I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Ho conosciuto gli Amelie Tritesse per caso ed in maniera piuttosto curiosa: due mesi fa Rumore ha pubblicato una bella inchiesta sul giornalismo e sull’editoria musicale. Trovandomi in qualche modo da quella parte della barricata (anche se ovviamente in maniera totalmente approssimativa e dilettantistica) l’ho letto con piacere e ho poi scritto a Manuel Graziani, uno degli autori, per ringraziarlo e per offrirgli un paio di mie considerazioni sull’argomento. Tra una cosa e l’altra, è venuto fuori che suona e che ha un gruppo, gli Amelie Tritesse, appunto, con il quale ha pubblicato due dischi.
L’ascolto su Bandcamp del loro secondo lavoro Sangue di provincia mi ha davvero colpito: l’unione dello spoken word alle parti cantate e degli arpeggi di chitarra stranianti a fraseggi ed atmosfere al confine tra il Garage Punk e la New Wave, mi sono sembrate subito caratteristiche fuori dal comune, come se l’eccletismo dei Pere Ubu incontrasse la complessa costruzione di paesaggi sonori tipica dei Massimo Volume. Mi è venuta voglia di saperne di più e così ho chiamato Manuel al telefono e mi sono fatto raccontare un po’ di cose della sua band, dell’ultimo disco, della sua passione per la scrittura e dei prossimi progetti futuri. Chiacchierata interessante ed una band che, pur non facilissima come proposta, merita senza dubbio di essere ascoltata…

L’aspetto particolare della vostra proposta è indubbiamente l’accostamento tra il parlato in italiano ed il cantato in inglese. E direi che è anche l’elemento che rende la vostra musica così interessante…
Mi fa piacere che tu dica questo perché invece alcuni ci hanno obiettato che mischiare le due cose sia un qualcosa di straniante. Invece noi troviamo che l’effetto sia positivo. Sai, limitarsi solo alle parti in italiano avrebbe reso la proposta un po’ noiosa mentre invece inserire il cantato rende il tutto più melodico e quindi consente di dare ai brani un maggior respiro. Poi, per quanto riguarda i testi, io e Paolo Marini, che è il chitarrista ed è anche quello che scrive le liriche in inglese, ci accordiamo su che cosa dire, per cui a livello tematico c’è una continuità.

Il discorso musicale che avete intrapreso è poi decisamente diverso da act come Offlaga Disco Pax e Massimo Volume (che sono quei nomi che normalmente si citano quando si parla di proposte di questo tipo) anche se l’influenza di questi ultimi ogni tanto la si avverte, per esempio in alcuni arpeggi…
Per prima cosa io parlo perché non so cantare (risate NDA) ma c’è anche da dire che il progetto di Amelie Tritesse nasce come un reading: nel 2007 avevo pubblicato un romanzetto con Coniglio Editore, una piccola casa editrice romana che oggi non esiste più, con cui tra l’altro aveva pubblicato anche Federico Fiumani. Siccome sarei dovuto andare in giro a presentare il libro ma io sono uno che si rompe in queste situazioni, avevo chiesto a Paolo Marini di accompagnarmi con la chitarra, buttando giù qualche melodia, in modo tale da portare in giro un reading classico, con accompagnamento. Poi piano piano siamo diventati una band, tanto che Sangue di provincia, come hai avuto modo di renderti conto, è un disco interamente suonato. Per quanto riguarda i Massimo Volume, a me piacciono molto. Studiavo a Bologna proprio nel periodo in cui hanno iniziato, quindi li ho sempre seguiti. Oltretutto Stanze, il loro primo disco, è stato stampato originariamente da Underground Records, che in realtà era un negozio di dischi. Questo per dire che a loro sono legato e sono indubbiamente influenzato da loro; un po’ meno dagli Offlaga Disco Pax, anche se comunque mi piacciono.

Senti ma a tuo parere ha ancora senso parlare di influenze musicali, oggi? Perché spesso quello che colpisce in una band è anche l’urgenza espressiva, la voglia di dire qualcosa, al di là dei riferimenti specifici…
Beh, sicuramente ha senso. Direi a maggior ragione per noi, che siamo tutti in su con l’età e grandi ascoltatori di musica. La cosa curiosa secondo me è che abbiamo gusti completamente diversi. Banalizzando la cosa, io mi occupo molto di Garage, Punk, Rock and Roll, cose anche un po’ bizzarre, diciamo così. Paolo è più orientato sull’Indie Rock, gli piacciono molto i Pavement, appartiene un po’ a quel mondo lì. Il batterista, che ha un suono molto delicato, è molto appassionato di Post Rock. L’ultimo arrivato, Cristiano, che suona il basso, è invece molto dentro al rock alternativo italiano, per esempio ama molto gli Afterhours. Credo che si senta, che non siamo un qualcosa di nettamente definito, come impostazione sonora. Tempo fa siamo andati nelle Marche a fare un concerto e ci hanno detto (è una cosa che mi ha molto stupito), che siamo una band molto psichedelica. Ora, io la psichedelia nella nostra musica non ce la vedo per niente ma evidentemente dal vivo qualcosa viene fuori. Questo per dirti che siamo un po’ spiazzanti; probabilmente quindi è vero che Post Punk sia un’etichetta calzante, anche perché, lo sai benissimo, è una definizione che significa tutto e niente.

La produzione in particolare è molto grezza. Forse qui si vede il vostro aspetto Garage, no?
Abbiamo registrato in presa diretta, in uno studio qui vicino e credo che questo abbia contribuito a creare un suono crudo, senza orpelli. Abbiamo fatto qualcosa in post produzione, tipo delle parti di Synth ma in generale è stato registrato quasi live, in uno spirito molto Punk. Nel disco c’è un pezzo, The Greatest Hit Of Joe Ventuno, che ha un finale quasi jazzato: ci è venuto in modo molto naturale, i pezzi nascono in sala prove, facciamo delle Jam, sostanzialmente.

I testi mi sono piaciuti molto. Li ho trovati surreali, a tratti evocativi, ma anche piuttosto estremi, in alcuni punti. In particolare, Le confessioni, Guantoni e Uno stratosferico coglione sono quelli che a mio parere incarnano maggiormente il tuo modo di raccontare…
Io scrivo a partire dalle mie letture, come penso sia normale. Sono da sempre appassionato di letteratura americana, in particolare dei minimalisti e dei post minimalisti, come ad esempio Bret Easton Ellis, di cui tra l’altro stavo leggendo il suo ultimo libro proprio adesso prima che mi chiamassi. Diciamo che in generale a me piace scrivere quello che mi piacerebbe leggere, quindi storie senza un plot narrativo definito, che non abbiano un lieto fine, che spesso non ne abbiano nemmeno una, di fine. L’idea è che il racconto sia un po’ sospeso, che lasci un’interpretazione libera. Mi hai citato i tre pezzi che in effetti hanno il contenuto più dissacrante. Uno stratosferico coglione parla di questo tizio che ha un coglione enorme perché ha fatto turismo sessuale in Thailandia, però è anche uno stratosferico coglione perché ha fatto quella cosa lì, è questo il gioco che sta dietro al pezzo, che racconta una storia di pura fiction. Mi piaceva proprio questa idea del doppio significato del termine. Per Guantoni mi sono immaginato un pub notturno di provincia, abbastanza tranquillo, dove però in realtà nel retro si fanno delle scommesse clandestine su incontri di box tra due nani. Diciamo che risente probabilmente delle mie letture buchowskiane di quando ero ragazzo, ma anche lì mi piaceva l’idea del finale, con questi due nani che entrano in scena; una cosa inaspettata e anche un po’ cattivella, dal momento che spesso ci raccontiamo cose edulcorate, questa esce molto dagli schemi, anche con una certa dose di ironia.
Le confessioni parte ovviamente dall’opera di Sant’Agostino ma qui mi interessava il concetto per cui a volte il confine tra vittima e carnefice non è poi così definito. Mi piaceva pensare che il ragazzo che viene avvicinato da questa figura adulta, che potrebbe essere anche un prete, non sia per forza di cose la vittima ma, in quanto marchettaro, potrebbe essere il carnefice, in un’accezione pasoliniana, no?

Ci ho pensato anch’io, visto che essendo anche la voce narrante, mi pare che racconti l’episodio in maniera molto spassionata, sicuramente non da vittima…
Sì certo.

Hai voluto citare espressamente Le confessioni oppure cercavi un testo di argomento spirituale per creare un contrasto con quello che succede nella storia?
È giusta la seconda ipotesi. Volevo riportare un’opera filosofica molto profonda ad una persona legata al mondo della spiritualità cattolica che però è lì in un parchetto di provincia, a farsi avvicinare da un marchettaro…

Ci sono altre due canzoni, Questa è la città e Sangue di provincia che mi pare ruotino attorno al senso di appartenenza ad un luogo. Voi venite da Teramo ed è molto curioso perché, oltre ad essere una città non molto conosciuta, di cui si parla poco, non mi pare neppure di aver sentito di una scena musicale radicata in quella zona…
Partiamo dalle canzoni. Questa è la città è effettivamente Teramo, parla di quello. C’è un passaggio che cita gli assessori in bicicletta ed è veramente così, perché è un posto di sessantamila abitanti, gli assessori che girano in bici li vedi tranquillamente. È un pezzo che tradisce anche l’amore che tutti e quattro abbiamo per questo posto. Città dove poi, tra l’altro, siamo tutti ritornati a vivere. Teramo è proprio al centro dell’Italia, equidistante tra Roma e le Marche, abbastanza vicino anche a Bologna per cui c’è una maggior facilità di spostarci, soprattutto per fare l’università. Però poi ci siamo tutti tornati per lavorare.
Invece Sangue di provincia è proprio un’altra cosa e ci tengo a dirlo perché non è mio, si tratta di un cut up: tutte le parole che vedi lì sono prese dalle recensioni del nostro album precedente…

Ma dai? Non me ne sono minimamente accorto!
Se hai voglia e tempo, c’è il video di questa canzone su YouTube e alla fine, nei credits, ci sono i nomi dei venti giornalisti che hanno recensito il disco e da cui ho attinto per fare il testo. L’idea è nata dal fatto che, facendo noi questa musica particolare, parlata, molto narrativa, mi accorgevo, da recensore quale sono anch’io, che chi scriveva del nostro disco lo faceva in maniera molto articolata. Sai, se recensisci un disco di Metal classico oppure uno di Garage Punk, le parole quelle sono, che cosa ti puoi inventare? Mi accorgevo invece che il nostro disco ha offerto ai recensori la possibilità di dare libero sfogo alla loro fantasia. Per cui mi sono messo lì, un po’ come faceva Burroughs, a prendere le frasi e le parole che mi piacevano e ci ho costruito sopra un testo. Vedi, tu non lo sapevi, non te ne sei accorto e questo perché il testo fila! Però non sono parole mie, ecco. Invece, per quanto riguarda Teramo, in realtà Ivan Graziani era di qui…

Ecco vedi? Non lo sapevo…
Ma a parte questo, c’è una scena abbastanza viva: ti cito soprattutto gli INUTILI, che hanno inciso tre dischi per la AAGOO, etichetta del New Jersey che ha pubblicato, tra gli altri, Ty Segall e Xiu Xiu, oltre che Okie Dokie, un progetto di Mikal Cronin. Ci sono diverse realtà musicali anche se l’età media è piuttosto alta, visto che ormai i ragazzini non suonano più. Però è una città di sessantamila abitanti e da quando sono ragazzo io ci sono stati sempre due club che organizzano settimanalmente concerti di musica alternativa originale, non cover band. Quindi diciamo che c’è un humus culturale abbastanza serio, per essere una piccola città. Però che ne so, rispetto ad una città come Mantova, indubbiamente più conosciuta, siamo molto probabilmente più attivi noi (ride NDA)!

Scrivi per una rivista importante, mi piacerebbe sapere il tuo punto di vista, come ti trovi a ricoprire questo doppio ruolo, visto che molti sostengono che ci sia un po’ un conflitto di interessi. Vero comunque che voi avete un direttore che ha lui stesso una situazione simile (Rossano Lo Mele, direttore di Rumore, è anche il batterista dei Perturbazione NDA)…
Beh, innanzitutto non potrei mai paragonare la storia dei Perturbazione alla nostra perché noi siamo soltanto un piccolo gruppettino di provincia! Ad ogni modo in Italia, se ci pensi, tutti fanno tutto per cui non mi stupisce che accada anche nella musica (ride NDA)! È anche normale, però: a chi ascolta musica sempre, in maniera massiva, prima o poi verrà voglia di mettere mano ad uno strumento, no? Ed è la stessa cosa per chi scrive: se uno lo fa è perché è un lettore, perché ha letto talmente tanto che ad un certo punto inizia a fare anche lui qualcosa. Poi, nel caso mio specifico, come ti ho detto prima, ho scritto il romanzo, ho fatto il reading, le serate sono andate bene e allora ci è venuta voglia di andare in studio a registrare cinque pezzi. Li abbiamo mandati a cinque piccole etichette e due di queste ci hanno risposto dicendo che avrebbero voluto fare il disco subito. Quindi è nata in maniera molto particolare, spontanea, non ci abbiamo pensato molto.

Avete realizzato un prodotto molto interessante anche dal punto di vista del supporto fisico, in un’epoca in cui, a seguito dello strapotere dello streaming, la confezione di un disco è paradossalmente diventata ancora più importante, un valore aggiunto per chi volesse spendere i propri soldi…
Anche col primo album è andata così: al cd abbiamo allegato un libro di 74 pagine con dei fumetti, alcuni miei racconti e lo abbiamo venduto nelle librerie. Il secondo ce lo siamo autoprodotti ma anche qui volevamo farlo in un formato che nessuno avesse mai realizzato. Per cui mi sono informato bene e abbiamo optato per una piccola cornice (che poi abbiamo preso all’Ikea, non si tratta di materiale costoso) con un libretto interno con tutti i testi. Abbiamo fatto tutto noi: cornici, plastica trasparente, gommina per mettere il cd… siamo impazziti per realizzare tutto ma ne è valsa la pena. In questo modo, se andiamo a suonare e mettiamo un banchetto cd, può esserci qualcuno che, incuriosito dalla confezione, potrebbe decidere di comprarlo. Dopotutto è un bell’oggetto. L’abbiamo fatto per noi, comunque: è quello che anch’io vorrei comprare dopo un concerto…

Da ultimo ti chiederei che cosa succederà nel prossimo futuro, visto che “Sangue di provincia” ormai ha più di un anno.
Guarda, noi suoniamo essenzialmente perché siamo amici. Proviamo ogni settimana come se andassimo a giocare a calcetto. Purtroppo suoniamo poco dal vivo perché abbiamo una certa età, dei figli, dei lavori impegnativi e quindi non si riesce a fare molto. Ad inizio 2020 però vorremmo iniziare a suonare in giro per l’Italia, per cui stiamo provando per mettere in piedi un set che possa essere convincente. La nostra proposta non è semplice per cui l’idea è di declinarla all’interno di una proposta quasi Garage Punk. Poi magari le parole si perderanno, in quei localini dove nessuno ti ascolta ma almeno avremo musicalmente un impatto…