Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Alessandro Pedale

È stato indubbiamente un trionfo. “La sindrome di Tôret” è stato portato in giro per 103 date, in tutta Italia e pure in qualche puntata all’estero, in posti importanti come lo Sziget. È stato un disco importante, per Willie Peyote: gli ha fatto fare il grande salto dal bravo rapper che sa scrivere qualche singolo di successo, all’artista vero che realizza lavori coesi, curati in ogni minimo dettaglio e che è in grado di dare voce alla propria contemporaneità.
È stata anche l’occasione per vederlo tanto dal vivo e per realizzare che, nell’universo italiano che gravita intorno a Rap, Trap, It Pop e affini, lui è uno che, proprio sul palco, ha una marcia in più.

Peccato che il pubblico dell’Alcatraz, almeno nella stragrande maggioranza, non se ne sia accorto. Per carità, non si può pretendere che siano tutti dei nerd invasati di musica che stanno, orecchie tese, a nutrirsi di ogni singola nota. Non siamo al Blue Note e neppure a la Scala, ci mancherebbe. Diciamo però che neppure sarebbe stato auspicabile sorbirsi migliaia di persone casiniste e a tratti moleste, intente a chiacchierare (neanche a bassa voce, dato il volume della musica), a fare avanti e indietro dal bar, a spostarsi in continuazione non si sa perché, a cantare a squarciagola i ritornelli e a farsi i cazzi propri durante le parti strumentali.
Si dice che ogni artista ha il pubblico che si merita ma in questo caso è esattamente il contrario: Willie Peyote è troppo bravo per il pubblico che ha. Che diciamolo chiaramente: un buon 70% dei presenti (sono buono), avesse fatto il karaoke con le basi come abitudine di certi suoi colleghi, non se ne sarebbe accorto. O forse sono io che sono un vecchio di merda e che devo stare a casa perché oggi i giovani ai concerti ci vanno così e quindi devo rassegnarmi e smetterla di rompere. Può essere, non sono assolutamente convinto di avere ragione a tutti i costi, giuro.
Finita la mia consueta lamentela contro il pubblico, si può iniziare a parlare del concerto.


Siamo alla fine, come ho detto: è l’ultima data del tour, la cornice scelta è una delle migliori che l’Italia possa offrire e per l’occasione si può rinunciare anche ad un po’ di sano orgoglio sabaudo: immagino che Guglielmo sarebbe stato contentissimo di festeggiare a casa sua, a Torino ma le leggi del mercato sono spietate in questo senso e Milano rimane ancora la piazza più importante, se vuoi mettere in piedi un evento significativo.
La gente ha risposto benissimo: tutto esaurito già da diverse settimane, fila all’ingresso e locale imballato fino in fondo al guardaroba. Considerato che da quando è uscito il disco lo abbiamo visto suonare ovunque (quest’estate soprattutto ha girato tantissimo), il fatto che ci sia tutta questa gente a festeggiare con lui è un segno importante del livello a cui è arrivato.
A ravvivare ulteriormente l’appetito c’è il fatto che lo spettacolo, in quest’ultima leg invernale, è stato completamente rinnovato: c’è stato l’inserimento di una sezione fiati ed in scaletta sono comparsi pezzi che mancavano da tempo. Come mi aveva anticipato nella bella chiacchierata che abbiamo fatto a novembre, è stato effettivamente un altro spettacolo rispetto a quello di quest’estate.


La cosa più bella, diciamolo subito, è stata la band: la “Sabauda orchestra precaria”, come amano scherzosamente chiamarsi, gira con lui da tempo, ha dato un contributo importante alla creazione e all’arrangiamento dei brani ed è composta da musicisti preparatissimi, a cominciare dal produttore Frank Sativa, che ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita de “La sindrome di Tôret” e che sul palco si occupa delle tastiere e di tutta la componente elettronica. Dario Panza e Luca Romeo, rispettivamente batteria e basso, formano poi una sezione ritmica pazzesca che per due ore ha dispensato groove a tonnellate, intenso ed inarrestabile. Il chitarrista Danny Bronzini è infine una gustosa ciliegina sulla torta, al di là dell’innegabile bravura, è bello vedere che si prende i suoi spazi alla fine di qualche brano, gli assoli di chitarra saranno anche fuori moda ma sentirli ad un concerto Rap, per giunta mai chiassosi o fuori posto, è stato davvero un ottimo toccasana.
Di Rap, comunque, questa sera ne abbiamo sentito poco. La sezione fiati in particolare ha dato modo finalmente al sound di Willie Peyote di manifestarsi in tutta la sua potenza e di farci rendere conto che, al di là del flow e del carattere “leggero” delle composizioni, la sua musica è un insieme di Funk, Soul, RnB, qualche sporadico inserto Ska, in un tripudio di colori, con ritornelli dalla carica melodica irresistibile e ritmi a cui non si può non abbandonarsi.


Aggiungiamoci un modo di parlare dei problemi attuali, politici od esistenziali che siano, mai banale o qualunquista (anche quando si tratta di argomenti, come il razzismo, dove il rischio di uniformarsi ad uno sterile pensiero unico è sempre dietro l’angolo) ed avremo il quadro completo di un artista che, dite quel che volete, ha davvero poco da invidiare ai grandi colossi americani dello stesso genere.
Scaletta? La migliore che si potesse avere: si parte con “L’effetto sbagliato”, il singolo uscito quest’estate e si prosegue con un bel mix di tutti e tre i dischi, dagli episodi stracollaudati come “Metti che domani”, “C’hai ragione tu”, “L’outfit giusto”, “Ottima scusa”, “Il gioco delle parti”, “Peyote451 (l’eccezione)” a ripescaggi graditi di brani vecchi e a tratti quasi dimenticati. Da questo punto di vista, titoli come “Dj e Call Center”, “La dittatura dei nonfumatori” e “Le ragazze del Peyote Ugly”, oltre ad essere presentate in versioni aggiornate e particolarmente efficaci (soprattutto quest’ultima, che acquista un gradevole piglio rock), mettono in chiaro come sin dai suoi primi passi questo artista fosse in grado di scrivere pezzi killer tenendo allo stesso tempo molto alta l’asticella dei contenuti (perché pur non rinunciando al tono scanzonato ed ironico, sono già un bello schiaffo in faccia al politically correct).


E poi gli ospiti: è l’ultima sera, siamo qui per festeggiare, logico chiamare un po’ di amici a far baldoria, che siano stati coinvolti nella versione in studio di alcuni pezzi o così, semplicemente perché è bello condividere un momento.
Sul palco si alternano così Dutch Nazari (ovviamente su “Le chiavi in borsa”), Tom Newton, che aveva già lavorato con lui sull’ultimo disco, pazzesco con la sua armonica in “Portapalazzo”, Ensi, che incendia l’Alcatraz con un freestile potentissimo; poi Zibba, protagonista nella parentesi acustica di “Tua madre”, il brano che hanno scritto e cantato insieme per Kahbum.
La scena più surreale avviene dopo “TmVB”: l’ultima strofa dice che “Vorrei fare un pezzo con Marco Castoldi” e allora, subito dopo la fine del pezzo, eccolo entrare davvero, Marco Castoldi detto Morgan, che tra gli applausi un po’ increduli del pubblico raggiunge la band col suo basso per cantare e suonare “Altre forme di vita”, da quel capolavoro indimenticato che fu “Metallo non metallo” dei Bluvertigo. Gran bella esecuzione, non si può dire che la conoscessero in molti (l’eterno presente è un problema, purtroppo), Morgan vocalmente non pervenuto ma tutto sommato è stato un momento piacevole.


A chiudere la rassegna degli invitati, uno splendido Roy Paci che su “Vendesi”, penultimo brano in scaletta, incanta tutti con la sua tromba.
E poi ovviamente il gran finale, col sempre collaudato trittico “I cani”, “Io non sono razzista ma…” e “C’era una vodka”, da sempre vero e proprio zenith dello show dal punto di vista emozionale, ballano e cantano tutti senza freni, la festa è ormai alla fine ma sembra non importare, finché si può è giusto lasciarsi andare.
“Se saltiamo tutti insieme il pavimento non ci tiene”, verso chiave di “E allora ciao”, molto eloquentemente posto in fondo alla scaletta, al posto dei saluti verbali che, a questo punto, suonerebbero semplicemente retorici.
Si finisce così, con un grande abbraccio collettivo, con la presentazione di tutte le persone coinvolte, dai musicisti alla crew, in modo tale che ciascuno possa ricevere la sua meritata dose di applausi.
È finito un tour e si è chiusa una fase, nella carriera di Willie Peyote, la fase in cui ha saputo, con tanto duro lavoro e grandi, indubbie capacità, arrivare ad essere uno degli artisti italiani più importanti del panorama contemporaneo.
Adesso arriva la parte più difficile: riconfermarsi a questi livelli, se non addirittura andare oltre. Sfida dura ma sappiamo che è in grado di farlo.