R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
In questi ultimi decenni mi è sembrato che poeti come Giovanni Pascoli fossero diventati abitanti di un pianeta minore, relegati a far polvere in qualche soffitta di ricordi, tra forzate memorizzazioni scolastiche e improbabili confronti con mediocri rimatori contemporanei. Ho quindi provato un brivido di piacere apprendendo che un musicista e chitarrista genovese come Luca Falomi, in questi tempi sconclusionati e intellettualmente caracollanti, abbia preso a prestito il titolo del suo nuovo album da un’importante e storica raccolta di poesie del poeta di S. Mauro di Romagna, chiamandolo appunto Myricae. Ci sono infatti album che gridano e altri che sussurrano proprio come questo, giocando tra silenzi e suoni, senza alzare la voce per farsi ascoltare perché le note musicali, come le sillabe che compongono le parole, hanno un loro peso ed una precisa ragion d’essere. Il lavoro di Falomi si basa fondamentalmente sulla modulazione espressiva del suono della chitarra, ora acustica ora elettrificata, da sola o circondata da scarni interventi strumentali – anche vocali – che ne accompagnano il senso melodico.

Il titolo dell’album non è casuale. Le tamerici di Pascoli sono simbolo di una poetica che si nutre della semplicità di piccole cose e che si riflette perfettamente nell’approccio di Falomi. I suoi brani sembrano nascere da una vibrazione interiore, senza essere condizionati da sovrastrutture troppo cerebrali, lasciando che la melodia emerga con spontanea naturalezza. Eppure, dietro questa apparente semplicità si cela una scrittura raffinata, cesellata con cura, capace di dialogare con il silenzio e di trasformarlo in parte integrante del discorso musicale. Off Topic si è occupata di Falomi almeno in un paio di occasioni e più precisamente recensendo due suoi lavori insieme al contrabbassista Alessandro Turchet e al batterista Max Trabucco, il primo Naviganti e Sognatori (2021) – leggi qui – e il secondo Mare Aperto (2024) – vedi anche qui. Essendo quasi ovvio per un’artista ligure esporsi alla fascinazione storico-ambientale dei viaggi per mare e subire l’incantamento luminoso di un paesaggio mediterraneo, meno scontato è avere anche la possibilità di rincorrere i piccoli atti quotidiani, quei pensieri fuggevoli e umbratili che sono meditazioni in nuce, estemporanei ed effimeri colloqui con noi stessi. E proprio questa dualità di atteggiamento costituisce il dritto e il rovescio di tutta l’utopia dell’esistenza, la capacità cioè di mantenere, come in qualche ritratto di Modigliani, un occhio aperto per guardare il mondo ed uno chiuso per vedere dentro di sé. In Myricae, Falomi si mette al centro della scena, ma lo fa con discrezione, lasciando che sia la musica – e non un eventuale virtuosismo fine a sé stesso – a raccontare la sua storia. L’album è ancora a tutti gli effetti un vero e proprio viaggio come al tempo dei naviganti-sognatori, con i quali non c’è stata alcuna cesura netta, non solo percorrendo ancora quel mare ma anche, come accadeva appunto con Turchet e Trabucco, attraversando territori sonori che spaziano dal jazz alla musica etnica, passando per la classica e gettando anche un’occhiata rapida verso l’avanguardia. In aggiunta, quest’opera sembra essere una riflessione sul suono, sull’essenza stessa del fare musica, quella che offre spazio e che nello spazio trova il proprio significato. L’aspetto più affascinante di Myricae è proprio quell’equilibrio tra istinto melodico e costruzione armonica, scrittura tradizionale e improvvisazione. Laddove la chitarra acustica si fa intima e raccolta, quella elettrica spinge verso territori più audaci, creando tensioni che si risolvono in aperture melodiche di grande respiro. Gli ospiti che accompagnano Falomi in questo viaggio non sono semplici comprimari, ma voci che arricchiscono il racconto, senza mai snaturarne la visione. Questi contributi sono rappresentati da Marco Fadda alle percussioni, Giovanni Ceccarelli al piano elettrico Fender Rhodes, Giulia Beatini al canto senza parole e con la presenza alla co-produzione di Stefano Della Casa.
C’è evidentemente una sovrapposizione di chitarre nel primo, grazioso brano dell’album, Sciarada, dove la strumentazione acustica ed elettrica si aggiungono l’una all’altra, accompagnate in un secondo tempo dalle percussioni discrete di Fadda. Una piccola melodia portante, reiterata, è il fulcro sul quale si pongono in equilibrio le chitarre. Les Amours Imaginaires è un’ampia apertura espressiva gestita in gran parte dalla sola chitarra acustica che imposta una melodia piena di rimpianti, di assenze, dai movimenti iniziali che profumano vagamente di flamenco. La musica scava interiormente fino a quando termina diluendosi in quella che sembra un gentile drone elettronico di sottofondo. Da qui in poi sale la parte improvvisata modale che mescola carte spagnoleggianti e medio-orientali, per poi concludersi progressivamente recuperando la scrittura iniziale. Peace Song, tra percussioni eterogenee, s’insedia in modalità pop, con un azzeccato intervento del Rhodes, strumento che di solito furoreggia nel funky e che invece qui si esprime melodicamente, quasi vibrafonicamente, con tocchi delicati. La chitarra acustica è un sunset boulevard di emozioni quando affiora dal tappeto percussivo per articolarsi con il piano elettrico. Il clima scivola facilmente tra l’ethno-pop di certa malinconica eleganza e qualche appunto di musica lounge.

Solace vede ancora protagonista la chitarra acustica dell’Autore impegnarsi in una linea melodica più complessa delle precedenti, dai diversi cambi tonali che la guidano tra un classico moderno e un approccio più jazzato. Un brano realmente interessante che comunica a tratti un senso d’abbandono e di asciutta introversione. Ishtar è il nome di un’antica dea della fertilità di provenienza babilonese, anche se il brano non pare evocare più di tanto un aspetto mitologico, quanto un’atmosfera rasserenante di sapore contemplativo, tra chitarre sovra-incise e le percussioni orientaleggianti di Fadda. Anche in questo caso una scrittura che prevede cambi di tonalità viene seguita da una parentesi modale che induce una sensazione di espansione corporea e mentale. Studio #1 si avvale di accordi moderatamente dissonanti in uno stile che mi ha ricordato John Fahey, con quei passaggi meditati atti a sollecitare presunti spunti d’avanguardia. Il brano si avvale di armonie lente, un po’ dispersive ma strategicamente controllate. Con Stefano e Irene si ritorna verso un andamento melodico più conforme, basandosi sulla sovrapposizione delle chitarre acustiche e con la partecipazione della voce eterea della Beatini che conferisce all’intera traccia una sensazione vaporosa di leggerezza. I colori sono chiari, luminosi e se non avessi timore di essere troppo prevedibile potrei descriverli come immersi nel pieno di un clima mediterraneo. Dopo la Sciarada iniziale è ora la volta dell’Enigma e prosegue cosi il cammino tra gli arcani proposti da Falomi. Si tratta di un passaggio suggestivo di sapore orientale, con un alone misterioso corroborato dalle percussioni e dalle chitarre insieme al Rhodes, a cui partecipa di nuovo la voce della Beatini. Step on Time è l’evocativo brano di chiusura che dopo un’introduzione lenta ed incantatoria acquista una dimensione ritmica quasi d’impronta latina, con vibranti accordi di chitarra elettrica in sottofondo ad accompagnare le escursioni dell’acustica, recuperando anche quelle molecole di flamenco che si erano già respirate nei brani iniziali.
Le umili tamerici di pascoliana – e dannunziana – memoria, crescono nonostante i climi siccitosi e salmastri, s’accontentano di metter radici anche in terreni sabbiosi o sferzati dal vento. I brani proposti da Falomi sono spesso delle semplici istantanee che provengono da un mondo nascosto, privato ed interiorizzato, ma saldo nei sentimenti proprio come quegli arbusti, flessibili e resistenti, capaci di sopportare gli sbalzi stagionali e le maree. La musica di Myricae, passando continuamente tra l’acustico e l’elettrico, tra il tonale e il modale, resta felicemente inclassificabile sul confine dell’eterno limite del reale, a giocarsela col peso dei ricordi, dei sogni e del tempo che passa.
Tracklist:
01. Sciarada (2:58)
02. Les amours imaginaires (5:28)
03. Peace song (5:06)
04. Solace (4:54)
05. Ishtar (5:01)
06. Studio #1 (3:09)
07. Stefano e Irene (6:08)
08. Enigma (4:51)
09. Step on time (4:25)
Photo 1 © Paola Tieppo, 2 © Irene Della Casa




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi