L I V E – R E P O R T
Articolo di Nicola Barin
Anche quest’anno il Festival La Prima Estate solletica con energia la musica in un set d’eccezione: il parco Bussoladomani che negli anni 70/80 ha ospitato i grandi nomi del rock del pop e del jazz. La serata vede un line-up d’eccezione con tutte band inglesi. Si parte con gli Yard Act band inglese di recente formazione composta da James Smith (voce), Sammy Robinson (chitarra), Ryan Needham (basso), George Townend (batteria).
La band di Leeds mescola suggestioni Britpop, reminiscenze funky e dance direttamente dagli anni 70.

I brani provengono principalmente dal loro ultimo lavoro Where’s My Utopia?, tracce come We Make Hits e Dream Job infiammano immediatamente la serata, scaldano il pubblico e sinceramente avremmo voluto che il loro intervento durasse molto di più.
La band sa unire una forte presenza scenica alla capacità di nutrirsi dei generi più eterogenei e disparati per costruire un sound, unico e originale.
La serata entra nel vivo con la successiva proposta: gli Spiritualized, band storica formatasi nei primi anni 90 trainata dal frontman Jason Pierce. band si offre in tutta la sua potenza sonica con sound pieno e coinvolgente. La miscela unica di chitarre ariose e maestose sfiorano momenti ricchi di intarsi elettrici a cui si alternano attimi di ballate intense e malinconiche. La notevole capacità di appropriarsi del palco, determina un creando un forte impatto scenico che si manifesta con sfoggio modulazioni di luci la voce del frontman che si disperde e riemerge nell’aria, ancora abbastanza calda e assonnata, dalla lunga giornata di sole.

Il terzo set è un tripudio, il pubblico attende con trepidazione la band più attesa della serata, I Mogwai. Il gruppo scozzese festeggia i suoi trent’anni ma sembra non dimostrarli.
La band è formate da Stuart Braithwaite chitarra e voce, Barry Burns, chitarra, pianoforte, sintetizzatore, voce, Dominic Aitchison basso e Martin Bulloch batteria
I due brani di apertura, God Gets You Back e Hi Chaos, tratti dall’ultimo lavoro The Bad Fire, delineano già con chiarezza che cosa ci dobbiamo aspettare. Sonorità complesse, ancestrali che si impongono tentando di ridefinire la categoria del tempo che viene sospeso, dilatato fino all’inverosimile.
Vengono proposti diversi brani dell’ultimo fatica uscita agli inizi dell’anno, l’andamento del concerto ovviamente si fonda in un climax che sfocia nel brano finale My Father, My King. Il pubblico è estasiato e rapito: la band scozzese mantiene le sue promesse e dona uno spettacolo vincente.

Una serata magnifica per una location perfetta pronta ad accogliere, in un festival di sei giorni, le voci più intriganti della scena pop di ieri e di oggi.






Photo © Fabio Paleari






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