Violons Barbares @ Parco Tittoni, Desio (Mb) 25 Luglio 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di James Cook, immagini sonore di Roberto Bianchi

Devo la scoperta dei Violons Barbares, straordinario trio “etno-rock”, all’infaticabile opera di esplorazione e divulgazione culturale di Saul Beretta che, in qualità di direttore artistico di Musicamorfosi, li ha portati, per la terza volta in 4 anni, a suonare in Brianza.I tre membri del gruppo sono il francese Fabien Guyot (batteria e percussioni), il mongolo Dandarvaanching Enkhjargal (voce e morin khuur) ed il bulgaro Dimitri Gougov (voce e gadulka). L’origine del loro nome deriva appunto dagli strumenti utilizzati, cioè i “violini barbari”. Nella fattispecie lo strumento originario della mongolia ha due corde ed una cassa armonica a forma di trapezio, quello bulgaro ne possiede ben 14 (come ci racconterà il musicista prima del suo assolo), ma solo tre vengono suonate con l’archetto, le altre sono risonanti.
Avevo già assistito ad una performance  di questo trio nell’estate del 2014 a Monza; lo show mi aveva estremamente colpito sia per la particolarità del contenuto, che per il coinvolgimento raggiunto con il pubblico presente.
Non ho potuto quindi lasciarmi sfuggire l’occasione di essere presente al loro ritorno, questa volta al parco Tittoni di Desio, nell’ennesima serata caratterizzata dal tipico clima estivo padano.
Il concerto è inserito nel calendario di Suoni mobili 2016, la rassegna itinerante che, anche quest’anno, propone, per oltre un mese, musica originale e di qualità, in giro per la Brianza.

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La sede è accogliente: seduti comodamente, alle nostre spalle è un bel colpo d’occhio per lo sguardo la splendida villa neoclassica disegnata dal Piermarini nel XVIII secolo. Un nutrito pubblico attende il concerto scrutando con una certa apprensione il cielo sempre più carico di nubi minacciose.
La partenza prevede il gustosissimo antipasto costituito da un piccolo ed inedito set di Roberto Zanisi, accompagnato da Fabien Guyot alle percussioni. Del polistrumentista milanese e di quanto sia emozionante la sua esibizione live ne ho già parlato di recente qui, ma, in questo duetto unico, il risultato lascia la platea letteralmente a bocca aperta. Per l’occasione Roberto utilizza uno dei suoi strumenti preferiti – il cümbüş – cimentandosi in tre brani dal suo recentissimo album: “bradipo tridattilo”, “aksak deniz” e “spezi panachè”. Queste canzoni, già di per sé estremamente evocative, acquistano nuovi colori ed aromi grazie alla presenza del musicista francese, fuoriclasse, nonché notevolmente appassionato di percussioni africane ed asiatiche. Basta socchiudere gli occhi e già si parte per il primo affascinante viaggio…

Sceso Zanisi dal palco, accompagnato dalla grande ovazione dei presenti, comincia il set dei Violons Barbares, attraverso una ricca introduzione percussiva di Guyot. I suoni ci coprono, ci avvolgono, si fondono con il sibilo del vento ed il borbottio dei tuoni, regalandoci l’illusione di essere impermeabili alle bizze del tempo (perché sì, è iniziata a scendere una pioggerellina leggera). Dopo alcuni minuti fanno il loro ingresso anche Dandarvaanching (detto Epi) e Dimitri. Si entra nel vivo del concerto con un brano che ci immerge in un’atmosfera balcanica, arricchita dalla grande particolarità del musicista mongolo, ossia il canto diplofonico. Questa tecnica gli permette di riprodurre in simultanea due o anche più suoni distinti, ed è combinata ad un’incredibile estensione vocale. Epi, infatti, è in grado di spaziare dai toni più profondamente baritonali, fino a falsetti impressionanti per l’elasticità con la quale si protendono verso le note più alte. Il suo cantato raggiunge così una forza quasi mistica, conducendoci per mano alla scoperta di brani tradizionali riarrangiati. Le culture musicali di riferimento sono quelle del medio oriente, del Kazakistan, dell’Afghanistan, passando naturalmente per il suo paese d’origine, la Mongolia. Quando Dimitri, per un momento, rimane solo sul palco, esegue uno struggente brano dedicato alla sorella. L’utilizzo della gadulka (strumento imparentato con la lira calabrese) e delle sue corde melodiche, lo rende praticamente, l’unico intermezzo veramente tranquillo della serata.

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Si riparte subito, infatti, al galoppo verso mondi fatati… mi ritrovo deliziosamente avvolto da atmosfere che mi riportano alla mente immagini lontane, uscite forse da un racconto de “le mille e una notte” o da un vagone de l’orient express.
Man mano che il concerto prende vita, la pioggia progressivamente aumenta, ma il pubblico pare quasi non accorgersene, catturato da ritmi incalzanti e vorticosi, con le pelli e le corde sollecitate al massimo, in un equilibrio perfetto tra tradizione e sperimentazione.
I tre eclettici musicisti, da subito, riescono ad instaurare un ottimo rapporto con il pubblico, scherzando di continuo in italiano ed inglese. In particolare, Dimitri Gougov, strappa più di una risata presentando la maggior parte dei brani con la frase: “questa è una canzone d’amore”. L’ironia e l’umorismo, uniti al grande spessore musicale,  caricano il pubblico, lo spingono ad alzarsi dalle postazioni a sedere, quasi fosse impossibile trattenere i movimenti generati da una musica così energeticamente vitale.
Con le note che viaggiano di continuo fra Europa ed Asia, il finale sta per arrivare; una parte del pubblico si arrende alla pioggia e cerca riparo, ma la maggioranza, ormai liberata da ogni freno, si produce in danze scatenate, incurante delle condizioni atmosferiche, che, nel frattempo, sono diventate proibitive.

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Il trio non si fa attendere per il bis, che si rivela l’ennesimo tripudio di suoni di grande effetto, ripagati dall’immancabile entusiasmo generale.
L’ennesima soddisfacente esperienza nasce, ancora una volta, dall’incontro con musicisti provenienti da culture differenti dalle nostre. Questa “contaminazione” ci arricchisce, ci gratifica, solletica la nostra fantasia, lancia a briglia sciolta sogni e desideri, portandoci – anche se solo per la durata di un concerto – in luoghi lontani, esotici ed affascinanti. Peccato solo per l’inclemenza del tempo che ci ha costretti all’immediata fuga verso le auto, riconducendoci bruscamente alla realtà, senza nemmeno la possibilità di lasciar depositare le splendide emozioni che ci hanno fatto compagnia durante le due ore appena trascorse. Comunque, anche ora, a “mente fredda”, non posso che ribadire  che assistere dal vivo ad un concerto dei Violons Barbares  è  davvero un’esperienza che consiglio di cuore a chi, come me, è sempre alla ricerca  di  nuovi mondi (musicali e non) da esplorare…

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[Grazie ad Ellebi per il prezioso aiuto]

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