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Henry Carpaneto – Pianissimo (OrangeHomeRecords, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

Secondo capitolo dell’avventura solista del talentuoso pianista ligure Henry Carpaneto che segue dopo sei anni Voodoo Boogie (qui la nostra recensione). Pianissimo è un titolo emblematico e dal possibile duplice significato a seconda che lo si consideri un aggettivo superlativo assoluto dove le tastiere di Henry mostrano tutta la loro forza oppure un andamento musicale dove i tocchi di Henry sui tasti bianchi e neri sono lievi e delicati. In entrambi i casi siamo di fronte a musica eccellente “La matrice è il blues”, afferma Henry, “filo conduttore alla varietà di suoni che contaminano il disco che ha una grande anima black: lo swing, il rhythm ‘n’ blues, il funk e il jazz”.

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Nik Bärtsch – Entendre (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Abituati da tempo ai suoi “moduli” numerati e siglati al posto dei normali titoli di ogni brano, ci troviamo oggi di fronte alle stesse crittografie sfogliando le tracce dell’ultimo lavoro di Nik Bärtsch per piano solo. Il compositore svizzero aveva già editato un album di questo tipo nel 2002, quell’Hishiryo in cui accanto al piano s’intravedeva saltuariamente qualche elemento percussivo ad arrotondare il clima melodico – ritmico del suo strumento. In questa nuova produzione Entendre, Bärtsch utilizza solo il suo piano ed eventualmente qualche rumore aggiunto prodotto dal pianoforte stesso, colpendone le corde o la cassa armonica con un moto della mano. Alcuni moduli, come il 5 ed il 13, sono già stati pubblicati in precedenza su Hishiryo, in forme differenti, ma tutti questi brani tranne l’ultimo Deja-vu Vienne, erano già stati incisi con i suoi gruppi Mobile e Ronin. In questo frangente Bärtsch si lascia andare alla composizione in assoluta solitudine, confermando le sue doti minimaliste ma non facendo mai mancare certi influssi classici mescolati all’improvvisazione che pare essere elemento imprescindibile della musica contemporanea. In questo disco non c’è jazz, almeno se intendiamo con quel termine l’insieme dei canoni stilistici che abbiamo imparato a conoscere, con le opportune sfumature e i vari distinguo, da un secolo a questa parte. Siamo piuttosto vicini, e questa non è certo una novità per Bärtsch, all’essenzialità sonora di Steve Reich, forse a certe suggestioni di Philipp Glass, talora a qualche onda melodica alla Terry Riley e alla provocazione, ma in tono più timido, dei silenzi di John Cage.

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The Rumjacks – Hestia (Four/Four ABC Music, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Il giorno di San Patrizio è passato da un po’, eppure sento ancora quella nostalgia canaglia che mi fa desiderare di ballare e alzare una pinta con gli amici, sarà perché ho passato la Pasqua a ficcare tamponi nel naso delle persone, perché nell’ultimo anno abbiamo visto andar via troppi, senza neanche il tempo di salutarli, o perché ogni santo giorno si è tempestati di brutte notizie e non se ne può più: a volte ci vuole una sana dissociazione dalla realtà per poter sopravvivere.
Mi scollego per un’ora dal mondo e mi ascolto Hestia l’ultimo album dei The Rumjacks, un quintetto folk punk multietnico, seppur originario di Sydney: basta scorrere i nomi dei componenti per capire che i loro nonni non sono nati tra canguri e koala, sarà per questo che la loro musica, come quella dei più famosi Pogues, dei Dropkick Murphys e dei Flogging Molly, ricorda più i suoni tradizionali irlandesi o scozzesi che il rock australiano. Un tripudio di note che affondano le loro radici nelle melodie celtiche, fatte di strumenti non convenzionali come mandolino, banjo, fisarmonica e cornamusa, dalla grande vitalità e che denota un autentico e orgoglioso attaccamento alle proprie origini.

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Antonio Gambacorta – Norah (Autoprodotto, 2019)

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Recensione di Antonio Spanò Greco

Questo disco è una celebrazione, la mia, della musica che adoro, la più evocativa del ‘900 e forse di sempre. Il Blues”. Con questa frase Antonio Gambacorta 42enne di Teramo ci introduce al suo ultimo lavoro Norah dedicato alla figlia nata da poco. Norah è anche il titolo della ghost track, una stupenda ballata elettrica, intensa ed emozionante, costantemente in crescendo e nata per caso alla fine delle sessioni che da sola vale il prezzo del cd. Tra le note del cd vi è anche un omaggio al piccolo borgo Montorio al Vomano poco distante da Teramo di cui Antonio è affascinato sia per le persone che vi abitano, i musicisti che lo accompagnano provengono da Montorio, sia per l’atmosfera quasi magica che si respira.

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Bell Orchestre – House Music (Erased Tapes Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

La storia della musica moderna ritrova un collaudato canovaccio nel rapporto tra due gruppi canadesi quali i Bell Orchestre e gli Arcade Fire. Pur in ambiti musicali fondamentalmente diversi vi sono musicisti in comune tra i due ensemble che si adattano a ruoli differenti. Sarah Neufeld, violinista e cantante e Richard Reed Parry, bassista, sono infatti due elementi presenti ora in un gruppo ora nell’altro a secondo delle circostanze. Ma se l’attitudine degli Arcade Fire è prevalentemente orientata al rock la personalità dei Bell Orchestre è sostanzialmente qualcosa di alieno. Il mondo di questi ultimi è un melange di folk, elettronica e jazz dove diventa difficile tracciare un confine definito tra i generi. Del resto anche l’insieme degli strumenti suonati dai B.O ci aiuta ad avere un’impressione eclettica di questa band. Oltre al violino e al basso già citati c’è Pietro Amato al corno francese e in più alle tastiere e agli effetti elettronici, Michel Feuerstack alla steel guitar e anch’egli alle tastiere, Kaveh Nabatian alla tromba e alla gongoma – strumento lamellofono d’origine africana, una specie di carillon più duttile – ed infine Stefan Schneider alla batteria.

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Joe Strummer – Assembly (Dark Horse Records, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

L’uovo di Pasqua 2021 ci porta in dono Assembly, una raccolta pubblicata lo scorso 26 marzo dalla Dark Horse Records, la casa discografica fondata da George Harrison nel 1974 e portata avanti dagli eredi, che abbraccia l’intera carriera di Strummer, al secolo John Mellor.
L’album è stato anticipato dall’uscita del singolo Junco Partner, in una versione acustica casalinga, che ha accompagnato tutta la sua carriera, dagli esordi con la prima band, The 101ers, poi inclusa nel 1980 nell’album Sandinista dei The Clash e, infine, colonna portante della scaletta live dei Mescaleros negli anni 2000. Scoperto nei sotterranei del leggendario artista su una cassetta etichettata a mano, Junco Partner vede Strummer in solo con la sua acustica, restituendoci un adattamento intimo di questo classico R&B degli anni ’70, con la sua voce inconfondibile e il tocco ritmico della sua telecaster.

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Ryley Walker – Course in Fable (Husky Pants Records, 2021)

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Recensione di Simone Catena

Il talentuoso artista americano Ryley Walker, torna sulle scene con un nuovo album Course in Fable, che racchiude un intera generazione di chitarristi tecnici dal grande gusto musicale. La cultura e attenzione nei suoi lavori, lo rende uno dei musicisti più interessanti sull’attuale panorama underground. Gli arrangiamenti nei brani spaziano dal folk rock classico, fino ad arrivare al progressive d’altri tempi, toccando uno stile quasi anni 70. Il nuovo album viene prodotto per un etichetta diversa rispetto al passato, che ha riscontrato un successo enorme sulla critica e il pubblico, la Husky Pants Records di base a New York.
Al suo interno troviamo anche la preziosa collaborazione in fase di produzione, da parte di John McEntire dei Tortoise, che inserisce synth, piano e vibrafono in alcuni brani per un risultato eccellente.

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The Fratellis – Half Drunk Under A Full Moon (Cooking Vinyl, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

La storia della band di Glasgow segue la classica linea del “fai un singolo che tutti ascolteranno fino alla nausea e poi scompari”. I Fratellis, con il loro album di debutto Costello Music hanno invaso i club e le serate indie a suon di Chelsea Dagger, canzone che peraltro conosciamo ancora tutti a memoria. Il primo album è stato una rivelazione, e la loro carriera prometteva bene: era uscito al momento giusto, con il suono giusto. Se non che, come spesso accade, il secondo disco non fu all’altezza e la band si sciolse.
Per tornare nel 2013 con We Need Medicine, seguito 3 anni dopo da Eyes Wide, Tongue Tied, dove è chiaro il tentativo di appropriarsi del sound di Arctic Monkey e Strokes, e andare avanti in una ricerca stilistica forse troppo seriosa rispetto agli scanzonati inizi, ma con risultati poco soddisfacenti e a dir poco già sentiti. Parliamoci chiaro, non è che l’intera discografia sia da denigrare, prendiamo come esempio In Your Own Sweet Time del 2018, dove il sound è finalmente più personale, riprende dai sixties, dal garage senza dimenticare il folk. Un disco vario, orecchiabile e decisamente più adulto dei precedenti.

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Lana del Rey – Chemtrails Over The Country Club (Virgin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

Cosa si intende per modernità oggi, soprattutto in ambito musicale? Difficile rispondere; nell’ultimo decennio almeno, al di là di una notevole quantità di buoni artisti e band, si è rimasti travolti da un perpetuo ritorno al passato. Un richiamo a forme e stilemi che se in un primo momento si limitava al recupero degli anni Ottanta, anche quelli meno nobili, ha poi cominciato a inglobare anche referenze ad altri decenni. E se presto avremo il disco anni Settanta di sua maestà St Vincent, ecco arrivare, lungamente rimandato e atteso, il nuovo lavoro di Lana Del Rey, omaggio a Joni Mitchell, in particolare a quella di Lady From the Canyon.
Con questo non si vuol lasciare intendere che Lana sia priva di personalità o talento, anzi, il suo revisionismo e aderenza a certi modelli passati è di certo più genuino e sentito di quello di molte colleghe. E riesce a stupire e lasciare il segno. Pur senza canzoni davvero destinate a durare, Chemtrails Over the Country Club si rivela sin dai primi ascolti opera di pregio e qualità, ipnotico, notturno quasi, immerso in quel languore da cui è facile farsi sedurre. Una voce evanescente, sottile, ottima per veicolare segreti e palpiti di un cuore tradito ma ancora affamato di vita e che si appoggia sovente su tasti e corde sfrigolanti. Si può criticare la facilità di alcune melodie ma l’intensità e il sentimento che muovono l’intero lavoro sono fuori discussione.

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