I N T E R V I S T A
Articolo di Paola Tieppo e James Cook
Luca Falomi è un chitarrista, compositore e arrangiatore, nato a Genova. Dopo aver scoperto la chitarra in tenera età ed aver seguito studi accademici classici, si è dedicato alle tante declinazioni del cordofono, sviluppando un interesse particolare per il suono e i linguaggi musicali. Ciò lo ha portato a sperimentare su strumenti acustici, elettrici ed etnici ed a coltivare una forte inclinazione per la musica improvvisata, sviluppando uno stile molto personale, di matrice jazzistica con influenze classiche e world, oltre ad incursioni nel mondo del teatro e del cinema. Dopo aver dato vita e partecipato a numerosi progetti collettivi è uscito alcuni mesi fa un nuovo disco a proprio nome, Myricae (qui la recensione), pubblicato da Abeat Records. Lo abbiamo incontrato in occasione del concerto che si svolgerà al Rosetum Jazz Festival di Milano il 30 gennaio per farci raccontare qualcosa di sé, del presente e del futuro…

Hai iniziato a soli sei anni a suonare la chitarra. Cosa ti ha portato a questo strumento e cosa ti affascina di esso ancora oggi?
Il mio rapporto con la chitarra è stato un amore a prima vista o a primo “suono”. Nella mia famiglia non c’erano musicisti o appassionati di musica. L’ultimo anno della scuola materna ebbi l’occasione di sentire la chitarra dal vivo, suonata davanti a me, rimanendone completamente stregato, al punto di insistere per un anno circa con i miei genitori per poter prendere lezioni. La chitarra è uno strumento difficile che continua ad affascinarmi e a sfidarmi ogni giorno, dal primo momento che ho iniziato a suonarla. Il mio approccio allo strumento, polifonico e legato alla musica acustica, è quello che in assoluto richiede più ore di studio e cura del suono, del tocco, di tanti aspetti magari non evidenti ma molto importanti. È uno strumento che può dare tanto ma che richiede anche tanto lavoro e dedizione. In generale dedicarsi alla musica secondo me è come curare un giardino quotidianamente, con amore e cura.
Quali sono state le tue influenze, i tuoi riferimenti più importanti?
Ho sempre ascoltato moltissima musica di generi musicali differenti: jazz, musica classica, canzone d’autore, rock, musica elettronica. Potrei citare moltissimi artisti, band e compositori che mi hanno influenzato profondamente. Non ho mai avuto preclusioni mentali nei confronti delle varie forme musicali. L’ascolto ha plasmato nel tempo i miei gusti e il mio percorso. Nella mia formazione ho anche praticato generi differenti, seppure studiando e praticando in particolare la musica classica da ragazzo e poi il jazz e la musica improvvisata successivamente. Sono anche un grande appassionato di musica etnica, mi piace scoprire strumenti nuovi e inusuali appartenenti a culture e luoghi distanti da me e imparare stili e modi diversi dal mio, provando poi a incorporarli in ciò che faccio.
Myricae è il terzo album interamente scritto da te. Un punto di arrivo, una ripartenza o entrambi?
Myricae è arrivato dopo una decina di anni dalla pubblicazione del mio ultimo album in solo che si intitolava Sober (Old Mill Records, 2014). In questo arco di tempo ho avuto la necessità di dedicarmi a progetti condivisi con altri artisti (Motus Laevus, Naviganti e Sognatori, Esperanto, Pagine Vere) e al lavoro di arrangiamento e composizione per altri artisti (Franca Masu e molti altri cantanti e strumentisti). Questo mi ha permesso di ampliare il mio bagaglio di conoscenze, di vivere la musica in maniera diversa, di valutare altri punti di vista rispetto al mio e di ampliare la mia rete di contatti. Non ho mai smesso di scrivere “per me” e due anni fa sono arrivato ad avere abbastanza materiale per registrare almeno un paio di album. Ho sentito che era il momento giusto per riprendere il mio percorso solistico, con più maturità e consapevolezza di ciò che stavo facendo. In questo senso Myricae è una ripartenza, più sicuro di me, dei miei mezzi e di come posso e voglio esprimermi.
Come sei arrivato a concepire questo album? Ascoltandolo abbiamo avuto l’impressione di un diario segreto, un’incursione nel tuo mondo privato…
Per me la scrittura è una necessità quotidiana. Un modo di mettere in musica ciò che vivo. Myricae è una raccolta di pensieri e momenti che ho vissuto negli ultimi anni della mia vita e che volevo condividere con chi mi ascolta. I lavori che ho fatto precedentemente erano molto arrangiati e coinvolgevano molti musicisti. In questo caso sono partito dalla mia chitarra, che da sola è già una piccola orchestra. Molti brani sono stati registrati in solo, senza overdubbing e con editing davvero minimi. Altre composizioni nella mia testa richiedevano l’apporto di ospiti o di piccoli interventi di produzione e quindi ho pensato di coinvolgere artisti di grande valore sia musicale che personale che hanno arricchito notevolmente il mio lavoro (Giovanni Ceccarelli al Rhodes, Marco Fadda alle percussioni, Giulia Beatini alla voce e Stefano Della Casa che si è occupato della produzione musicale di alcuni brani). Dettaglio non da poco ho registrato anche questo album a Udine presso lo studio Artesuono del grandissimo Stefano Amerio (qui l’intervista) che ha fatto come sempre un lavoro straordinario a livello sonoro.
Il titolo fa riferimento evidentemente alla celebre poesia di Pascoli, ma c’è anche qualcosa di te in questo titolo… vuoi raccontarlo?
Quando era bambino mio padre era solito registrarmi mentre suonavo o preparavo brani per qualche saggio o concorso. Alcuni anni fa ho ritrovato una serie di audiocassette contenenti queste registrazioni. Riascoltarle è stato molto emozionante. Una di queste aveva addirittura una sorta di copertina ed era stata intitolata proprio Myricae facendo riferimento agli arbusti, alle piccole piante che vanno curate giorno dopo giorno per farle crescere in modo armonico. Questo concetto riflette in modo perfetto il mio modo di vivere e concepire la musica e ho pensato che fosse il titolo migliore per questo nuovo capitolo del mio percorso, oltre che una dedica a mio padre e in generale alla mia famiglia che mi ha dato l’opportunità di dedicarmi alla mia passione che è diventata anche il mio lavoro e la mia vita.

Suoni principalmente strumenti acustici ma talvolta ti esprimi anche con la chitarra elettrica. Che rapporto hai con questi strumenti e come ti influenzano dal punto di vista compositivo?
Ho iniziato il mio percorso sulla chitarra classica, studiando con insegnanti molto in gamba. Ciò mi ha dato modo di sviluppare un’ottima tecnica sullo strumento che ho poi trasferito anche sulla chitarra acustica. In passato ho suonato moltissimo la chitarra elettrica e la semiacustica, in vari contesti musicali, alcuni decisamente “spinti! Per un periodo ho lavorato parecchio anche come turnista in studio e mi divertivo a sovrapporre strumenti diversi, acustici ed elettrici. Successivamente il mio percorso si è concentrato sulla mia musica e sono ritornato a una dimensione piu intima. Volevo sviluppare ancora di più il mio suono, la mia “voce”, che sentivo e sento tutt’ora essere legata alla chitarra classica e in generale agli strumenti acustici. Continuo a suonare la chitarra elettrica, seppure non come strumento principale ma come colore che mi piace inserire a piccole dosi in quello che faccio. In ogni mio disco ci sono momenti dove questo strumento compare. Inoltre mi sono avvicinato molto ad altri strumenti come la chitarra baritona, la 12 corde e altri strumenti etnici come Oud e mandola che sono diventati parte del mio arsenale espressivo e che utilizzo spesso e volentieri perché mi permettono di aggiungere sonorità particolari, interessanti ed evocative.
Cosa pensi degli effetti elettronici? Troppo distanti dalla tua natura apparentemente romantica?
Sono un grande amante dell’elettronica e dell’effettistica. In contesti più acustici non amo “condire” troppo ciò che faccio e mi dedico principalmente a creare suoni anche strani o inusuali utilizzando quasi esclusivamente le mie dita. Ma a volte mi piace inserire sonorità alternative non prodotte da me e in questo caso apro il mio arsenale di pedalini e inizio a sperimentare. Ciascun artista ha la sua natura, la mia non credo sia solo romantica: a volte la mia musica è impetuosa, altre meditativa e il suono in tutte le sue sfaccettature è ciò che mi permette di esprimermi al meglio, senza limiti rispetto agli strumenti che uso.
Ad una voce, quando presente, come preferisci rapportarti?
La voce credo che sia lo strumento in grado di comunicare nel modo più diretto ed efficace. Ci sono voci che mi emozionano profondamente e artisti che con poche parole mi portano in un altro mondo. Ho lavorato con molti cantanti e cantautori e mi piace molto accompagnare la voce. Lo faccio pensando a un dialogo continuo, nel quale creo all’istante improvvisando linee che possano non solo sostenere ma anche dare varietà e ampliando la narrazione come arrangiamenti estemporanei. Ultimamente sto inserendo la voce (per ora non la mia!) nelle mie composizioni, doppiando le linee che suono o veri e propri arrangiamenti vocali. Ho addirittura realizzato un progetto con il trio Esperanto dal titolo Voices nel quale abbiamo coinvolto grandissime voci: Petra Magoni, I Cluster, Stephane Casalta, Alessia Martegiani, i Tritonus Ensemble.
Com’è nata l’idea di suonare dal vivo un disco così intimo allargando l’organico ad altri tre musicisti e come li hai scelti? Ti sei occupato tu degli arrangiamenti e delle loro parti?
Myricae ha una duplice natura: la semplicità della mia chitarra da sola e la complessità di alcuni brani che sono articolati, strutturati e contengono varie parti che sono state sovraincise. Quindi ho pensato di creare vari “format” di concerto e di formazione che vanno dal solo al quartetto, in modo da poter offrire un’offerta varia e che possa rispecchiare la natura della mia musica. Nei concerti in solo mi metto totalmente a nudo con un repertorio studiato ad hoc. Nel caso del quartetto ho grandi possibilità per quanto riguarda l’arrangiamento. Questa band è nata assemblando musicisti e soprattutto persone alle quali tengo molto. Stefano Della Casa, al violoncello, è uno dei miei più cari amici e collaboratore musicale da 20 anni. Si occupa principalmente di musica per il cinema e ha una visione della musica a 360 gradi. Il suo strumento aggiunge cantabilità a molti dei miei temi e suonato pizzicato porta un groove molto simile al contrabbasso. Con Eugenia Canale (al pianoforte) ci siamo conosciuti un paio di anni fa perché l’ho invitata a suonare al festival Ombre Di Jazz che si tiene a Bogliasco, dopo aver sentito il suo album Risvegli. Sono rimasto estremamente affascinato dal suo modo di suonare, così musicale. Eugenia ha un grandissimo talento, fa sembrare semplici le cose più complicate e ha capacità di ascolto incredibili. Ci siamo trovati a condividere profondamente la visione per la musica e l’unione dei nostri strumenti, non sempre facile da gestire per molti, è risultata invece assolutamente vincente. Alla batteria c’è un altro amico carissimo, Max Trabucco. Con lui ci siamo conosciuti grazie al web nel 2018. Abbiamo iniziato a scriverci e ad ascoltare reciprocamente i nostri lavori. Durante il lockdown abbiamo collaborato a distanza realizzando un piccolo video e successivamente abbiamo creato insieme al contrabbassista friulano Alessandro Turchet, il progetto Naviganti e Sognatori con il quale abbiamo pubblicato per Abeat l’album omonimo nel 2021 (ne abbiamo parlato qui) seguito da Mare aperto nel 2024 (qui l’articolo). Abbiamo collaborato in questi lavori, con Daniele Di Bonaventura e con Maria Pia De Vito che sono stati nostri ospiti ed entrambe le uscite hanno avuto un’ottima accoglienza. Max è uno dei migliori batteristi che abbiamo in Italia. Il suo talento non si limita a come suona il suo strumento, sta anche nella sua musicalità, data anche dal fatto che è a sua volta un compositore e anche pianista. Il minimo comune denominatore della mia band è la capacità di ascolto e di interplay e il fatto di mettersi a disposizione della musica e di voler creare qualcosa di bello insieme. Ho scelto una selezione delle cose più belle da me scritte e quelle più adatte a questo tipo di suono e strumenti e con la massima facilità in un paio di giorni di prove abbiamo sistemato insieme gli arrangiamenti che avevo preparato. Sono molto soddisfatto di questo progetto che mi stimola anche dal punto di vista compositivo.

Una curiosità: fra i titoli del disco ci sono Sciarada, Enigma… Hai anche tu, come Eugenia Canale, che suona con te in questo quartetto, la passione per enigmistica e affini?
No, o almeno non ancora! Eugenia sta cercando di iniziarmi al mondo dei rebus ma ammetto di essere piuttosto refrattario e poco portato! In compenso ho scritto un brano che ho voluto intitolare proprio Rebus (forse ispirato dal nome della sua formazione Rebus quartet) e che spero di registrare presto. Una curiosità: i due brani contenuti in Myricae, Sciarada ed Enigma, sono in realtà lo stesso brano che è stato sviluppato in forme diverse. Sciarada è basato su un riff a loop sul quale canta un tema molto breve e segue una improvvisazione e il brano funge da introduzione all’album intero. Enigma invece è il brano vero e proprio che è stato sviluppato con varie sezioni e con una cura minuziosa a livello di produzione grazie a Stefano Della Casa. Il titolo, o meglio, i titoli, richiamano qualcosa di misterioso e non del tutto definito e che si può cercare tra le pieghe della musica.
Sappiamo che di recente sei tornato in studio per registrare nuovi brani con la formazione che è diventata l’originale evoluzione di questo disco… cosa ci aspetta?
Ho prodotto recentemente un nuovo brano del quale sono davvero molto contento. Ho coinvolto la mia band ma non solo, ci saranno anche ospiti. Uscirà probabilmente a febbraio come singolo e sarà seguito da altri brani ai quali sto già lavorando. L’idea è quella di non limitarsi a pubblicare album interi ogni due o tre anni ma poter uscire più spesso con brani singoli che possano raccontare nuove storie e mantenere viva la comunicazione con il pubblico. A livello espressivo e artistico questa strategia è anche un ottimo modo per presentare brani recenti, che rappresentino il presente, rispecchiando in pieno ciò che si vuole esprimere oggi.
Nella tua discografia precedente ci sono molte composizioni scritte da te e alcune a quattro mani con altri artisti. In quale contesto ti senti più a tuo agio?
Sono due approcci diversi e altrettanto appaganti. Nel caso delle mie composizioni lavoro esclusivamente con la mia immaginazione e con il mio processo creativo. Non chiedo mai suggerimenti o pareri a nessuno e il brano viene terminato quando mi soddisfa al 100%. Scrivere insieme a qualcun’altro è diverso perché ci sono stimoli continui da entrambe le direzioni, che portano spesso ad uscire dalla propria confort zone, in favore di un terreno comune all’interno del quale trovano spazio le suggestioni e le idee di tutti. È difficile trovare artisti con una visione simile alla propria e con i quali ci si possa completare ma quando accade nasce una magia.
In merito agli altri tuoi progetti, cosa succederà nel futuro prossimo? Siamo piuttosto affezionati al trio Naviganti e Sognatori, ma in generale la tua chitarra ha sempre un suono piuttosto riconoscibile. Ci sono degli strumenti a cui prediligi affiancare il tuo suono?
In primavera uscirà un nuovo lavoro discografico e che porteremo anche dal vivo, con Anaïs Drago al violino e Fausto Beccalossi alla fisarmonica. Un trio davvero esplosivo. Con il trio Naviganti e Sognatori abbiamo nel cassetto un nuovo progetto e sicuramente torneremo in studio presto. Idem con il progetto Motus Laevus stiamo mettendo in cantiere nuova musica e nuove idee. Poi altre uscite e collaborazioni. Un po’ alla volta svelerò tutto. Vi invito a seguirmi sui miei canali social e a iscrivervi alla mia newsletter disponibile sul mio sito www.lucafalomi.com tramite la quale potrete ricevere aggiornamenti su tutte le mie attività.
Luca, a che punto ti trovi del tuo percorso artistico ed umano? Vuoi fare un bilancio?
Da qualche anno a questa parte credo di aver trovato la mia identità, il mio mondo, il mio modo di esprimermi. Ho capito cosa so fare e anche cosa non so fare. Credo sia sempre importante avere coscienza di sé stessi e dei propri mezzi, in modo da potersi migliorare e poter capire qual è il proprio posto nel mondo. Vedo molti artisti che fanno fatica a “mettersi a fuoco”: continuano a pubblicare lavori che risultano essere slegati tra di loro o non coerenti con un percorso artistico maturo. Personalmente, nelle fasi della mia carriera in cui non mi sentivo a mio agio o centrato, ho preferito fermarmi a riflettere. In questo momento ho tantissime idee e grande energia e voglia di fare musica. Ho una rete sempre più ampia di collaboratori, contatti e persone che mi seguono e il mio pensiero principale è creare bella musica e poterla condividere. Penso al presente, raccolgo ciò che c’è di buono e cerco nuovi stimoli per esprimermi meglio che posso.
Photo: © Roberto Cifarelli, tranne il quartetto © Irene Della Casa




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