I N T E R V I S T A
Articolo di Sabrina Tolve
Con il loro ultimo album, La Mejo Medicina (trovate qui la recensione), Il Muro del Canto esplora temi profondamente radicati nella vita quotidiana: le difficoltà economiche, il dolore, l’appartenenza e il distacco da Roma.
In questa intervista, io e Ludovico Lamarra, bassista e membro storico del gruppo, ci addentriamo nelle storie, nelle sfide e nelle ispirazioni dietro La Mejo Medicina, cercando di comprendere cosa significhi per Il Muro del Canto fare musica oggi.

Qual è stata l’ispirazione principale dietro La Mejo Medicina?
Sicuramente è stata la voglia di ripartire, insieme alla necessità di suonare. Abbiamo subìto un cambio di formazione significativo e, quando Alessandro Pieravanti e Alessandro Marinelli hanno lasciato il gruppo, ci siamo chiesti se avesse senso continuare. La verità è che non abbiamo fatto in tempo a domandarcelo, perché la risposta è stata immediata. Il desiderio di scrivere e di raccontare la nostra città, con tutte le sue storie, non ci ha mai abbandonato e crediamo ce ne siano ancora molte altre da narrare. Abbiamo l’esigenza di trasformarle nei testi di Daniele e nei brani che componiamo.
In che modo La Mejo Medicina rappresenta un’evoluzione rispetto ai vostri album precedenti?
È imprescindibile parlare di questa evoluzione ignorando l’ingresso nel Muro di due nuovi componenti, Edoardo Petretti alla fisarmonica, tastiere e synth, e Gino Binchi alla batteria. La gamma di suoni e di timbro che ci hanno offerto ha aiutato un cambiamento che già ricercavamo. Eppure, credo di poter dire che siamo rimasti coerenti a noi stessi, anche in termini musicali. E, anzi, abbiamo sperimentato ancora di più cosa sia la musica del Muro, il suo senso oltre le singole canzoni e le evoluzioni. È un fatto collettivo che, specialmente con La Mejo Medicina, ha visto coinvolti tanti e tante. Come il nostro fonico, Simone Empler, il settimo elemento della band; Marco Troni di Flamingo Management, Big Time, Barley Arts, Goodfellas e Radio Rock; MidiWare, che ci ha fornito l’endorsement. E poi il Fan Club, gli amici e le amiche musicisti. Questa dimensione di squadra, insieme all’aver percepito da subito Gino ed Edoardo quali parte integrante della famiglia, è tra i segreti di quest’album.

Il tema dell’appartenenza a Roma e del distacco da Roma emerge in molti dei vostri brani. Come vi approcciate a questi concetti e che significato hanno per voi?
L’appartenenza a Roma nella nostra musica è palese, lo è stato sin dal primo momento. È stato ed è ancora il modo più sincero e onesto per mettere noi stessi nei brani, per esprimerci. Dal logo del gruppo, ai testi, alla scelta dei temi trattati, l’appartenenza a Roma è una delle nostre caratteristiche principali: non la rinneghiamo. È un punto di forza e di debolezza allo stesso tempo, ma siamo convinti che dalle strade della nostra città germoglino temi universali, anche quando, a volte, la sentiamo un po’ stretta. Roma è una città gigante e molteplice, ricca di comunità molto diverse e non necessariamente in conflitto. È anche una città fortemente in decadenza e questo ci addolora. Eppure, in questa decadenza vivono tante sacche resistenti ed è anche grazie a esse che combattiamo la spinta al distacco, consapevoli di non riuscirci quasi mai. La speranza di questa città è nell’accoglienza.
Il dolore sembra avere un ruolo centrale nelle vostre canzoni. Cosa vi spinge a esplorare questo tema in modo così intenso?
Il dolore ha preso una forma ed è diventato questo disco. Se non ci fosse stata questa crisi, se non avessimo attraversato le incertezze di un cambiamento inevitabile, se non avessimo trasformato la crisi in un’occasione, oggi non solo non ci sarebbe il nuovo disco, ma probabilmente nemmeno Il Muro del Canto. C’è questa consapevolezza, a differenza dei nostri lavori passati, e infatti La Mejo Medicina è forse il nostro disco più solare. È pieno di speranza. Abbiamo la fortuna di poterci rifugiare nella musica, di trasformare la sofferenza in versi, come cantato da Daniele in Montale. Ecco perché è naturale celebrare gli ultimi, chi fatica, chi arranca: è in questi uomini e in queste donne che si trovano gli slanci più alti.
Molti dei vostri brani parlano di difficoltà economiche e di lotte quotidiane. Come nasce questa sensibilità nei confronti di questi temi? Qual è la vostra esperienza personale in merito, e come pensate che il pubblico possa identificarsi nelle vostre storie? Inoltre, credete che l’attuale contesto socio-economico – con le sue sfide crescenti, come la precarietà lavorativa e il costo della vita in aumento – influisca sulla maniera in cui le persone si avvicinano e si rispecchiano nella vostra musica?
Questa sensibilità nasce dal fatto che non siamo persone diverse da chi cantiamo. Siamo disoccupati, insegnanti precari e precari della musica, partite IVA. Siamo il risultato di politiche che hanno distrutto lo stato sociale e il mondo del lavoro in Italia. Abbiamo vissuto e continuiamo a vivere la precarietà, la difficoltà di progettare e di proiettarci, d’immaginarci nel futuro. Siamo credibili perché veri, non abbiamo il «cappellino di paglia», come canta il nostro amico Giancane. Per quel che riguarda il nostro pubblico, sicuramente una larga fetta si rispecchia nella parte di società che cantiamo, perché vive la stessa condizione. Ma non siamo e non vogliamo essere un gruppo esponente di una categoria, verremmo meno alla nostra idea d’essere un’esperienza musicale umana e accogliente. E un piatto di carbonara la domenica in famiglia può superare le differenze ed essere la base su cui costruire un dialogo.
C’è stato un brano più complesso da realizzare rispetto agli altri? E se sì, perché?
Nel momento in cui abbiamo deciso che Il Muro del Canto aveva ancora un senso per noi, è stato immediato tornare a scrivere. E abbiamo scritto tanto. Siamo partiti dai testi di Daniele e li abbiamo musicati mentre facevamo le audizioni. Nel momento in cui abbiamo coinvolto Edoardo Petretti e Gino Binchi, abbiamo condiviso con loro il processo creativo e tutto è diventato molto spontaneo e naturale. Pe’ Troppo Amore, forse il nostro brano più sperimentale, è nato in maniera del tutto tradizionale, anche musicalmente. Poi è stato il modo di lavorarci, di masticarlo, di sistemarlo a renderlo così. Ogni brano è nato in maniera collettiva, appassionante. Ecco: questo disco ci ha appassionato.

C’è un brano che considerate il più rappresentativo dell’album, oltre a La Mejo Medicina? Se sì, quale e per quale motivo?
Montale è un brano particolarmente rappresentativo e, non a caso, lo abbiamo scelto come singolo. Incarna il cambiamento di questa nuova fase di vita, con l’uso della batteria tradizionale e l’approccio al synth di Edoardo. Rappresenta l’idea di chi sta attraversando un periodo complicato ma va avanti, trasformando le difficoltà in poesia. Come abbiamo provato a fare noi.
Ci sono stati artisti o generi musicali che vi hanno influenzato particolarmente durante la registrazione dell’album?
A dire la verità no, è stato un processo artistico spontaneo e immediato, senza un particolare ragionamento. Ovviamente ognuno ha portato il proprio percorso musicale, variegato e diverso dall’altro, e l’innesto di Gino ed Edoardo ha garantito maggiori sfumature e diversità. Il risultato è un disco che guarda meno al folk della tradizione e apre più al cantautorato, alle sonorità d’oltreoceano e al rock.
Quali sono stati gli aspetti più gratificanti nella produzione dell’album?
Innanzitutto la naturalezza e la gioia con cui abbiamo affrontato la produzione e la registrazione. Poi la smania, la voglia di tornare a suonare. È stato commovente leggere i messaggi arrivati da fan, amici e colleghi, che ci hanno incoraggiato e sostenuto in questo percorso. È stato importante anche l’appoggio dei nostri partner, che abbiamo sentito vicino come mai prima d’ora e che ci hanno fatto capire come Il Muro del Canto travalichi la mera dimensione della band e del palco.
Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato nella realizzazione?
L’unica difficoltà è stata il poco tempo a disposizione, che spesso ci ha portato a maledire l’impossibilità d’inserire altri brani, ma è stata una corsa entusiasmante e, che dire: ci prenderemo il tempo negato per il futuro album.
Photo © Georgiana Acostandei






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