R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Caro agli dei è colui… che esordisce così giovane, mi verrebbe da dire parafrasando il poeta Menandro, perché un livello di maturità musicale di questa fatta mi ha letteralmente impressionato. Ci vuole davvero un bel colpo d’occhio, aggiungerei, per accorgersi di una musicista come l’ucraina Katarina Kochetova. Riuscire infatti a realizzare un album così, a soli 23 anni, bello non solo di per sé ma per tutto quello che ne potrà derivare in un prossimo futuro, significa che la A.Ma Records sta operando, con le dovute distanze, quasi come l’ECM, andando a cercare futuri e promettenti talenti di caratura superiore qua e là per mezzo mondo com’è capitato, appunto, per questa giovane pianista con il suo primo lavoro d’esordio. La Kochetova, nata a Kiev, ha studiato pianoforte classico ed è artisticamente cresciuta a Belgrado, consacrandosi definitivamente, diciamo così, a Vienna, la città dove ha registrato questo suo primo album, Beyond Motion. L’anno scorso ha effettuato un lungo tour di concerti, quasi un centinaio di date in mezza Europa, affinando quindi la relazione col pubblico, oltre che con i sodali che l’hanno accompagnata. Noi di Off Topic avevamo già recensito un album realizzato dal padre di Katarina, quel Max Kochetov di Altered Feelings – vedi qui – che inoltre appariva in altri due album – sempre per A.Ma records – di una coppia di colleghi serbi, Ivan Radivojevic e Sanja Markovic, le cui recensioni, se siete interessati, potete trovarle rispettivamente qui e qui. Il fatto che il talento possa anche trasmettersi per via genetica si conferma quindi per la Kochetova, tenendo presente che pure la madre, Ksenija Kochetova, è cantante e compositrice.

Questo album di debutto esemplifica quello che attualmente possiamo intendere come jazz contemporaneo, termine ambiguo come lo sono più o meno tutte le etichette ma che aiuta a definire il concetto di campo creativo, cioè di un luogo in cui avvengano nuovi eventi potenziali, in questo caso esclusivamente di natura musicale. Se mi posso permettere un paragone che molti troveranno azzardato, in questa pianista leggo parte delle stesse direzionalità esplorative di un genio come Vijai Iyer, mantenendo ovviamente presente lo scarto sia di età che di esperienza che intercorre tra i due. L’idea di sovrapporre continuamente degli innesti melodici gli uni sugli altri e di considerare la complessità che ne deriva non come un problema ma come una risorsa, una sorta di ars combinatoria da cui estrarre nuove possibilità melodico-armoniche, mi sembra essere il dato più visibile di quest’opera. Certo, vi sono brani in cui la matrice classica è ben udibile, una piattaforma di conoscenza e di tecnica a cui si può ancorare stilisticamente qualsiasi jazzista. Altrettanto vero è che alcuni momenti sembrano stagioni di passaggio tra mitologemi puramente melodici e armonizzazioni modernamente dissonanti, queste ultime frutto di un sapere collettivo che deriva naturalmente dall’attuale, generale stato dell’arte. Sebbene ad un primo ascolto si corra il rischio di trovare l’album piuttosto intricato, il fine e l’eventuale orizzonte raggiungibile sembra essere quello di creare una musica svincolata da eccessi romantici o da mode semplicistiche, una mescolanza fertile di umori – anche contraddittori e talora faticosi – da cui possano nascere nuovi impulsi, al netto della rinuncia di facili manierismi. La Kochetova non si trova in solitudine, in questo disco, né presenta brani di piano solo. Al suo fianco troviamo il contrabbassista svedese Hugo Lof e il batterista brasiliano Matheus Jardim, che costituiscono la formidabile macchina ritmica del trio. In più vi sono le ospitate dello sloveno Jure Pukl e del brasiliano Joander Cruz, entrambi al sax contralto.
L’inizio è brillante e aristocraticamente malinconico, con un tema di forte ispirazione classica che costituisce l’anima del primo brano, Self Portait. Un autoritratto direi già piuttosto completo della personalità dell’Autrice in cui convergono, oltre agli elementi classicheggianti già accennati poco sopra, parti più improvvisate d’indubbio sviluppo jazzistico. Sopra una base servita da coppie di accordi di piano con qualche sentore vagamente new-age, si arriva ad un passaggio attorno al minuto 01’30” fluido e naturale, che ci conduce verso un movimento in cui le dita della pianista si sciolgono improvvisando sulla tastiera. NTYWTATST (Things We Say) comincia con una serie di arpeggi melodici smorzati e un intensa pioggia ritmica che sostiene l’andatura del piano, con un assolo sanguigno di contrabbasso che segue i frequenti mutamenti tonali della musica. Poi, circa a metà brano, affiora un senso manifesto d’inquietudine che si stratifica sull’originale base accordale melodica. Le linee improvvisative sembrano farsi più caotiche e man mano che il brano procede s’incrementa la potenza ritmica, tra le esplosioni dei ride che fanno sobbollire l’aria attorno al batterista e la dinamica pianistica tesa progressivamente ad aumentare. Il ritorno al melodico tema iniziale si perde in una nervosa onda terminale ad un passo dalla frenesia. UntitEled #4 vede la partecipazione del sax contralto di Joander Cruz che rimarca la saltellante melodia tematica in sincrono con il piano. Il brano è scosso da continui movimenti e balzi tonali, sui quali il sax costruisce i suoi fraseggi. Un’esuberante batteria precede l’assolo della Kochetova che si apparecchia con numerose note ribattute. Si entra e si esce continuamente dal tema portante procedendo verso un finale tra bagliori mutevoli e conseguenti contrazioni sonore. Tra i pezzi più impegnativi per la continua variabilità e le oltranze ritmiche che spezzettano la musica in diversi segmenti imprevedibili.

Hemma è una ballata che ondeggia lentamente con il contralto dal volto drammatico, questa volta di Jure Pukl, sistemato sugli accordi mitteleuropei di piano. Mi torna in mente Daniele Paris e il soundtrack del film Al di là del Bene e del Male della Cavani (1977). Un tema che sa di abbandono e di lontananze e che prende un refolo di fiato dopo metà brano, quando la batteria di Jardim tende ad un delicato accompagnamento ritmico con le spazzole. Holmstock, pur rimanendo nell’ambito della ballad, è animato da un continuo movimento ondeggiante tra diverse modulazioni tonali. Dopo 1′ e 20” circa contrabbasso e batteria s’intrecciano in una moderata struttura ritmica ed è il pianoforte che sembra sgusciar via dalle dita della Kochetova, impegnata in un lungo assolo lavico dove si costruisce e si distrugge continuamente la linea melodica. Ma forse il momento più bello lo ascoltiamo nella bellissima Ballad for Natasha dove il clima s’acquieta e i sentimenti della pianista sembrano liberi di mostrarsi nella loro forma più pura, apparendo senza la necessità di particolari architetture portanti. In questa occasione la Kochetova sfoggia un pianismo alla Brad Mehldau, rarefatto e con sviluppi armonici resi voluttuosi anche per merito di un contrabbasso accorto che abbraccia le pause senza volontà d’invadenza. A proposito di note basse, Bass Intro è il preludio alla title-track Beyond Motion che segue subito dopo un assolo in libertà vigilata di Lof. Ricompare il contralto di Cruz che cavalca l’onda di un mare, dapprima tranquillo e beatamente lineare ma che tende progressivamente ad ingrossarsi e ad agitarsi, secondo una procedura dinamica molto presente in questo album. Gran parte della visibile concitazione, al di là degli accordi quasi lisztiani portati dalla pianista, si rende possibile per il crescendo della ritmica, piatti, percussioni e contrabbasso che seguono la mareggiata. Si va a finire improvvisamente, con un inaspettato arresto del turbinio sonoro. Al di là di tutto, questo è uno dei brani più coinvolgenti, forse proprio per quell’ardore romantico che resta sottotraccia assommato alle escursioni luminose del sax. Eternal Goodbyes prevede l’avvicendamento del sassofonista, per cui è Pukl che stavolta manovra il contralto. Ritmi moderatamente latini che sorreggono un pacato vagabondaggio del tema, tutto sommato più rilassato rispetto ai precedenti. I colori diventano più chiari e brillanti ma a metà brano… qualcosa succede. Sembra quasi che alcuni ricordi drammatici e dissonanti disturbino lo stato di quiete che si è venuto a creare. Il sax comincia a gridare, le dinamiche crescono come in un temporale improvviso. Diventa impossibile ritornare all’atmosfera iniziale. Si chiude con Directions (In Time) dove riaffiora ancora la componente classica ma sarà il contrabbasso di Lof con un assolo convulso a riportare la musica verso la dimensione jazz, mentre la Kochetova si muove tra componenti drammatiche ed escursioni solitarie verso un finale quasi tronco.
Un raffinato mal d’esprit sembra percorrere l’album in quasi tutta la sua durata. Un certo senso di tensione continua si agita in profondità e viene quasi sempre in conflitto con i momenti più sereni. Non c’è mai il cielo completamente sgombro di nubi e se la Kotechova intendeva comunicare un sentimento d’inquietudine direi che ci sia riuscita adeguatamente. Comunque, dato che Euterpe non ha l’obbligo di mostrarsi sempre sorridente, la musica di questa formazione corre su binari della perfezione formale e di un’organizzazione strumentale incredibile per una musicista così giovane. Un debutto che va al di là delle aspettative, un album molto interessante che ha bisogno di essere ascoltato con pazienza ed attenzione, due modalità d’approccio che andrebbero utilizzate per tutta la musica ma soprattutto in questo caso.
Tracklist:
01. Self Portrait (4:12)
02. NTYTWTATST (Things We Say) (4:19)
03. UntitEled#4 (5:52)
04. Hemma (4:16)
05. Holmstock (4:38)
06. Ballad For Natasha (2:57)
07. Bass Intro (1:18)
08. Beyond Motion (5:18)
09. Eternal Goodbyes (6:09)
10. Directions (In Time) (3:14)






Lascia un commento