R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il trombettista finlandese Verneri Pohjola irradia attorno a sé un alone di calda luminosità e non importa proprio che questo musicista provenga da un Paese poco affine al calore e con un rapporto tutto particolare con la luce quando in pieno inverno si può arrivare a non più di un paio d’ore di sole giornaliero… Nella recensione fatta da Off Topic riguardo l’album del conterraneo Aki Rissanen – quello con la mosca stecchita in copertina, vedi qui – si era voluto avvicinare Pohjola ad un altro trombettista nordico, questa volta norvegese come Arve Henriksen. Nel presentare questo nuovo disco, Monkey Mind, pur non rinnegando l’impressione avuta allora e avendo come punto di riferimento anche la sua personale, precedente produzione, dobbiamo prender atto di come Pohjola sia portatore di guizzi timbrici e dinamici che ne tracciano un profilo molto più personalizzato e composito rispetto a quanto fece vedere collaborando con Rissanen. In effetti il musicista finlandese passa spesso dal soffio morbido, caratteristica anche di Henriksen, ad un’emissione di fiato più potente e limpida che tuttavia poche volte innesca una sonorità pungente o eccessivamente aggressiva. Particolarmente in questo suo ultimo album, rispetto al precedente e affascinante The Dead don’t Dream, i suoni della tromba si mantengono piuttosto soffici e contenuti, senza particolari fraseggi insistiti e spigolosi, mentre resta immutato il desiderio di spaziare in nuovi territori dove i limiti dei classici gruppi jazz d’un tempo vengono ormai completamente superati. L’attenzione alla tecnica individuale si sottopone alle esigenze complessive della band e gli strumentisti acquisiscono pari dignità ed esposizione allo stesso livello del leader. Gli arrangiamenti, molto studiati, tutt’altro che minimalisti, dimostrano un’ottima chimica delle idee lasciando anche spazi ampi all’improvvisazione pura, come vedremo analizzando i singoli brani.

Pohjola è figlio d’arte, con un nonno direttore d’orchestra e un padre rokkettaro in ambito progressive – mi fa specie parlare di genitori adepti del rock quando ai miei tempi lo erano solo i figli – ed è la dimostrazione evidente dell’importanza del patrimonio genetico familiare. Infatti nella sua musica si riscontrano sia elementi lirici vicini alla tradizione classica che momenti più nervosi con una ritmica che deve almeno più di qualcosa al già citato mondo del rock. Il curriculum di questo trombettista quarantacinquenne – è sempre difficile metter d’accordo tra loro i compilatori delle discografie – dovrebbe aggirarsi attorno a una decina di pubblicazioni prodotte come titolare più una quindicina di collaborazioni e Monkey Mind è attualmente l’atto più recente del suo percorso. L’album si presenta con un titolo e una copertina insolita. Un mezzo cranio umano con l’altra metà trasformata in un bouquet di fiori stimola una riflessione sull’ambiguità dell’esistenza, destinata naturalmente alla morte eppure disposta, nel suo breve tragitto attraverso la vita, alla bellezza e alla ricerca di quel qualcosa che sappia offrire un senso al proprio essere. Questa immagine si raffronta inoltre con il concetto di mente scimmiesca, presente nel titolo dell’album e spiegato dallo stesso Autore. Si tratterebbe cioè di quella parte del pensiero compresso dallo stress cronico, spinto verso un caos emotivo che alla lunga fa dubitare di sé stessi e delle proprie scelte. Per questo Pohjola decide di affrontare la sua parte più buia esorcizzandola attraverso la musica e ponendola a confronto con l’altra metà di sé, quella fiorita e non attanagliata dalla paura. La formazione messa in campo per questo Monkey Mind comprende, oltre a Pohjola, Kit Downes al pianoforte, uno dei pianisti più seguiti e valutati in Off Topic sia su disco che dal vivo e a questo proposito potete far visita agli articoli qui, qui, qui e ancora qui. Al contrabbasso troviamo Jasper Høiby, alla batteria Olavi Louhivuori infine alle tastiere e agli effetti elettronici Tuomo Prattala. Ci sono poi alcuni ospiti come Raoul Bjorkenheim alla chitarra, Jusu Berghall al flauto contralto e Linda Fredriksson (avevamo parlato qui del suo brillante esordio) al sax contralto e baritono.
Party in the Attic è il primo brano che troviamo nell’album. Inizio un po’ caotico con la tromba che mi ricorda, al suo primo approccio, il celeberrimo Volo del Calabrone di Rimsky-Korsakov. Ritmica quasi forsennata, con il piano che intreccia una complicata rete di suoni attorno al robusto e complesso tema portante, insieme a qualche effetto elettronico aleggiante durante lo sviluppo. Ci sono anche diverse sovraincisioni della stessa tromba e lo spazio sonoro viene presto saturato dagli strumenti fino ad un rallentamento generale al minuto 02 e 46” in cui sembra che la musica venga risucchiata in una sorta di buco nero in cui progressivamente e inesorabilmente tutti i suoni ne restino così catturati. Inizio un po’ shoccante, lo ammetto, ma che ci fa capire da subito di trovarci di fronte a un lavoro certamente non banale. Space Diamonds si apre con una serie di note ribattute del contrabbasso, rinforzate dalle percussioni timpaniche della batteria. Parte il tema e, che cosa ci volete fare, ciò che resta della mia memoria va a ripescare una vecchia sequenza addirittura dei Kraftwerk da Autobhan (1974). Si tratta ovviamente d’incroci casuali come ne succedono tanti, anche perché il brano in questione non mi sembra abbia niente a che spartire, dal punto di vista progettuale, con quello ossessivo dei tedeschi. A far da contraltare rispetto al brano precedente, compare un’ostinata percussione e l’atmosfera si fa rarefatta, con la tromba che si libra nell’aria sostenuta anche dall’elettronica. In questo clima asciutto si presenta il piano di Downes, eccellente come al solito, che vive di astrazioni al limite della tonalità d’impianto – e anche al di fuori di essa – mentre la tromba sussurra una nebbiosa idea modale che si accentua man mano che aumenta la dinamica sonora, probabilmente incrementata da sovraincisioni e dal ruolo delle tastiere elettroniche. Ritorna il tema accennato all’inizio e la tromba conclude con una serie di fraseggi senza alterare il clima fin qui vissuto.

Being Sentient è probabilmente un brano completamente improvvisato che si avvale ancora di un inizio effettistico con solamente il piano che muove diradando i suoi tasti quasi in solitudine. Interviene la batteria frammentando il tempo in piccoli attimi indecifrabili mentre un soffio di tromba aleggia intorno. Insomma, un pezzo che sembra un po’ una parentesi riempitiva aspettando quella che è una tra le tracce più strane dell’album, cioè Of Our Children. Batteria lentissima che scansiona i suoi battiti come certe rock-ballad alla Neil Young. Non so quale sia stata l’idea di base che ha permeato questo pezzo ma sembra esserci una specie di latente tristezza o generica preoccupazione, dato i tanti motivi sociali e climatici che attanagliano l’Europa, dal Mediterraneo fino agli ultimi ghiacci del Nord, direi che Pohjola ne abbia ben donde. La tromba ha tutta l’opportunità di distendersi con il suo soffio lirico e ammorbidito, accompagnata dagli accordi di piano. L’assolo di Downes, come sempre, è intrigante nella scelta delle note che spesso s’indirizzano volutamente out of tunes. Sempre la tromba, questa volta con un contrabbasso assai più presente, chiude il brano senza particolari impennate melodiche. Save This One for When You Need it è un altro pezzo lento ma tra i migliori dell’album. Il tema, da subito introdotto dalla tromba e sostenuto dalle triadi piene di Downes, ha un’aria cantabile, quasi innodica ed è obiettivamente molto bello. Si ascoltano, come fossero tinte sfumate di pennello, i sax della Fredriksson, soprattutto la timbrica calda del baritono che sembra una voce umana di sottofondo ed un flauto che oscilla malinconico. Avance! È il brano con più componenti progressive tra quelli ascoltati finora. Un robusto riff di contrabbasso e un approccio di chitarra con suoni che quasi contrappuntano la tromba si distendono sulla ritmica percussiva tesa e tagliente di Louhivuori. Il tema, leggermente enfatico, sorretto oltre che dalla tromba anche dal sax della Fredriksson s’interrompe giusto prima di metà brano per un gustoso duetto ritmico contrabbasso-batteria. Da qui in poi si va verso un’improvvisazione libera ma sempre cucita insieme dall’implacabile coppia Høiby–Louhivuori, che finisce riprendendo il tema e con un breve dialoghetto a tre che include tromba, flauto e sax. Dance in the Morning vive in un curioso clima rarefatto con una seconda tromba sovraincisa che si propone in crescendo immettendo qualche nota scanzonata, quasi l’alter-ego dello strumento principale di Pohjola. Forse il brano che più rappresenta la foto di copertina, una sorta di duplicità conflittuale con un effettivo desiderio dance inconscio che lotta verso un aspetto di facciata più serio e problematico. Un piano cristallino simula una brina sonora attorno al soffio della tromba, poi il contrabbasso disegna qualche frase di sostegno rinforzato dal sottile drumming del batterista. Il brano è percorso da uno stato di tensione sottopelle che s’accompagna lungo tutta la sua durata. Bebe è il frutto di una sovrapposizione di suoni e di echi elettronici che dilatano inizialmente la presenza della tromba. Poi progressivamente la sonorità si restringe attorno ad una moderata propulsione ritmica sempre costituita dall’asse contrabbasso-batteria. Il tono generale sembra piuttosto affettivo, Pohjola allarga il ventaglio del suono, con quel suo soffiare a tinte autunnali, sostenuto dalla discreta presenza di Downes. Poco prima della metà, il brano se lo giocano in tre, i due componenti della ritmica più la tromba. Questo è il momento più brillante di jazz presente nell’intero album che mantiene la sua identità con sfumature velatamente free anche e soprattutto con l’intervento del pianoforte che sale alla ribalta in un secondo tempo. Si ritorna poi come ormai è usuale, allo stesso clima di partenza iniziale riprendendo le fila del tema. Out of Silence ha tutta l’aria di essere in gran parte una libera improvvisazione con gli strumenti che cercano gli spazi idonei, almeno fino a quando la progressione di accordi del piano stabilisce una sorta di filo conduttore. L’assolo di Downes sancisce un ulteriore viraggio per cui da lì in poi si percepisce la più completa libertà espressiva fino alla contratta chiusura del brano.
Da questo Monkey Mind si possono evincere alcuni punti fondamentali. Il gruppo funziona tecnicamente bene, l’espressività dei singoli anche e si capisce come le tensioni esploratrici di Pohjola coinvolgano il resto della band. Inoltre, il suono della tromba possiede un’oggettiva onda di calore che colma emotivamente la distanza tra esecutore ed ascoltatore e quest’ultima non è una qualità che si possa attribuire a chicchessia. Il rischio potrebbe annidarsi in un eccesso di concettualità che ogni tanto emerge dal complesso delle relazioni tra i musicisti, soprattutto quando tendono ad allontanarsi dalla sicurezza del percorso di una traccia melodica. Ma questo è appunto il prezzo che si paga sbirciando la realtà non euclidea di un paesaggio nuovo, i cui confini non sono proprio più quelli del jazz di vent’anni fa.
Tracklist:
01. Party In The Attic (4:08)
02. Space Diamonds (6:13)
03. Being Sentient (2:12)
04. Of Our Children (6:00)
05. Save This One for When You Need It (5:09)
06. Avance! (5:17)
07. Dance in The Morning (3:38)
08. Bebe (7:11)
09. Out of Silence (6:00)
Photo © Teemu Kuusimurto






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