttavia non prende mai la mano agli esecutori e che porta il brano alla naturale propria conclusione. Sempre Falomi è l’autore di Fondaco, momento suggestivo di arie tango-argentine e di bandoneon. Torna l’archetto tra le mani di Turchet, prima che lo scambio degli assoli crei un organico dialogo, questa volta, tra lo stesso autore Falomi e Di Bonaventura. La musica è agrodolce come lo sono spesso i pezzi del trio ma sul finale s’incrementano i ritmi e il tempo accelera. Il quartetto s’impegna in un insieme strumentale dove la batteria diventa relativamente più sferzante e la chitarra si lancia in un assolo veloce e convulso ma tecnicamente molto pulito. A Little Lullaby For a Lonely Night tiene fede al titolo con l’andamento lento e cullante di una vera e propria ninna-nanna jazzata, tra le cui note veleggia l’arioso canto senza parole della De Vito.
Non manca, ai Naviganti e Sognatori, un bella densità compositiva e una visione coerente del loro prodotto finale. L’album è suonato magnificamente, senza alcun dubbio, e con due ospitate veramente azzeccate. Non troverete messaggi che non siano legati a doppio spago con un clima profondamente emotivo, muovendosi in una condizione liminare tra jazz acustico ed echi di tradizione popolare ma sempre in ambito fortemente melodico. Una zona di confine che potrebbe essere scivolosa per molti ma che il trio conferma di percorrere – anzi, di navigare – con sicurezza. La soluzione stilistica di suonare quasi totalmente in acustico, al di là delle scelte obbligate legate agli strumenti utilizzati, è una modalità molto onesta di rappresentarsi, esponendosi al pubblico senza alcun diaframma elettronico né eccessivi volumi sonori.
Tracklist:
01. E Vui Durmiti Ancora
02. La Bonne Nouvelle
03. As Time Goes By
04. Infancia – O Cunvegno D”e Cardille
05. Mare Aperto
06. What I Can’t Say
07. Fondaco
08. A Little Lullaby For A Lonely Night






Rispondi a Claudio Cojaniz – Cracking (Caligola Records, 2025)Annulla risposta