R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci troviamo a festeggiare, in questa occasione, il compleanno di un gigante del jazz che ha stigmatizzato i suoi anni sulla copertina dell’ultimo lavoro con l’acronimo MP85, cioè Michel Portal, accanto al numero delle sue primavere… È un dato di fatto che ultimamente ci troviamo di fronte ad una riscossa di grandi vecchi nel campo del jazz, coraggiosamente guidata da musicisti come Archie Shepp, Pharoah Sanders, Joe Chambers ed ora Michel Portal. La cosa più importante è che i lavori di questi artisti non sono banali obblighi contrattuali o zoppicanti riempitivi di fine carriera ma si tratta di musica cresciuta dal cuore, un profluvio di fantasia e di potente, sorprendente senso creativo. Un’arte che se la ride della decadenza fisica e che rivela un’anima giovanile, arricchita dall’esperienza di chi ha veramente assorbito tutti gli umori possibili di questi ultimi cinquant’anni di musica. Per chi non conoscesse il clarinettista e sassofonista francese dobbiamo ricordare che ha alle spalle una sterminata serie di tracce discografiche, sia a titolo personale che in ambito collaborativo con artisti di area jazz, leggera e “colta” contemporanea, e, in quest’ultima dimensione, annotiamo le sue partecipazioni come esecutore a musiche di Poulenc, Berio e Boulez, tra gli altri.

La genesi di questo suo ultimo disco risale a qualche anno fa, quando nell’edizione di Europa jazz 2018 a Le Mans, Portal ha l’occasione di conoscere un quartetto di affermati colleghi, gli stessi che l’aiuteranno nella stesura di quest’operazione musicale. Trattasi del pianista serbo Bojan Zulfikarpasic, di Bruno Chevillon al contrabbasso, Nils Wogram al trombone e Lander Gyselinck alla batteria. Tra una sospensione e l’altra, dovuta alla contemporanea situazione pandemica, il gruppo trova l’occasione per ritrovarsi e incidere questa sequenza di dieci tracce intrise di grande bellezza e voglia di vivere. Sono tanti i motivi di orgoglio per Portal in questa sua ultima fatica, non ultima la carica energetica vitale, l’invenzione ricca di freschezza, la ricerca di un’estetica lontana da cervellotiche risoluzioni atonali che attraggono così tanto le giovani generazioni di jazzisti europei. Per contro la semplice spontaneità, la classe, il desiderio di comunicare i propri sentimenti nel modo più lineare possibile è un risultato raggiungibile solo col tempo e con l’esperienza.
Il disco inizia con African wind che nasce da un orecchiabile affondo di fiati e pianoforte, con una ritmica di percussioni e basso capace di trasmettere una piacevole sensazione di ottimismo. Ascoltiamo qui la sovrapposizione del sax e del trombone che ribadiscono, verso il finale, la traccia melodica facilmente memorizzabile su cui si snoda l’intero brano. Full half moon inizia con un frammento di notte stellata, un cantabile dal vago profumo d’oriente. Magnifico l’intreccio del clarino, del trombone e del piano: quest’ultimo in questo frangente esegue una semplice sequenza di accordi arpeggiati molto armonici per legare i fiati tra loro. Poi il brano cresce, si riempie di tempi dispari, basso e batteria se la vedono col trombone mentre il piano, in sottofondo, cuce le fila. C’è anche il tempo per aggiungere, a corona di tutto ciò, un paio di misurati interventi elettronici. Armenia è una struttura melodica di spettacolare intensità e qui Portal dimostra tutta la sua finezza espressiva con il suono ancestrale del suo clarino. Il piano di Bojan Z. mi sorprende per quel suo tono liricamente classico che riesce a distendersi come un morbido tappeto sotto il suadente e malinconico sviluppo del brano. Jazzouile cambia decisamente passo ed è quasi un pezzo fusion. La struttura musicale si ammoderna e prova qualche scorribanda in territori più contemporanei, accompagnata dalle tastiere elettroniche e da suoni più spaziali. Si gioca comunque senza estremismi in un lavoro collegiale che mostra un’attenzione maggiore ai tempi sincopati, con la batteria che fa un gran lavoro ma che non si trova mai fuori le righe. Tutto si mantiene così rimanendo nell’ambito di una misurata esuberanza che è un po’ la costante ritmica di tutto questo disco. Mino-miro, introdotto da una sequenza di note di contrabbasso, segue la falsariga del brano precedente iniziando dolcemente ma diventando via via sempre più incalzante. Da annotare un intermezzo pianistico vagamente spettrale a precedere la suggestione medio-orientale che s’impossessa del clarino, a cui segue un breve assolo di trombone. Non posso fare a meno, in questo frangente, di notare quanto sia bravo ed efficace Nils Wogram al suo strumento.

Split The Difference spicca improvvisamente con un rapido volo in sincrono mozzafiato tra clarino e trombone, cui si accoda in seconda battuta anche il piano. Ci troviamo ora a mezza strada tra un rigurgito postbebop e qualche lieve suggestione orientale. Il suono è limpido come acqua di fonte, gli strumenti non si confondono mai tra loro e i fraseggi, pure urgenti, non sono mai urticanti né tanto meno spigolosi. Desertown è una bellissima melodia, quasi ellingtoniana, notturna e solitaria, con un clarino incantevole per come accarezza le note e qui si rimarca tutto il mestiere e l’ispirazione di Portal, insuperabile in questi frangenti d’intimi colloqui immersi in una meditativa, riflessiva solitudine. No Hay riprende il gioco sincronizzato tra clarino e trombone ma qui si ascolta anche una sovra incisione di un altro fiato a sommarsi ai primi due, oltre la presenza della tastiera. Il brano in questione è forse il più strano, animato da echi ed effetti elettronici che gli contornano un profilo anomalo, un ibrido tra jazz fusion, bebop, rock e perché no, anche una velata traccia di pop-elettronico. Siamo quasi in conclusione e Mister Pharmacy sente il bisogno di rilassare la tensione con la nota melodia giamaicana Banana boat di Belafonte che compare tra le righe. Aumenta la distanza tra gli strumenti, c’è più spazio, più tranquillità, l’orizzontalità prende il sopravvento sulla verticalità, una serena calma si sta impossessando della musica. Il tutto culmina in quello che è, a parer mio, il capolavoro dell’intero disco. Euksal Kantua, che significa “canzone basca”, è dedicata con amore palpabile e intenso verso il paese natale di Portal, Bayonne, in Aquitania, in terra basca. La realizzazione di questo brano prende a prestito qualcosa di Charlie Haden nelle melodiche note del contrabbasso, recuperate dal clarino di Portal che ne doppia le intenzioni. Un vero gioiello da mettere nelle nostre playlist personali e da riascoltare in quei momenti in cui sentiremo di aver lasciato indietro qualcosa o qualcuno. Non invecchiano solo le persone ma anche i luoghi e solo ad un certo punto dell’esistenza si realizza il valore di ciò che si è perso, ineluttabilmente, con il procedere degli anni.

Tracklist:
01. African Wind
02. Full Half Moon
03. Armenia
04. Jazzoulie
05. Mino-Miro
06. Split The Difference
07. Desertown
08. No Hay
09. Mister Pharmacy
10. Euskal Kantua