L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Ambrogio Brambilla

Sei anni senza Massimo Volume sono lunghi da passare. Sarà per questo che il loro ritorno dal vivo, dopo così tanto tempo dall’ultima volta, ha generato un livello di entusiasmo che non ci sembrava di aver notato nel precedente tour. Il pubblico è accorso numeroso sia nella loro Bologna, sia a Roma, che è andata sold out; a Pisa la data è stata addirittura raddoppiata, a Rivoli è già tutto esaurito e anche Milano, indiscussa capitale musicale del paese, ha risposto benissimo, tanto che l’Auditorium Fondazione Cariplo, sede del concerto, è praticamente pieno.

La scelta di iniziare dai teatri è particolare, bisogna ammetterlo. Il concept sonoro del gruppo è da sempre più adatto ai piccoli club e semmai in teatro vi avremmo visto un disco come “Cattive abitudini”, più distensivo e raccolto. Fatto sta che, sarà per la voglia di provare qualcosa di nuovo, ma stasera siamo tutti qui seduti nelle nostre poltrone. Che da un certo punto di vista è anche positivo (la vecchiaia avanza e ogni tanto è anche bello godersi un concerto da seduti, potendo oltretutto stare attenti anche alle più piccole sfumature), dall’altra un po’ meno, perché quando hai davanti un gruppo come i Massimo Volume, stare fermi e composti può davvero assumere le fattezze di una tortura.

I motivi di curiosità questa sera sono tanti e rimangono anche per chi dal vivo li ha visti ormai parecchie volte. C’è un disco nuovo bellissimo ma ancora da testare in sede live, ci sono gli anni di assenza, che in qualche modo potrebbero aver pesato; c’è, infine, un cambio importante da registrare in sede di line up: Stefano Pilia ha abbandonato, come già da tempo si sapeva, e dal vivo è stato sostituito da Sara Ardizzoni, talentuosa chitarrista ferrarese già attiva col progetto Dagger Moth. Ecco perché questo tour, da qualunque parte lo si voglia guardare, non sarà ordinaria amministrazione. Si parte attorno alle 21.30 e non ci sono intro o trovate sceniche di sorta: i quattro Massimo Volume salgono sul palco, salutano velocemente il pubblico che li applaude, si posizionano dietro i loro strumenti e attaccano a suonare.

Il primo pezzo è “Litio” ed è un’ottima scelta: c’è un attacco di chitarra memorabile, un incedere potente e cupo, un testo focalizzato su Leo, uno dei personaggi chiave della narrativa di Emidio Clementi. E soprattutto, è uno dei pezzi cardine di Cattive abitudini, il lavoro che nel 2010 segnò il loro ritorno sulle scene. Partire da qui, dunque, può anche fungere da esplicita dichiarazione di intenti: non c’è bisogno di riempire la scaletta coi classici degli anni ’90, quando la musica che hai prodotto nella tua seconda giovinezza artistica è così dannatamente bella ed autorevole. “Siete la giovinezza!” grida ad un certo punto uno spettatore dalla galleria. Clementi sorride divertito ma al di là della facile retorica (e del fastidioso protagonismo del pubblico che approfitta dei momenti di silenzio per urlare qualsiasi cosa) è vero che questo è tutto tranne che un gruppo del passato.

I Massimo Volume, lo avevamo già sottolineato nell’intervista di qualche settimana fa, sono più contemporanei che mai, altrimenti dischi come Aspettando i barbari e Il nuotatore non li avrebbero mai scritti. E dunque largo a questi lavori, con una setlist compilata esclusivamente con brani Post Reunion, che non vede comparire alcun classico se non al momento dei bis. Sarebbe da capire come hanno suonato, quindi. La risposta è semplice: benissimo. Devono aver provato tanto in precedenza perché l’intesa che dimostrano di possedere già alla quinta data è sorprendente. La new entry se la cava egregiamente: il suo stile è molto diverso da quello di Pilia, per cui la conseguenza è che non c’è più quel muro di suono che rendeva il gruppo così letale in precedenza; al contrario, l’impostazione complessiva è ora più aperta ma anche maggiormente articolata, con le parti soliste che hanno modo di risaltare di più. Egle Sommacal, dal canto suo, è il solito fuoriclasse e la sua chitarra brilla come non mai, considerato anche che quelle del nuovo album sono probabilmente le parti più belle che abbia mai scritto nella storia di questo gruppo. Su Vittoria Burattini si potrebbero dire le stesse cose: perfetta come al solito, drumming preciso e chirurgico, compassata dietro alle pelli non perde mai un colpo ed è inesorabile nella sua precisione.

Anche Mimì è come lo avevamo lasciato (anche se lui, a dir la verità, lo abbiamo visto tanto in questi anni, visto i diversi progetti con cui è stato impegnato). Sempre elegantissimo, col suo completo giacca e cravatta (a questo giro però è texana) e cappello d’ordinanza, fa un po’ sorridere che si descriva come “un vecchio” nella nuova “Una voce ad Orlando” perché in realtà, nonostante qualche anno in più sulle spalle, appare davvero in forma. Anzi, è molto più rilassato del solito, si vede chiaramente che si sta divertendo sin dalle prime battute quando, lasciando a Sara l’incombenza del basso, si gode sorridendo lo spettacolo della platea gremita. A tratti scherza, fa battute ed in un paio di occasioni dice addirittura qualche parola per introdurre le canzoni (cosa che, a memoria, non gli ho mai visto fare). Insomma, il gruppo c’è e lo dimostra ampiamente.

I suoni, almeno dalla mia postazione, sono ottimi, con solo qualche problema di volumi nel finale: il basso di Clementi ad un certo punto diventa troppo alto e la chitarra di Egle risulta invece eccessivamente bassa, non permettendo dunque di apprezzare alcune delle sue linee più memorabili (è il caso soprattutto de “Il nuotatore”, il brano più bello del nuovo album e probabilmente anche quello più penalizzato questa sera). Ad ogni modo, le diverse lamentele che ho raccolto all’uscita, parlano forse di una resa sonora non felicissima ma da parte di una venue che, occorre ricordarlo, è stata pensata soprattutto per ospitare concerti di musica classica. Al di là di questo, è stato un concerto maiuscolo, a tratti monumentale. I pezzi del nuovo disco dal vivo rendono egregiamente, sia quelli più aggressivi come “La ditta dell’acqua minerale”, “L’ultima notte del mondo” (“Chissà se mi ricorderò tutti i personaggi!” ha detto Mimì divertito, prima di suonarla) e “Mia madre e la morte del gen. Sanjurio”, sia quelli più d’atmosfera, corredati da chitarre filtrate, come “Amica prudenza” o “Nostra signora del caso”.

La vera sorpresa, piuttosto, sono quelli di “Aspettando i barbari”, il disco che più era stato influenzato dallo stile chitarristico di Pilia. Proposti in questa nuova veste, gli episodi di quel lavoro (ne vengono suonati sei su nove) appaiono ugualmente magnifici, cupi, inquietanti ed imponenti e sono forse quelli che mi hanno impressionato di più. Soprattutto cose come “Dymaxion Song” o “Compound”, se vogliamo meno tipiche del songwriting dei Massimo Volume, qui appaiono impressionanti per drammaticità e si incastrano perfettamente nel resto del programma della serata. Discorso simile per “Le nostre ore canoniche”, che è ormai divenuto un classico imprescindibile, uno dei più bei pezzi di questo gruppo, con uno dei più bei testi mai scritti da Clementi. Peccato solo non sia stata eseguita anche “Fausto”, che di quell’album è un altro brano importantissimo ma pazienza, non si può avere tutto.

Il set regolare, che dura un’ora esatta, si conclude abbastanza prevedibilmente con “Vedremo domani”, proposta in una versione leggermente più robusta, con Mimì che, contrariamente a quanto aveva fatto in studio, nel finale urla il testo a pieni polmoni. I bis arrivano subito e si aprono con le chitarre glaciali de “La cena” ma poi arriva il momento del trittico di classici: il brano simbolo “Il primo Dio”, la toccante “Qualcosa sulla vita” e le solenni geometrie di “Fuoco fatuo”, che dunque chiude con la figura di Leo, così come aveva iniziato. Un grandissimo concerto, che speriamo sia solo l’inizio di un lungo giro per le città del nostro paese, perché di un gruppo così ci sarà ancora bisogno per tanto, tantissimo tempo.