R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un giorno o l’altro qualcuno dovrà pur prendere atto di un musicista come il tedesco Stephan Micus e riconoscerne pubblicamente il valore assoluto. Perché ho l’impressione che, al di fuori di una stretta nicchia di appassionati – ed io tra questi – Micus resti, riguardo al grosso pubblico, poco conosciuto o ingiustamente sottovalutato. Globe trotter dall’età di sedici anni, poli-strumentista come ce ne sono davvero pochi, l’Autore di questo affascinante ultimo album – il ventiseiesimo !! – ha spostato gli accenti dalle divinità del tuono celebrate nel precedente Thunder (2023) – vedi qui – alle atmosfere raccolte e arcaiche contenute in questo To the Rising Moon. Il titolo è riportato dai versi di un haiku del giapponese Mizuta Madahide, poeta, medico e samurai vissuto tra il XVII° e il XVIII° secolo: “Il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna che sorge”. Nella sintesi paradossale di questo componimento di tre versi con diciassette sillabe, è racchiusa gran parte dell’introspezione silente che accomuna Micus alle culture orientali e al loro modo di interpretare la realtà. La lettura musicale che l’Autore di Stoccarda riserva al proprio mondo si avvale, com’è logico aspettarsi conoscendo la sua biografia, della pratica di un numero totale imprecisato di strumenti musicali, raccolti da ogni dove – per ulteriori notizie riguardo a ciò leggi qui. In questo album ne sono utilizzati ben otto, ovviamente tutti suonati da un unico esecutore – voci comprese – cioè l’Autore medesimo.

L’ultimo strumento musicale ad essere introdotto in questo lavoro è il tiple, una chitarra colombiana – ma diffusa con qualche variante in altri paesi del Sud America – di dimensioni ridotte e montante dodici corde disposte in quattro file a triplette. La sua origine è probabilmente spagnola e fu introdotta in America Latina dai colonizzatori iberici. I brani dell’album, tutti molto melodici, seguono un cifrario per lo più – anche se non solo – modale, con armonie costruite su un’unica scala senza quasi mai utilizzare dominanti secondarie, come del resto accade in gran parte delle tradizioni estranee alla cultura occidentale moderna. Le atmosfere spaziano ampiamente dall’Occidente all’Oriente, ma spesso ricordano danze e cadenze ritmiche del medioevo europeo. Il modulo stilistico, assolutamente congruo, è una costante nella musica di Micus ed è caratterizzato da sovra-incisioni strumentali e vocali. I testi delle parti cantate sono completamente fantasiosi, nel senso che non sono composti da veri e propri termini significanti, ma sono solamente suoni che alle volte, in questo contesto specifico, ricordano la lingua greca moderna o addirittura qualche inflessione isolana mediterranea. Non si pensi, però, ad una sorta di laboratorio multi-etnico. Lo spazio espressivo di Micus si gioca in ambito individuale, è il suo mondo ad essere narrato, anche se tutto ciò avviene con mezzi strumentali che provengono da altre parti del pianeta. E come potremmo descrivere l’universo personale di questo Autore? A parte voler cercare il pelo nell’uovo che ci porterebbe ad annotare sia una punta di naiveté che qualche andamento esitante in alcune esecuzioni, l’ascolto di questo album è un’esperienza non solo musicale, lo è anche dal punto di vista psicologico. Significa essere allontanati dai nostri riferimenti abituali, assistere alla liquefazione del lessico a cui siamo avvezzi per seguire un tracciato transennato da suggestioni difficilmente collocabili nel nostro Tempo. Ritrovarci in completa solitudine in un giardino dell’Alhambra, fuori dagli schemi compulsivi del consumo musicale, tra fantasmi inafferrabili e litanie d’ispirazione religiosa. Il rischio di queste composizioni così rimembranti ed evocative sta nella strozzatura esistenziale che esse possono innescare, promuovendo un empito spirituale spesso non del tutto preventivato, proprio perché la musica di To the Rising Moon è semplicemente magica, ipnoticamente ammaliante e seducente, come in un’allegorica, moderna versione dei racconti di Shahrazad.

Il brano in apertura, To the Rising Sun, è l’opposto circolare del titolo proposto dall’album, è la sua alba celebrata da una coppia di tiple, di cui uno resta incollato alla tonalità centralizzata di base e l’altro vagabonda lungo il perimetro che gli è permesso da questa impostazione. Confesso che le prime battute, forse per la vibrazione delle dodici corde di questi strumenti, mi hanno addirittura ricordato Music is Love del compianto David Crosby e probabilmente proprio l’amore per l’Indefinito è ciò che accomuna, in fondo, i due brani. I suoni sono vibranti, adamantini e non nascondono una certa solennità espressiva. Segue Dream Within Dream ottenuto dalla sovra-incisione di sei ditilruba. Questi strumenti sembrano dei sitar in tutto e per tutto ma vengono suonati verticalmente e le corde sfregate con l’archetto. Il suono dolce e meditativo vive di insoliti contenuti condivisibili tra il ricercare cinquecentesco europeo e un carico di suggestioni tipicamente orientali, tanto per dimostrare come le figure dell’Arte, soprattutto musicale, siano veramente ubique. In Your Eyes vede addirittura la sovrapposizione di tre tiple che sostengono il canto inabissato alle origini del Tempo dello stesso Micus. Una voce che forse vorrebbe raccontare una storia d’amore ma che rimanda agli antichi canti dei pastori, esposti alla solitudine della notte tra stelle e deserto. La tonalità scura del timbro vocale sfida i confini dell’infinito a cui finisce, giocoforza, per arrendersi.

The Veil è realizzato anch’esso con la sovrapposizione di tre strumenti, ma questa volta si tratta del sattar, che ha una sola corda suonabile con l’arco e ben altre dieci che vibrano in simpatia. La sonorità prodotta è dolce e delicata, simile al violino, la suggestione evocata si svolge con una melodia carica di nebbia e vapori autunnali. Unexpected Joy torna all’accoppiata tra tiple in un brano che riporta alle coordinate del pezzo d’apertura, dato che la tonalità d’impianto mi pare la stessa. Waiting for the Nightingale è invece organizzato in modo più complesso con gruppi di sattar, dilruba, tre flauti cambogiani e due chord zithers – cetre da tavolo – più un coro di cinque voci. Simile ad un canto gregoriano, con la scelta di una scala ionica a ribadire la prevalente impostazione modale, il brano sembra una preghiera di ringraziamento al risveglio primaverile, con il canto degli usignoli che inizia nelle ore notturne inoltrandosi fino alla tarda mattinata. Menzione particolare ai panici flauti presenti seppur in sottofondo. The Silver Fan è il risultato di un assolo di tiple. Sarà forse per la sonorità meditata o per il modo di suonare questo strumento ma il brano riaccende i ricordi di Robbie Basho, compianto autore statunitense, convinto di essere la reincarnazione di un poeta giapponese coevo di Mizuta Madhaide, Matsuo Basho, da cui prese in prestito il cognome. Embracing Mysteries vede comparire uno strumento nuovo, almeno in questo contesto, il sapeh, una sorta di liuto originario del Borneo le cui quattro corde, normalmente pizzicate, vengono qui sollecitate con l’archetto. Il set strumentale si completa con il dilruba e la voce cenobitica di Micus, mai così pensosa ed estatica. Per me resta il brano migliore dell’album. To the Lilies in the Field si presenta con il doppio tiple, com’è già successo altre volte in questo lavoro. Ma la melodia, in tale circostanza, sembra una danza greca dai toni sommessi, possiede una grazia incantatoria dal sapore antico. Traspare un sentimento religioso di unione tra l’uno e il Tutto, una componente quasi mistica di abbandono e di cupio dissolvi nell’armonia del creato. Con The Flame viene introdotto un altro strumento, il tableharp, un ibrido tra un salterio e una cetra suonato con l’arco. Un brano di spietato candore acustico in una sequenza intensa di timbri cordofoni molto malinconici. Si chiude il ciclo iniziato dal sorgere del sole con il suo opposto, la title-track To the Rising Moon, dove gli strumenti a pizzico e ad arco si fondono insieme nella tersa intonazione di un cielo notturno.

Parrebbe un’impresa spinosa quella di suonare tutti gli strumenti e cantare l’insieme delle voci in solitudine, se non conoscessimo la profonda cultura musicale ed etnica di Micus. Qualcuno potrebbe intendere un album di questa fatta come un’opera elitaria e, probabilmente, in larga parte lo è. Ma come tutte le musiche che nascono dall’anima, anche questa può non essere facilmente condivisibile. Conclusione frustrante e dolorosa, certo, ma perfettamente lineare con il prevalente orientamento del gusto musicale, spesso manovrato e massificato secondo le sempiterne logiche di mercato. Micus è un partecipante trasversale al suono migratorio che accompagna questi ultimi decenni di diffusione di culture differenti e provenienti un po’ da ogni dove. L’Autore accoglie molti stimoli, rielabora e reinterpreta il tutto proponendo qualcosa di nobile, secondo il proprio personale, eufonico costruzionismo artigianale.

Tracklist:
01. To the Rising Sun (4:01)
02. Dream Within Dream (4:05)
03. In Your Eyes (5:20)
04. The Veil (3:32)
05. Unexpected Joy (4:21)
06. Waiting for the Nightingale (4:36)
07. The Silver Fan (2:57)
08. Embracing Mysteries (7:00)
09. To the Lilies in the Field (4:21)
10. The Flame (3:58)
11. To the Rising Moon (7:10)

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