R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non c’è album di Claudio Fasoli che non sia degno di essere abitato, come fosse un’esperienza locativa, un nuovo ambiente dentro cui orientarsi. Questo perché l’ottantacinquenne sassofonista veneto costruisce la sua musica così come la progetterebbe l’ipotetico sostenitore di una Bauhaus musicale, in cui forma e funzione espressiva s’identificano strettamente l’una con l’altra. Così avviene anche per questo live A Long Trip 22penso che il numero si riferisca all’anno di registrazione dell’album – dove il Fasoli Samadhi Quartet sfoglia le pagine sonore pensando ad una sorta di arte musicale nella sua totalità, in cui strutture tecniche, comunicazione ed emozione si fondono alternando momenti riflessivi e tutto sommato tradizionali, ad altri più abrasivi ed astratti però senza innescare particolari sensazioni disagevoli, senza calcare la mano, cioè, sull’utilizzo eccessivo delle dissonanze.

Di Fasoli, Off Topic si è occupata più volte, sia riguardo alla pubblicazione di alcuni suoi album – leggi qui e qui, ai quali rimando anche per le essenziali notizie biografiche – sia in occasione della recente uscita del suo secondo libro Jazz, Architetture di un Azzardo – vedi qui. Ed è proprio dal titolo di questo saggio dell’Autore che mi preme poter isolare il termine azzardo e di interpretarlo come un continuo orientamento in nuovi paesaggi esperienziali, all’interno di intelaiature prive di abituali consuetudini formali –  come ad esempio la sequenza dogmatica tema-assolo-tema –  senza peraltro scivolare, se non in subitanei momenti, in sollecitazioni al limite dell’armonia consonante. Una materia viva, quindi, immersiva e totalizzante, che in questo album si plasma via via nel prosieguo del cammino del quartetto, mentre più specificatamente Fasoli dimostra una profondità espressiva fuori dal tempo, capace di sfuggire a etichette e facili categorizzazioni. Non c’è bisogno di stupire, di rincorrere l’effetto speciale. Il sax si insinua con chirurgica precisione tra le trame sonore, ora affiorando con una voce nitida e assertiva, ora ritraendosi in un gioco di pieni e vuoti, come un’eco lontana che si fonda con il respiro del gruppo. L’ambiente così creato, comunque, non resta unica prerogativa del sax, dato che spesso l’Autore si allontana dalla scena lasciando in solitudine gli altri strumenti che a loro volta dilatano i loro interventi senza preoccuparsi troppo di ruoli né di particolari schemi temporali. Insomma, non si può mai dire cosa ci si possa effettivamente aspettare da una musica come questa, dove non ci sono sovrastrutture ridondanti, né concessioni a un estetismo superficiale ma certamente l’architettura così progettata, tra pieni abbacinanti e momenti di svuotamento, sembra muoversi con assoluta sicurezza tra pause moderate e le molte intensità sonore. Per quello che riguarda il gruppo che l’accompagna, attorno ai sax di Fasoli – tenore e soprano – si muovono Michelangelo Decorato al pianoforte, Pietro Leveratto al contrabbasso e Marco Zanoli alla batteria.

Tra i brani che scorrono in sequenza in A Long Trip 22, troviamo quattro Cluster che sembrano essere improvvisazioni pure e libere, dei quali il primo è nominato appunto Cluster 1. Si tratta poco più di un’introduzione, una notazione spoglia dall’assetto velatamente drammatico in cui gli accordi di pianoforte s’incrociano con le puntate del sax tenore, mentre una base percussiva e un contrabbasso archettato contornano il tutto in un profilo dai tratti trepidanti. Prime si presenta da subito con un tema proposto da Fasoli, molto shorteriano, ben presto sostenuto dall’ottimo pianismo rappresentato in fase solistica da Decorato che s’allunga su una ritmica swingante. Poi la moderata propulsione si allenta, spegnendosi tra le corde del contrabbasso che imposta un assolo asimmetrico, poco prima della ricomparsa del sax indotto da un ostinato riff pianistico. Possiamo percepire tutta la classe melodica di Fasoli che in certi momenti sembra addirittura in contatto medianico con lo spirito di Shorter. Si nota anche l’adeguato, armonico arrangiamento di pianoforte. In mezzo al florilegio delle percussioni, molto calibrate sui piatti, riescono a filtrare degli applausi, convincentemente richiamati dall’assoluto eclettismo del brano, nove minuti e passa di un jazz asciutto che sembra emergere da una feconda ipotesi creativa.

Segue Boerum Hill e tanto per non essere smentiti dal tema dell’inaspettato proposto inizialmente in questa recensione, ci si riavvicina, in questo brano, agli stilemi dell’hard-bop sulle ali di un’impressionante base ritmica, walking bass e batteria inesorabile, mentre il sax tende un poco a retrarsi per fare spazio al vorticoso pianoforte. Ma è soprattutto Zanoli, in questo brano, a tenere tese le fila con la sua batteria mentre il sax di Fasoli s’improvvisa in fraseggi nervosi che appaiono e scompaiono in mezzo alle trame degli altri strumenti. Difficile ricostruire, all’ascolto, qualche schema formale perché la traccia si svolge tra continui rallentamenti e riprese imprevedibili e pur rimanendo in ambito tonale, la musica assume un aspetto a maglie larghe, con l’impressione che in questa tessitura vi possa filtrare tutto e il suo contrario.

Bam è una meraviglia che questa volta emerge dal pianoforte di Decorato, con una lunga introduzione in solitaria che si muove nel rassicurante cabotaggio della forma tonale, per poi essere affiancata dalla ritmica, mentre il sax si fa assente. Un pianismo eccellente, atmosferico, che a tratti mi ha ricordato Kenny Barron, con un andamento che sembra una ballad alla ricerca di una nuova classicità, appena intrisa di malinconia. Segue Cluster 4, dato che le numerazioni non rispettano l’ordine sequenziale dei pezzi. Vibrazioni percussive in apertura, col sax soprano che resta spogliato da ogni arrangiamento armonico. Suoni misteriosi, inquieti, congelati in quello che pare essere un estemporaneo abbozzo improvvisativo. Sext viene annunciato da un solo di contrabbasso. Come già rilevato in precedenza, spesso Fasoli cede il primo piano agli altri musicisti e qui la musica sale lentamente, mentre si affianca allo strumento di Leveratto dapprima qualche nota ribattuta di piano, poi il soffiato lungo del tenore. Le comuni barriere armoniche vengono superate, le tonalità irrise, gli strumenti convergono in un vortice free dove la tensione drammatica s’incrementa progressivamente. Tuttavia nessuno perde il controllo, i suoni non si fanno mai ostili e il finale pare riannodare e ricomporre le dinamiche tensive dapprima espresse. Arriva il Cluster 2, che a dir la verità pare smentire inizialmente l’ipotesi che avevo avanzata di questi stessi cluster come elementi di pura improvvisazione. Con un’introduzione quasi latina – sembra che i tamburi siano suonati a mano senza bacchette –  Fasoli riprende il soprano ed appare – seconda evocazione medianica!! – l’ombra di Steve Lacy. La purezza espressiva del sax, il dialogo ritmico con contrabbasso e percussioni, le velature armoniche del pianoforte offrono al brano una leggerezza solare e rivelano quella che dovrebbe essere la radicata abitudine di questi musicisti all’ascolto reciproco, con una punteggiatura sonora impeccabile ed un senso della misura individuale, elegante senza leziosità. Magia Silenziosa presenta una scrittura più conforme a quella di una ballad, dove però non ci si deve aspettare alcuna concessione stucchevole, perché l’asse portante di questo brano consiste in un tema affascinante e sufficientemente rilassato, pur nella sua complessità. La musica respira attraverso il sax tenore, il pianoforte fon savant di Decorato è un piacere ascoltarlo, la ritmica fa il suo dovere non solo legando sax e piano ma disegnando ombre chiaroscurali che contribuiscono al risalto della linea melodica. Cluster 3 gioca con l’arco del contrabbasso aspettando l’entrata del sax di Fasoli ma francamente questo mi sembra il brano più debole dell’album, persino, se me lo si concede, superfluo. Yet mette la parola fine a questo lungo viaggio ma lo fa recuperando l’algoritmo emotivo che ha percorso interamente il lavoro del quartetto. Un brano inizialmente lento e riflessivo come una ballata notturna, con il sax che si esprime con colori freddi intercalandosi tra le sequenze ritmiche del piano. Poi la traccia subisce una lieve accelerazione che la porta dalle parti di un post-bop con sfumature latine.

A Long Trip 22 non è solo un album, è un percorso nella musica intesa come spazio di rivelazione. Un viaggio non compiuto in un’unica direzione, ma che si snoda in percorsi imponderabili, lasciando all’ascoltatore il compito di perdersi e ritrovarsi dentro il suo universo sonoro. Il tratto è affascinante, rigoroso, essenziale, immerso in una geometria futuribile. Un’opera che conferma Claudio Fasoli come uno dei più raffinati esploratori di musica contemporanea in ambito europeo.

Tracklist:
01. Cluster 1
02. Prime
03. Boerum Hill
04. Bam
05. Cluster 4
06. Sext
07. Cluster 2
08. Magia silenziosa
09. Cluster 3
10. Yet

Photo © Riccardo Musacchio / MUSA

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