R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Quel tono ipnotico, un po’ obliquo e stratificato, che alterna sensazioni liriche a descrizioni materiche, è da sempre una tra le strutture portanti della musica di Paolo Angeli. Scomponendo l’insieme dei suoi lavori in frasi brevi, talora opportunamente sincopate oppure al contrario mantenendo lunghe sequenze sonore che si traducono in forti immagini sensoriali, il musicista sardo crea un urto visivo, oltre che specificatamente uditivo. Ciò perché, almeno nel buffer mentale del sottoscritto, la sua musica innesca un corteo figurato di paesaggi isolani e mediterranei ma anche sequenze indistinguibili di macchie cromatiche che si fondono le une nelle altre, come colori mescolati su una tavolozza. L’ultimo lavoro di Angeli, Lema, appartiene alla categoria di quegli album che nascono da ferite ma che nel tempo iniziano a pulsare non più di dolore bensì di vita nuova. È un disco che si muove tra la riservatezza di una scrittura introversa e la necessità fisica di far saltare tavoli e schemi, un percorso che inizia in un magma paralizzante di scorie emotive – perdite affettive personali e non solo – e finisce in una dimensione di sortilegio, dove le ombre si ridisegnano divenendo materia creativa.

In alcuni momenti, nell’ascolto di Lema, ci si rende conto come non si stia assistendo ad una semplice sequenza di brani, ma a un processo di trasmutazione. Infatti Angeli mette in atto un’opera che è insieme diario e rito, una cartografia dell’interiorità tracciata non con linee nette ma con ombre, scarti e materiali grezzi. È un album profondamente intimo, che trasforma il dolore in sostanza acustica, fino a ridurlo a polvere sonora. Non c’è compiacimento nel patire, qui la sofferenza diventa materia da scolpire, plasma da cui far emergere forme nuove. Le otto tracce sono fiori che si aprono con lentezza, suoni che cercano via via di respirare più profondamente. Chitarre storpie si piagano e si spezzano, frammenti fluttuano nell’aria come polvere metallica ma nel contempo una generica idea di dolcezza e riflessione introvertita partecipa in questo gioco di pelli e cicatrici. Fin dalle prime note si percepisce un clima di attesa sospensiva. La chitarra preparata di Angeli – in realtà un’ibridazione cordofona-percussiva che sembra avere qualcosa come 25 corde – non è soltanto uno strumento, ma una struttura mutante, un’interfaccia uomo-macchina quasi cronemberghiana capace di frantumare il concetto stesso di strumento a corda, producendo non solo suoni canonici ma anche impulsi irregolari che stanno a metà tra il gesto improvvisato e la calligrafia consapevole. Attenzione però a non cadere in quella trappola che ci può portare a identificare questa musica come una sorta di autismo espressivo. Angeli non si auto-esclude mai dal mondo che lo circonda ma ne riflette i contenuti attraverso una concentrazione quasi monastica che gli permette la ricerca di timbriche perdute, calandosi nelle profondità del suono per riportarne in superficie materiali che non si pensavano più udibili come armonici sfuggenti, risonanze accidentali, vibrazioni laterali. Tutto questo non si organizza in un’architettura chiusa, ma resta aperto, in costante divenire. Angeli sembra volerci ricordare che la musica, come la vita, non deve necessariamente portare ad un punto d’arrivo, perché il senso sta nel processo, nell’atto stesso di ascoltare e di lasciar accadere. Il canto – sempre più presente nella sua produzione recente – si fa a volte strumento di gentilezza e altre volte di lamentazione. Le parole, estratte dalla poesia tradizionale, alle volte tradotte in lingua sarda e trasfigurate fino a diventare autobiografiche, portano con sé il peso della perdita ma anche il vento della rinascita. In definitiva ho l’impressione che questo album sia un’autobiografia indiretta, filtrata da immagini che rifiutano di diventare didascaliche, e che si adagiano su melodie scarne, appena accennate, lavorate per lo più in un clima armonico modale. Prima di addentrarci nello specifico percorso sonoro di Lema – in sardo significa grosso modo elemento unificante – ricordo che Off Topic si è occupata a lungo di Angeli, sia per quello che riguarda le recensioni di alcuni suoi album – leggi qui e qui – sia commentando le sue esibizioni live che si possono ritrovare qui e qui. A questi articoli retroattivi rimando per le informazioni sulla biografia dell’artista. La disposizione dei brani segue una suddivisione in due blocchi. Il primo comprende tre pezzi raccolti in una continuità logica ed emotiva che si sviluppa per una ventina di minuti circa, in un clima decisamente diverso dalla seconda parte in cui possiamo ascoltare le rimanenti cinque tracce. Notazione importante: tutti i suoni che si avvertono provengono da un unico strumento – o meglio, da un unico essere umano – e non ci sono sovra-incisioni. Curioso e se vogliamo anche oggetto di moderata invidia, è il racconto che lo stesso Angeli confida a Più O Meno Pop, in un’intervista pubblicata il 28/07/25. “L’album…È stato registrato con Dave Bianchi, una figura a me molto cara, con cui ho attraversato un percorso creativo di oltre 15 anni a Barcellona. Il suo Studio è a Sitges (Catalunya), in riva al mare. Capita raramente di registrare un disco senza abbandonare la tua routine. È stato tutto così naturale… la mattina andavamo al mercato, compravamo il pesce, sceglievamo cosa cucinare. Poi si entrava in studio e verso le tre ci cimentavamo tra i piatti: un lusso! Io adoro la relazione tra il mare, il mondo dei vecchi pescatori, il flusso di idee che si macinano quando cammini su una spiaggia in inverno...”

Periplo è il primo brano che apre l’album. Una circumnavigazione del territorio da esplorare, l’iniziale perturbazione sonora tra corde pizzicate che sembrano provenire da uno shamisen giapponese e droni di note basse. Non solo, vi si ascoltano anche il timbro riconoscibile di una semplice (?) chitarra che richiama una sospensione del Tempo, canti cordali difonici, effetti pseudo larsen, semplici arpeggi che aprono spazi panoramici nell’immaginazione. Le melodie sono scarne, incomplete, non promettono nulla se non frammenti emozionali che si vanno a perdere via via nella foschia serale. Sciumara – significa foce – è una spiaggia di Palau, dove impressioni flamenche cucite sui canonici passaggi di un semitono dalla tonalità maggiore a quella minore, si affiancano alla voce di Angeli che canta un testo di Petru Alluttu, poeta gallurese dell’800 “…Il sole nell’acqua, riflesso dal mare profondo passa e ti veste del suo splendore…” [grazie ad Alberto campo e al Giornale della Musica, da cui ho preso questa ed altre informazioni]. Qui però, rispetto al brano precedente, l’aspetto melodico permane costantemente, mescolato con l’elemento acqueo peraltro sempre presente in questi brani. Mavì è il brano trainante di questa prime triade e l’inizio, secondo me, deve qualcosa, coscientemente o no, agli arpeggi di Nick Drake. Dedicato alla memoria della madre – Mavì sta per Maria Vittoria – si presenta tutt’altro che sotto forma di epicedio e al di là delle lamentazioni e dei melismi, si mantiene per larghi tratti al di fuori dell’influenza più drammatica del flamenco, anzi, mantenendo un tono emotivo più rasserenato dai buoni ricordi che non dal dispiacere della perdita. Almeno fino all’ultimo tratto del brano ancora segnato dai versi del poeta Alluttu “…dolce come l’alba che nasce dal mare…”. La chiusura si affida alle corde pulite della chitarra e si spegne in un misterioso territorio intermedio, quasi una dimensione del sospiro che insegue la memoria. Azafràn è un pezzo racchiuso in una gemma flamenca per sola chitarra. Senza effetti, senza suoni estranei. Tra Spagna e Medio Oriente, è la preparazione ideale per il brano a seguire, cioè Nabka. Il brano ha un testo tradotto in sardo che proviene dal poeta palestinese Refaat Alareer, ucciso dall’esercito israeliano all’età di 44 anni in uno dei reiterati bombardamenti sulla striscia di Gaza. È la prima volta che ascolto un artista raccontare della Palestina, eppure son quasi due anni di genocidio sistematico… Il brano è accorato, sincero, stigmatizzato dalla chitarra che a metà percorso cede allo stridio della distopia dovuto alla distruzione sionista. Finisce tra il canto con “...se io devo morire tu devi vivere per raccontare la mia storia…” che si spegne progressivamente, tra effetti che sembrano pale di elicotteri in volo. Conca Entosa è il brano più ritmato e potente dell’intero album. Si tratta di un luogo battuto da forti venti che ha ispirato Angeli in un’amara riflessione sul consumo e sulla privatizzazione del suolo sardo, appetito dal turismo vorace e dalla compiacenza di alcuni enti locali. Musicalmente si svolge in una sorta di dialogo che sale progressivamente di dinamica tra i vari elementi del suo strumento, fino a raggiungere alla metà del brano una vera e propria punkizzazione del commento musicale, espressione quasi di un’energia vitale e giustamente un po’ rabbiosa. Ramadura prende vita da un’usanza che consiste nel disperdere fiori sulla strada dove passa la processione religiosa in onore di S.Efisio. L’inizio è rumore di corde stoppate e strappi dissonanti per poi trasformarsi in una danza, con la presenza della voce di Angeli che appare in un primo tempo filtrata ed equalizzata verso le medio frequenze. La voce s’aggiusta poi normalmente con un testo che risulta composto da un puzzle di vari poeti appartenenti a diversi periodi storici, tra cui autori anonimi, il settecentesco Gavino Pes e il contemporaneo Alberto Masala. Il brano incrementa sonorità più stridenti verso il finale. Si chiude con Sun Ra, un omaggio al jazzista di Saturno con percussioni distorte da effetti simil-elettronici – in realtà tutti estrapolati dalla chitarra miracolosa di Angeli – che rimandano a climi africani e a nebulose intergalattiche.
Lema è un album che chiede tempo e silenzio ma soprattutto una certa dimestichezza coi lavori precedenti di Angeli. Alle volte non è facile entrare nel suo mondo, così legato alla terra d’origine ed alle sue tradizioni. E non è nemmeno così facile allineare l’orecchio alla somma di suoni erratici che provengono dai suoi strumenti. Lema è, in fondo, un atto di rinascita consapevole. Origina da un anno segnato da scomparse e partenze, ma non vuole essere un requiem. È piuttosto un’opera iniziatica, in cui la perdita è il punto di partenza per una risalita. Nella sua parte più segreta, questo disco è un laboratorio in cui l’artista sperimenta il suono come strumento di elaborazione del lutto e di riappropriazione della propria voce. È un lavoro che non porta a qualcosa di definito, ma che, come certi processi alchemici, trasforma chi lo attraversa. E alla fine, forse, è questa la vera finalità di questo ultimo lavoro.
Tracklist:
01. Periplo (6:36)
02. Sciumara (4:41)
03. Mavì (11:54)
04. Azafrán (1:51)
05. Nakba (5:55)
06. Conca Entosa (6:42)
07. Ramadura (7:35)
08. Sun Ra (1:49)
Photo © Jack London




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