R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Con Miniatures for Solo Vibraphone, Vitantonio Gasparro costruisce un lavoro decisamente coraggioso ed insolito che sembra nascere da una necessaria scommessa interiore, più che da un semplice progetto discografico. Bisogna riconoscere a questo giovane autore pugliese, non ancora trentenne, giunto al suo secondo album da titolare dopo l’esordio di Introducing Vitantonio Gasparro (2023), un certo grado di audacia o forse di brillante incoscienza nel proporsi con un lavoro che, come si comprende dal titolo stesso, si accentra integralmente sul vibrafono. Di Gasparro, Off Topic si era occupata più volte, anche se non direttamente, recensendo l’album di Fabio Accardi & the Fresh Cats, Youth (2025), leggi qui e attraverso alcuni reportage live accompagnando Badrya Razem – vedi qui – ed esibendosi con Antonello Losacco Trio – leggi qui. Le dieci composizioni di questo Miniatures... si susseguono come coordinate di una geografia personale in cui riescono a convivere, assimilandosi l’un l’altro, il rigore della forma con una misurata gradazione d’impulsi emotivi. Colpisce innanzitutto il fatto che in questo album non ci sia traccia di compiacimento virtuosistico, tentazione che spesso si palesa quando si è a tu per tu con uno strumento solo. Anzi, l’ascolto procede all’interno di un’estetica di sottrazione, senza per questo cadere in un facile minimalismo.

Alcuni passaggi sembrano galleggiare in una specie di estatico stupore, sostenuti da armonie rarefatte e da cellule ritmiche che si deformano lentamente, quasi osservate attraverso una lente iperrealista. Gasparro agisce come un vero regista di tempi sospesi, lasciando che il silenzio abbia il suo peso specifico, permettendogli d’incunearsi tra gli spazi lasciati dal naturale decadimento sonoro delle barre metalliche percosse. Emerge un aspetto metonimico del suono stesso per cui ogni vibrazione rinvia continuamente a qualcos’altro, ad un istante di memoria, ad una fuggevole immagine mentale, forse ad una presenza confusamente diluita nel ricordo. Il vibrafono diventa così un tramite che accompagna con grazia l’ascoltatore lungo un universo pieno di sorprese, nel quale la somma delle risonanze – ed il vibrafono, per sua natura, ne è intimamente colmo – stimola la nostra coscienza, modificando la normale percezione spazio-temporale. L’influenza del minimalismo statunitense è percepibile attraverso alcune trame reiteranti ma la musica di queste miniature si mantiene distante da ogni peccato imitativo, mantenendo una qualità più tattile, meno schematica e più consona alla personalità del suo Autore. L’accumulo percettivo, il baluginare di eventi infinitesimali che trasformano la reiterazione in trance, sono segnali importanti di un certo modo di trasmettere il messaggio. L’architettura ritmica abita pienamente il postmodernismo, assorbendo linguaggi differenti – ad esempio Reich e qualche rimando al classicismo – che l’Autore smonta e ricompone senza però cercare una sintesi definitiva. Altrove emerge una cantabilità obliqua, fragile, traslata in una dimensione notturna e fondamentalmente ambigua. Alcuni brani sembrano possedere un problema d’identità di genere in quanto non propriamente jazz – o almeno in questo frangente non si rintracciano evidenti rimandi ad altri vibrafonisti – né dichiaratamente allineati alla musica classico-contemporanea o tanto meno coinvolti nella galassia ambient. La scrittura alterna slanci melodici e deviazioni improvvise, fratture ritmiche e volute esitazioni. C’è persino qualche momento apparente d’incertezza nel modo in cui alcune linee melodiche si propongono, come se il compositore stesso volesse sabotare deliberatamente ogni equilibrio troppo rassicurante. Ne deriva un ascolto inquieto, spesso percorso da un’ipnotica seduttività che può coinvolgere soprattutto quella frazione di pubblico disposta ad abbandonarsi a un’esperienza di ascolto lenta, immersiva e anti-narrativa come questa. Il vibrafono si trasforma allora in un ologramma del desiderio, dove Gasparro vi proietta una meta dai contorni ancora non perfettamente delineati ma non per questo irraggiungibili.
Così arriviamo al primo brano in sequenza, Interferenze II. Qui il coraggio di Gasparro a cui si accennava inizialmente si evidenzia in modo eclatante. Un brano d’apertura di oltre otto minuti, frammentato, declinato su verbi irregolari, sostenuto come tutte le altre miniature da un vibrafono solitario. Il pezzo è continuamente sottoposto ad un continuo rimodellamento formale, caratterizzato da vortici ripetuti di note e linee melodiche che s’intrecciano le une con le altre, attratte da irreversibili mutamenti direzionali. Anche le dinamiche s’alternano, passando da momenti appena udibili ad altri dove le vibrazioni delle barre sembrano incrementare il loro volume sonoro. L’impressione è che vi siano moduli scritti o comunque comprovati che vengano continuamente mescolati secondo i criteri dell’improvvisazione che non è mai casuale – non s’improvvisa l’improvvisazione, afferma un vecchio paradosso conosciuto dai jazzisti… Invention si presenta con un abbrivio melodicamente quasi orecchiabile ma che si tramuta ben presto in un contrappunto serrato tra due moduli, ricordando esperienze barocche. Un buon esempio di poliglottismo creativo che traduce sinteticamente le influenze eterogenee dell’Autore. Shades of an Istant inizia con un arpeggio in Fa minore, quasi un notturno molto suggestivo che si sviluppa con una serie di costruzioni circolari decisamente melodiche e chiaramente leggibili. Three Places sembra concentrarsi maggiormente sull’impianto ritmico, appoggiandosi ad irrequiete forme geometriche e dando luogo a strutture ellittiche insistite che tendono a sovrapporsi. Leftover ha un profilo marcatamente jazzistico e swingante con i suoi continui scatti punteggiati in levare. Sembra di ascoltare un buon Chick Corea nei suoi momenti migliori, a patto di poter traslare con l’immaginazione le sonorità del pianoforte a quelle proprie del vibrafono. Peccato per la breve durata del brano che s’attesta al di sotto del minuto.

Anche In Between è piuttosto breve, siamo a meno di due minuti. Ed è un vero peccato perché questo pezzo, come per altro il precedente, si muove secondo un pensiero che ha nel jazz i suoi connotati più luminosi. In brani come questo il vibrafono pare perdere le sue caratteristiche più intime per avvicinarsi ad un’architettura quasi pianistica, con una melodia ben individuabile ed un’armonizzazione arpeggiata piuttosto sofisticata. Weirdly segue, per quello che riguarda il parallelo con il pianoforte, le orme del brano precedente, probabilmente ispiratosi al repertorio impressionistico di fine ‘800, inizio ‘900. L’atmosfera magica, delicatamente cristallina mi ha ricordato – valle a capire le comunicazioni mentali sotterranee – Lo Schiaccianoci di Tciaikowskij quando arriva il pas de deux nella Danza della Fata Confetto. Con Foretold si abbandonano i climi eterei per approdare ad un’improvvisazione atonale con fugaci percussioni momentanee aggiunte. Siamo sempre in momenti temporali ben ristretti, qui attorno ai trenta secondi per quello che riguarda la durata della traccia. Nocturne viaggia nell’ambito di un jazz impressionista, caratterizzato da interessanti angolature armoniche di attitudine scientemente intimista. Sono proprio questi, a mio parere, i momenti migliori dell’album, dove pare che l’autore si abbandoni ad una guida melodica dalle coloriture interiorizzate e riflessive mentre la mano dell’improvvisazione s’intreccia a moduli predefiniti e ben studiati. Chiude l’album Death of a Star che sembra quasi un epicedio dedicato. La musica qui procede tra iniziali progressioni dissonanti ascendenti per poi stabilizzarsi in un clima quieto e pensoso dal portamento notturno e lunare.
Il punto forse più significativo di Miniatures for Solo Vibraphone risiede proprio nella sua natura irrisolta. Gasparro non sembra interessato a consegnare all’ascoltatore un’opera chiusa, pacificata, tanto meno un manifesto estetico rigidamente definito. Al contrario, queste dieci miniature abitano una soglia instabile, un territorio in continua ridefinizione dove convivono intuizione e controllo, abbandono e lucidità analitica. È musica che sembra interrogarsi costantemente sulla propria possibilità di esistere, sulla legittimità stessa del gesto sonoro. In questo senso il vibrafono smette progressivamente di essere soltanto uno strumento musicale per trasformarsi in un mezzo percettivo, quasi un filtro attraverso cui osservare la precarietà dell’esperienza contemporanea. Non c’è enfasi drammatica, non c’è alcuna ricerca dell’effetto, tutto si consuma in una dimensione più rarefatta, trattenuta, come se Gasparro preferisse suggerire idee anziché affermarle. Forse potrebbe essere proprio questa apparente reticenza a rendere il disco così peculiare. Perché laddove molta musica contemporanea tende ad esplicitare il proprio linguaggio, Miniatures for Solo Vibraphone sceglie invece di restare in bilico, affidandosi ad una forma di ambiguità che non rinuncia mai del tutto né alla sensibilità lirica né ad una certa distanza concettuale. Come un oggetto osservato attraverso una luce obliqua, l’album continua a mutare prospettiva ad ogni ascolto, lasciando emergere dettagli minimi, tensioni sotterranee e fragili linee di fuga.
Tracklist:
01. Interferenze II (08:58)
02. Invention (02:07)
03. Shades Of An Instant (02:32)
04. Three Places (02:28)
05. Leftover (00:51)
06. In Between (01:42)
07. Weirdly (02:20)
08. Foretold? (00:33)
09. Nocturne (02:56)
10. Death Of A Star (03:08)
Cover Photo © Antonello Losacco
Photo 1 © Mariagrazia Giove, 2 © Paola Tieppo





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