R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Agli inizi del’900 il compositore e pianista russo Skrjabin progettò una particolare tastiera per cui ad ogni nota suonata avrebbe dovuto corrispondere un certo colore. Questo veniva poi proiettato su uno schermo bianco, rendendo così la musica visibile e costituendo quindi una sorta di prototipo elettro-meccanico che oggi chiameremmo psichedelico. Nonostante lo scarso successo ottenuto da questi esperimenti d’accoppiamento suono-colore, Skrjabin tentava in effetti di rappresentare il concetto di sinestesia, cioè la percezione simultanea e combinata tra due sensazioni differenti, fuse insieme in un unico aspetto cognitivo. La giovane sassofonista di cui oggi ci occupiamo – ha solo ventun anni(!!) – l’inglese di origini polacche Emma Rawicz, sembra possedere questa qualità e in effetti non ha esitato a proporre il suo secondo album uscito per ACT – il primo, Incantation, è stato auto-prodotto l’anno scorso – con il titolo esemplificativo di Chroma. Non solo, ma otto brani sui nove dell’album, sono nominati con una diversa tinta, o meglio, con una differente sfumatura di colori. Ora non sono certo che lo sviluppo dei brani riesca ad evocare le rispettive cromie di riferimento, ma al di là del gioco sinestesico, quello che rimane è un album ben costruito, stimolante e soddisfacente per come viene suonato, a cominciare dal sax tenore della stessa Rawicz. A dir la verità mi è difficile trovare dei riferimenti evidenti per il suono del suo sax, anche se leggo nelle note stampa qualche nome più plausibile di altri, come Joe Henderson o Chris Potter. Non potrei definire l’Autrice come una hard bopper, come per esempio lo è la sua collega americana contraltista Lakecia Benjamin – vedi qui una sua recensione.

La Rawicz mi sembra più misurata, passa con una certa disinvoltura da brani più convulsi ad altri più distesi ed è brava nel non ripetersi eccessivamente, dimostrando una scrittura consapevole – avvertiamo meglio il disegno della partitura quando compare l’intervento vocale all’unisono della Churchill – ma anche una capacità improvvisativa molto matura rispetto alla giovane età – bisogna anche tener presente che ha cominciato a studiare il sax solo sei anni fa, quand’era quindicenne… L’assetto dell’intera band mi pare essere molto democratico, la leader non travalica i suoi limiti, concede spazi e posizioni agli altri musicisti cosicché ciascuno possa liberamente esprimersi nell’ambito delle sue composizioni. L’Autrice è comunque tutt’ora in fase di ricerca, non ha forse ancora raggiunto una piena identità come musicista anche se i caratteri di un futuro in crescita ci sono innegabilmente già tutti. Particolare non trascurabile è che oltre al sax tenore, la Rawicz suona il flauto e il clarinetto basso. Accanto a lei c’è il pianista Ivo Neame, Ant Law alla chitarra – presente anche nell’album precedente Incantation – Conor Chaplin al contrabbasso e basso elettrico, Asaf Sirkis, di origini israeliane, alla batteria e agli interventi vocali e infine la vocalist Immy Churchill al canto senza parole.
Phlox è il nome di una pianta sempreverde i cui fiori hanno però un colore particolare tra il viola e il lilla e questo è il brano posto in apertura dell’album. Inizia Sirkis, con un tipico konnakkol tamil, cioè una sequenza di sillabe e parole dal senso sonoro percussivo che ricorda la timbrica delle tablas. Si tratta di un intervento molto breve, poco più di un semplice abbrivio che spalanca le porte ad un drammatico riff strettissimo e angoloso di basso elettrico raddoppiato prima dalla chitarra e poi dal sax. Quando il basso si allontana dallo schema sopra accennato, l’unisono prima e gli assoli poi, in pieno clima d’improvvisazione, tendono a concentrarsi sul dialogo incalzante tra il sax e la chitarra di Law che rappresenta il punto di massima energia del brano, anche perché sorretti dai tempi composti della batteria. Il piano, in seguito, si prende un assolo un po’ convulso. Al termine di tutto questo ci si riaggancia a più riprese al poderoso e potente riff iniziale che ritorna a chiudere il pezzo. Xanadu è un brano che ritorna brevemente tre volte nel corso dell’album. Questo primo contatto è Xanadu I e rappresenta un colore grigio-verde dalla vaga impressione militare. La traccia si distende con un sax che prolunga molto la melodia in un tema aperto, pieno di respiro. Se il piano ricama qualche greca di note attorno allo strumento della Rawicz non è per distogliere l’attenzione ma per aiutarci a mantenerla, così come basso e batteria operano per dare una scansione temporale ad un brano che un vero e proprio ritmo non lo possiede, avendo invece la propensione a dilatarsi indefinitamente. Sembra una sorta di parentesi sospensiva tra un pezzo e l’altro. Rangwali è un rosa con l’aggiunta di qualche pigmento nero che si scurisce così verso il viola e prende il nome da quella polverina che i partecipanti alla festa dei colori in India si gettano generosamente addosso uno con l’altro. In effetti il brano è gioioso, intriso di un’atmosfera festosa che ricorda un po’ certe parentesi coreografiche di Zawinul ed anche qualche suggestione latina. Ci sono sovraincisioni in cui il flauto, il clarino basso e il sax compaiono in contemporanea ed appare anche il canto della Churchill che raddoppia il tema senza essere mai troppo invadente. Il pezzo attraversa momenti di disinibita effervescenza alternati ad altri più meditativi. Con la comparsa dell’assolo improvvisato del sax, piano e chitarra accompagnano da lontano, salvo poi esporsi maggiormente in una serie di assoli che vedono Neame innanzitutto, poi il basso elettrico di Chaplin interagire con un aplomb piuttosto funky, mentre nell’ultima parte è il clarino basso a sovrapporsi in simultanea con il sax e il flauto. Ritorna Xanadu II con i suoi suoni allungati e distesi, questa volta più sostanziosi dal punto di vista dinamico. L’impostazione di questo brano mi ha ricordato inoltre alcuni spunti dello spiritual jazz, quello suonato ad esempio da Pharoah Sanders.

Middle Ground è il brano che esula dalla sequenza dei colori e che è dedicato invece al padre dell’Autrice. Scritto quasi come fosse una ballad, questo pezzo mostra un altro lato della duttilità della Rawicz nell’affrontare il suo sax e di adattarne la timbrica alle circostanze. L’inizio è un discorso a tre con piano, contrabbasso e batteria con Neame che si allunga in un assolo finendo a ridosso del tema, rimarcato all’unisono dal sax e dal canto intonatissimo e gentile della Churchill – come mi piacciono queste voci senza parole che sanno stare nei limiti… L’assolo della Rawicz è quanto di più bello e talentuoso ho potuto ascoltare ultimamente, ben calibrato, misurato, espressivo come pochi. Posso dire altrettanto dell’intervento di chitarra, breve di note contate e distillate con provenissero da un alambicco armonico. Nel finale riprende il tema e si conclude così, come tutto era cominciato. Davvero il brano più lirico di tutta la raccolta. Tocca ora a Xanadu III. Addio alle note allungate e agli spazi pieni di respiro, questo intermezzo dà una scossa ritmica che rimanda a certe parentesi nu jazz chicagoane alla Greg Spero – vedi recensione qui. Evidentemente serve anche come stacco dalla calma meditativa del brano precedente. Intro to Viridian è una breve premessa in piano solo di Neame. Finalmente questo pianista, giustamente molto celebrato in Gran Bretagna, mostra ciò di cui è effettivamente capace. In un minuto circa di musica si avventura in uno spazio politonale molto interessante e dato che la sua discografia – almeno quella che conosco – lo vede sempre suonare con altri musicisti, sarebbe auspicabile che questo pianista si decidesse a testarsi al gran salto in solitudine, avendone le evidenti possibilità. Viridian si riferisce al colore verde smeraldo. Anche in questo caso funziona l’unisono sax-voce della Churchill che s’incunea all’interno di una base ritmica condotta con gran classe da Chaplin e Sirkis, con il piano che resta volutamente più sfumato. Assolo di Chaplin e poi compare quello di Law alla chitarra, con qualche influenza da Metheny. Anche per quest’ultimo musicista vale quanto detto per Neame. Nonostante un disco di sola chitarra sia un po’ più complesso da creare senza sovraincisioni – chi suona questo strumento sa che ci si deve arrangiare a gestire parte melodica e armonica avendo a disposizione solo sei corde o tutt’al più qualche corda di risonanza in aggiunta – tuttavia anche Law sarebbe interessante poterlo ascoltare in solitudine. Il brano assume a tratti le sembianze di un tipico andamento fusion, mentre l’assolo di sax passa da momenti di fraseggio veloce e molto tecnico – ribadisco i ventun anni dell’Autrice (!!) – ad altre fasi più rilassate e morbide, soprattutto verso la chiusura, dove il fiato si spegne tra qualche coriandolo sonoro di pianoforte. Falu è quel rosso scuro utilizzato spesso nella rifinitura di colore di barche e imbarcazioni varie, soprattutto nei paesi nordici. Qui l’Autrice lascia un impressionante ricordo di sé con un assolo bruciante ed entusiasmante, che sembra di ascoltare il più scafato ed incallito nero bopper da un locale newyorkese. Anche il piano si difende bene con un assolo condotto in maniera altrettanto tecnicamente appariscente. Ritmica implacabile, solida, con la chitarra che dietro le quinte si diverte ad immettere qualche nota in sustain. Così come in un album è importante il primo brano, quello dell’approccio, altrettanto è fondamentale l’ultimo, quello dell’eventuale arrivederci. Finalmente una chiusura come si deve e che non fa sospettare la stanchezza della fine.
ll bagaglio tecnico ed espressivo della Rawicz è straordinario, e questo appare subito chiaro a tutti. Ci si aspetta non tanto una maturazione tecnica – più di così… – quanto uno sviluppo d’identità maggiore che potrà realizzarsi solo attraverso la ricerca di una strada più personalizzata e riconoscibile. Ma siamo consapevoli che questo potrà avvenire solo col tempo, che comunque gioca abbondantemente a favore della musicista. Altro punto importante da segnalare è la maturità dei musicisti che formano questa band. Credo che si possano considerare, attualmente, tra il fior fiore dei nuovi jazzisti britannici. Le loro produzioni sono facilmente reperibili in streaming, permettendoci di poterli ascoltare per farsi così un’idea più appropriata del loro valore.
Tracklist:
01. Phlox (7:01)
02. Xanadu I (2:17)
03. Rangwali (9:19)
04. Xanadu II (2:48)
05. Middle Ground (6:36)
06. Xanadu III (1:40)
07. Intro to Viridian (1:01)
08. Viridian (6:34)
09. Falu (6:01)
Photo © Gregor Hohenberg






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