R E C E N S I O N E
Recensione di Nadia Cornetti
C’è chi è per i viaggi all’insegna dell’avventura, chi per quelli organizzati fin nei minimi dettagli, o chi, ancora, per quelli dettati dal riposo. Ci sono poi altri tipi di viaggi, quelli per i quali puoi partire e tornare metaforicamente più volte – molte volte – se chi ti accompagna è una guida rassicurante e credibile, la cui sensibilità puoi riconoscerla lontano un miglio. Oggi vi racconto di uno di questi viaggi. Dopo tre anni dall’ultimo disco Paesaggio dopo la battaglia (che è stato anche il primo dopo l’abbandono dello pseudonimo Le Luci della Centrale Elettrica), dal il 15 marzo 2024 possiamo ascoltare Un segno di vita (Carosello Record), il nuovo attesissimo disco di Vasco Brondi. Dieci tracce, dove l’elemento essenziale ancora mai protagonista assoluto, ma presente già a più riprese nei primi lavori, il fuoco (la “scintilla di eternità”, dopo la terra e le stelle) si alterna, si fonde e si intreccia a narrazioni molto umane, contemporanee, intime come in un diario, e a storie quotidiane dallo sfondo difficile.

Dice Vasco di questo elemento: “Il fuoco ci ha cambiati quando i nostri lontani antenati umani hanno in qualche modo imparato a gestirlo. Anche per l’antropologia è quello il momento in cui natura e cultura si confondono, dopo non è più possibile vederle separate. Il fuoco ha cambiato il nostro corpo, le nostre mascelle, i nostri denti, lo spazio nel nostro cranio, la forma delle nostre tane”. Un assaggio del disco lo avevamo già avuto nel 2022, quando usciva l’inedita Va dove ti esplode il cuore, poi divenuta penultima traccia di Un segno di vita, una canzone ambientata nella “provincia sporca, santa e sonica” (già cantata in molte storie da Vasco, che alla provincia appartiene) della protagonista e di molti di noi: non li devi nemmeno cercare i riferimenti musicali di Vasco, che i suoi Dèi – che al posto del fulmine brandiscono chitarra elettrica e distorsore – li cita sempre, con rispetto, e sempre ce li presenta. Così facendo ci riporta con nostalgia ai suoi, e ai nostri, anni Novanta, con una delicatezza e un’armonia che stridono così tanto con “la scena new wave newyorkese” cantata proprio in quella provincia, che “ti uccide o ti eleva”, e dove, se è vero che “un giorno si dovrà morire, tutti gli altri giorni no”.
Primo vero singolo ad aver anticipato l’album è l’omonima Un segno di vita (con musica e cori affidati a Federico Dragogna), bella ed evocativa ballata musicalmente molto “piena”, a completamento di uno scenario disastrato da bombardamenti e cambiamenti climatici dove la ricerca del segno di vita, del “fiore nel deserto” è apostrofata da una batteria che simula perfettamente un cuore che batte: ho decisamente un debole per questo tipo di escamotage strumentali. Il bellissimo pezzo si conclude con la speranza che si riaccende, nonostante il tragico contesto, quel “…e ricostruivano” reiterato per non lasciare più dubbi al lieto finale. Nonostante questi due brani usciti precedentemente, ho ascoltato il disco nell’ordine con cui Vasco ci ha proposto le tracce. Quindi, mi sono affacciata in questo nuovo mondo di fuoco con Illumina tutto, prima traccia, appunto, nonché altro singolo prima del lancio del disco intero: non vi so dire quanto sia stato grande il conforto che mi ha invaso dai primi secondi di riproduzione. Poche, definite note, poi silenzio, un’atmosfera di fondo e il filo di voce monotono, è questo il marchio di fabbrica di Vasco Brondi; subito dopo, un cantato in crescendo che mi emoziona sin dai suoi esordi, e che riconoscerei fra milioni. Un elenco di “credo”, in questo toccante brano d’ouverture, a rimarcare quanto sia intimo e personale ciò che dona la forza e che ci fa battere per difenderne il diritto all’esistenza.
Certo, da quei primi diamanti grezzi – e, ai miei occhi, più grigi – che erano Canzoni da spiaggia deturpata e Per ora noi la chiameremo felicità, il mondo di Vasco ha aggiunto tinte variegate alla sua tavolozza sonica. A tal proposito ammetto con voi un’altra cosa: non sono mai riuscita ad ascoltare questi suoi primi dischi nelle stagioni “colorate”; hanno sempre dovuto accompagnare soltanto le mie camminate autunnali e invernali, possibilmente poco soleggiate e con luce bianca e nubi. Quando non era così, e il cielo non produceva il giusto sottofondo emotivo – tale da onorare quello che ascoltavo – piuttosto passavo ad altro.
Vasco canta poi dei “Meccanismi” del cuore, di come siano la leva per sopportare qualsiasi cosa, con gli occhi di una ragazza la cui voglia di vivere spaventa, in un mondo difficile dove è forse più semplice arrendersi e vedere tutto con apatia.
Altri amici e colleghi hanno lavorato a Un Segno di Vita – cosa che alcuni di loro fanno già da anni – alla produzione e realizzazione del disco: da Rodrigo D’Erasmo a Pacifico, ancora a Taketo Gohara, per citarne alcuni. E in più, l’ultimo singolo che ha preceduto l’uscita dell’album, Fuoco dentro è un featuring: un pezzo ritmato, incalzante, con il bellissimo ritornello affidato all’ospite, Nada, che con rispetto e contrasto rappresenta la voce perfetta per alternarsi e completare la linea vocale di Vasco; immagini nitide si susseguono a raccontare la forza di una protagonista che sconfigge le difficoltà e sopravvive grazie al fuoco che le arde dentro.

Il fuoco continua ad ardere con Incendio, dove continua anche la nostalgia che vela tutto ciò che Vasco scrive; come spesso succede, il suo interlocutore è una figura femminile, e mi piace interpretarlo come una richiesta e una preghiera alla ragazza da parte del Ricordo, di essere sempre portato con sé di essere protetto, con la promessa di essere, in cambio, l’incendio che brucerà in ogni momento per rendere vivo ogni attimo. Trovo molto affascinanti i brani dei quali il significato può essere colto, interpretato, ma non è esplicitato totalmente, come a lasciare un pochino di spazio in quell’intimità, spazio che può essere completato da un’introspezione sempre diversa, come diversi siamo tutti noi con le nostre emozioni. Tornano sempre le canzoni d’amore con sfondi di guerra nei racconti di Vasco Brondi, e Notti luminose è una di queste: una poesia contemporanea dal ritmo quasi tribale, dove quel “qui va tutto bene” contrasta con “la guerra, le macchine esplose, le solite cose”. E ancora Fuori città, e i riferimenti alla crescita, al desiderio di libertà, che con quelle belle frasi che sembrano annotate a caso – come nel diario di un ragazzo che sta crescendo, ma scritto bene – Vasco decanta sempre.
Non è difficile comprendere che sono molti i luoghi attraversati e vissuti, ascoltando questo disco: Vista mare elogia l’isola tranquilla dell’Oceano dove Vasco Brondi trascorre parte dell’anno, l’atmosfera calma che la contraddistingue, che è resa molto bene grazie agli archi, alle chitarre calme e alla voce pacata, che evoca immagini, scene e sensazioni vissute; fa sorridere che questo pezzo sia nato al mare ma sia stato registrato, come altri del disco, tra le alte montagne della Valle D’Aosta. Fa sorridere ma mi fa anche capire che non per forza ci si debba sentire a casa in un unico luogo: il viaggio stesso può essere considerato casa. Porto di attracco per Un segno di Vita è la delicatissima La Stagione buona, un canto per far sentire la voce, in qualche modo, di chi dalle guerre cantate fugge; una poesia struggente con implorazioni sottili e dolorose come lame, “tu non farmi accontentare mai, ma fammi desiderare/ dammi il coraggio di sorridere di un sogno, se non si può esaudire”. Vasco lo si ascolta nell’intimità di casa, nella natura, lontano dal rumore delle chiacchiere, delle città, lontano dalla frenesia, perché è troppo importante e intimo ciò che dice, per non dedicargli il silenzio e la totale attenzione; e con la mente e il cuore devoti all’ascolto.
Ho avuto delle percezioni generali ascoltando questo gioiello: la prima è che Vasco abbia evoluto la propria musica sempre più verso una forma canzone completa. La seconda è che, nonostante questo, il suo marchio urli ancora definito in tutta la sua produzione, rimanendo coerente a se stesso, alle Luci della Centrale Elettrica che lo hanno protetto dal mondo per anni – prima che fosse il momento di mostrarsi veramente e meno timidamente al mondo – e coerente anche all’ormai uomo, artista e musicista Vasco. Voglio concludere questo mio lungo scritto con un’ultima osservazione, ovvero che i testi di Vasco costituiscono un’Arte trasversale: Musica se trasposti in canzone e accompagnati da strumenti, bellissima Prosa e “flusso di coscienza” se trascritti sulle pagine di un libro. È sempre stato così per lui, cantare una canzone di Vasco (ma anche delle Luci) vuol dire anche leggere una pagina di un suo libro, una pagina di una vita. Fatti, storie e persone incontrate in questo viaggio – come negli altri viaggi che ho intrapreso insieme a Vasco – sembrano lì, di fronte a me, i personaggi sembrano miei amici e pare che stiano raccontando tutto proprio a me.
Con semplicità e con sincerità mi hai accompagnato ancora una volta in questo tuo peregrinare, proprio come fa l’amico fidato bravissimo a organizzarli, questi viaggi, e di cui ti fidi ciecamente. E ho fatto bene a fidarmi: mai una volta, Vasco, che tu mi abbia deluso. Neppure questa volta.
Tracklis:
01. Illumina tutto
02. Un segno di vita
03. Meccanismi
04. Fuoco dentro (con Nada)
05. Incendio
06. Fuori città
07. Vista mare
08. Notti luminose
09. Va’ dove ti esplode il cuore
10. La stagione buona
Foto © Valentina Sommariva






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