L I V E – R E P O R T


Articolo di Giovanni Tamburino, immagini sonore di Alessandro Pedale

Sono da poco passate le 20 quando varchiamo i cancelli del Circolo Magnolia, con l’aria umida dell’idroscalo e un cielo denso di nuvole dall’aspetto per nulla rassicurante. Poco male, i “veterani” di centinaia di concerti sembrano quasi sperare che qualche goccia cada a rinfrescare nel corso di una serata che già adesso inizia a sembrare una festa vera e propria. La gente gira tra il palco e la zona dei bar e fast food con un panino o una birra in mano, parla, scherza, offre una sigaretta ai compagni di fila ai bagni chimici. Si aspettano solo i festeggiati, gli ospiti d’onore.
Perché il motivo per cui siamo qui oggi non è semplicemente quello di fare casino. O meglio, ovviamente sì, ma abbiamo un paio di ragioni extra: il Canta che ti passa tour non è semplicemente il classico giro estivo su e giù per lo Stivale, ma il ritorno alla propria tribù dopo l’incursione al festival di Sanremo e soprattutto il riverbero della gloriosa serata di aprile a Bologna in cui gli Zen Circus hanno celebrato vent’anni dall’uscita del primo disco accompagnandola con la pubblicazione della raccolta Vivi si muore (1999 – 2019).

Nessun gruppo per scaldare il pubblico, non è necessario: Appino e soci ci vogliono tutti per loro e quando salgono sul palco dopo il discorso ispirato di Bluto in Animal House hanno la certezza che così sarà. Un boato accoglie le prime notte de La terza guerra mondiale e diventa ancora più alto in Catene. Questo il benvenuto allo spettacolo del Circo Zen: un viaggio avanti e indietro nella loro storia, dalla collaborazione con Brian Ritchie in Vent’anni all’ultimo disco con Non voglio ballare e Il fuoco in una stanza. Non aspettano a tirare fuori l’artiglieria pesante con pezzi iconici come Andate tutti affanculo e Ilenia, mentre il pubblico balla e poga senza sosta nel rituale trascinante che tutti i presenti conoscono perfettamente, per poi presentare al popolo dell’Idroscalo le ultimissime chicche: La festa, Canta che ti passa e L’amore è una dittatura, il loro guanto di sfida al pubblico dell’Ariston.


Procedono inarrestabili regalando momenti familiari quanto unici, come la grattata serrata di Karim alla washboard in Ragazzo eroe e la successiva irriverente dedica al Faber (“vieni con me /ragazzo eroe ligure /ti han preso in giro con questo De André, tu sai che dal letame nasce il niente /e non c’è tempo per andare in via Pré”), mentre tra un pezzo e l’altro Appino e Ufo parlano, scherzano, ricordano le migliaia di chilometri percorsi su un furgone nella loro ventennale e folle avventura, tra amici e anziani che li fissavano scuotendo la testa ed esclamando “povera Italia”.
Vanno avanti, prendendo in giro i presenti, se stessi, il mondo intero; presentano Franco: la microscopica e dissoluta mascotte del tour, mentre tra una canzone e l’altra fa capolino dalle casse Io no pago afito di Bello Figo, scatenando la più sfrenata ilarità collettiva.


Dopo gli ultimi accordi di Nati per subire, gli Zen escono dal palco. Giusto il tempo di qualche fraterno “vaffanculo” da parte della gente, la loro gente, che li rivuole per un ultimo ballo.
Non si fanno attendere più di tanto e tornano ad imbracciare gli strumenti per l’ultima manciata di pezzi: L’egoista, Fino a spaccarti due o tre denti, poi il ritornello di L’anima non conta viene urlato dal più profondo delle viscere di ogni essere umano al Magnolia mentre l’atto finale è lasciato immancabilmente a Viva, in cui le ultime scintille di energia dei circensi e del loro uditorio conflagrano in un incendio di calore, urla, salti che fanno toccare l’apice ultimo di ciascuno per poi lasciarci definitivamente svuotati, liberati da tutto il peso che questo mondo sembra volerci mettere sul groppone.
E sarà anche povera, quest’Italia del Circo Zen, ma il sorriso tumefatto con cui risponde agli sguardi scettici è più devastante di un molotov. Le gole riarse, le mani alzate, il sudore sulle camicie e gli sbuffi di fumo sotto la pioggia che si levano qua e là diventano una rivoluzione che inizia e finisce nel tempo di una risata sguaiata da sbronzi, di quelle liberatorie che non te ne può fregare di meno. E che gli altri lo sappiano.

Setlist:

– La terza guerra mondiale
– Catene
– Vent’anni
– Non voglio ballare
– Il fuoco in una stanza
– Andate tutti a fanculo
– Ilenia
– La teoria delle stringhe
– Pisa merda
– I qualunquisti
– Canta che ti passa
– Sono umano
– Ragazzo eroe
– Ragazza eroina
– Figlio di puttana
– L’amore è una dittatura
– Nati per subire
Encore:
– L’egoista
– Fino a spaccarti due o tre denti
– L’anima non conta
– Viva