L I V E – R E P O R T


Articolo di Alessandro Tacconi, immagini sonore Daniela Pontello

All’Alcatraz di Milano, giovedì 26 settembre, un viaggio fuori dai paraggi.
Gli I Hate My Village tornano nel capoluogo milanese a due mesi dalla loro ultima apparizione al Weird Festival al Castello Sforzesco. L’occasione è ghiotta per i loro fan sempre più numerosi e anche perché aprono il concerto del gruppo redivivo dei Jet (ne parlo qui), in Italia per una doppia data a Milano e nella capitale.
Ma torniamo ai nostri, che sono il vero motivo della mia presenza qui questa sera. Per chi ancora non li conoscesse, il gruppo è formato da quattro eminenti musicisti della scena indie italiana ed europea: Adriano Viterbini chitarra e voce (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini batteria ed electronics (Calibro 35, Afterhours), Marco Fasolo basso e produzione (Jennifer Gentle) e Alberto Ferrari voce e chitarra (Verdena).


Aneddoto personale. Ho sentito parlare per la prima volta degli I Hate My Village solo tre anni fa grazie a un’intervista del batterista Corrado “Dado” Bernotazzi a Fabio Rondanini sul suo sito suonarelabatteria. Mea Culpa!
Eppure nel mio carnet Bud Spencer Blues Esplosion, Calibro 35, Afterhours ci sono da molto tempo… Così, se il batterista di uno dei gruppi che ascolto più spesso parla di questo suo progetto, io DEVO sapere subito di cosa si tratta.
È un attimo cercarli, ascoltarli e ordinare immediatamente online il loro primo album. Potenza d’internet in grado di alimentare e soddisfare l’ossessione di noi appassionati di musica “altra”. Internet tanto criticabile quanto “comodabile”. Perché mai un simile ricordo personale? Per parlare dei fili rossi che spesso si intrecciano in modi casuali, dando vita a esperienze tanto importanti quanto peculiari.

Se Viterbini e Rondanini non avessero jammato insieme, se non avessero suonato con alcuni musicisti africani del calibro di Bombino e Rokia Traoré, se non si fossero sentiti inadeguati a suonare musica prettamente africana pur amandola moltissimo, se non avessero conosciuto il produttore Marco Fasolo e il cantante Alberto Ferrari, se… se… se… Fili rossi appunto. Uno dei quali ha fatto sì che mi trovi in questo “stanzone” di nome Alcatraz in questa sera piovosa di fine settembre.
Bisogna dire che dal loro primo album, i suoni si sono fatti più acidi, sperimentali, noise pur mantenendo quell’iniziale amore per la musica africana, maliana e afro beat in primis.
Never Mind The Tempo (ne abbiamo parlato qui) è uscito a maggio come album che prevedeva già delle canzoni, invece il primo I Hate My Village era stato pensato in principio come solo strumentale, e soltanto in un secondo tempo è stata introdotta una voce (e che voce, noi vi abbiamo sentito perfino echi di Peter Gabriel!).

Come detto in precedenza, questo nuovo disco è “fuori dai paraggi” e la dimensione live accentua l’aspetto sperimentale e improvvisato del gruppo, che ci fa assaporare un concerto “alter-ato”, in grado di portarci “altrove”.
E infatti l’impatto sonoro sul pubblico è notevole: c’è groove, ritmi sincopati da togliere il fiato, melodie “sghembe”, voci effettate e stranianti…
Ciò che colpisce lungo tutta la scaletta è il costante trattamento sonoro saturato operato alla fonte, soprattutto di voci e chitarre. I quattro producono una materia che risulta in ogni canzone sempre imprevedibile. Questo è l’aspetto davvero avvincente del progetto: dove andrete con la prossima canzone? Saremo in grado di seguirvi?
È sommessa o urlata la voce di Ferrari, produce ritmi a ripetizione in modo inesauribile Rondanini, apparentemente impassibile, misurato e stiloso Fasolo, Viterbini alla chitarra graffia tutto quello che produce e su cui riesce a “mettere le corde”.
Quattro fili provenienti da luoghi molto distanti si sono intrecciati e hanno dato vita a qualcosa di inaudito. Finalmente, e per nostra fortuna.

Una risposta a “I Hate My Village @ Alcatraz, Milano – 26.09.24”

  1. […] aprire il concerto niente meno che il super gruppo I Hate My Village di cui abbiamo parlato qui, poiché la loro performance dal vivo meritava eccome più di qualche parola. Il salone è […]

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