R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Mi si allarga il cuore quando ascolto musicisti come Francesco Schepisi, trentacinquenne pianista barese, che esordisce come titolare con un album già maturo come il suo Elevation. Ma al di là del valido contenuto musicale è quello che lui stesso dichiara, a trovarmi perfettamente d’accordo. In un’intervista rilasciata a Davide Riccio per Kult Underground il 13/05/25, Schepisi afferma che “...nel processo di scrittura non sempre l’istinto conduce a risultati soddisfacenti. Per intenderci, suonare “col cuore” non è necessariamente sinonimo di autenticità. Al contrario, credo che il materiale frutto di un’ispirazione o di uno spontaneo fluire, possa e debba essere processato, organizzato, collocato, rimodellato, sostituito o – se necessario- eliminato…”. Tutto ciò per chi ancora crede che l’Arte non sia un vero e proprio lavoro ma il frutto di un’esclusiva, capricciosa ispirazione divina. Invece la musica di questo pianista trasmette l’idea dell’addizione e della sottrazione, cioè dell’organizzazione razionale ed apollinea che collabora indissolubilmente con l’elemento dionisiaco, istintuale e ispirativo, quest’ultimo presente come pura materia informe in attesa di subire un’adeguata manipolazione.

Il pianismo di Schepisi è accorto, moderato, dal passo leggero, senza particolari tecnicismi ma con evidenti riferimenti classici. Avendo alle spalle un periodo esperienziale di tutto rispetto, risultato di esibizioni e diversificate collaborazioni, sembra che l’Autore conosca bene il valore delle note e dei silenzi, tanto che il suo tocco sulla tastiera è consapevolmente ricco di sfumature e non cede al manierismo – tra l’altro, in questo album non c’è traccia o quasi di be-bop o di costruzioni particolarmente dissonanti. L’Autore si avvale della partecipazione di un nutrito gruppo di musicisti che non faticano a trovare il giusto spazio nella sua musica perché questa è organizzata in forma accogliente, tanto da muoversi agilmente tra il jazz moderno, l’impressionismo musicale, qualche suggestione new-age e classicismo, il tutto in un raro e prezioso assetto ben equilibrato. Del resto è piuttosto facile prendere atto di come ciascun elemento sia parte di un flusso unico, coeso, dove ogni musicista aggiunga la propria voce ma senza mai sovrastare l’insieme. Il gruppo che accompagna Schepisi è costituito da Antonello Losacco al contrabbasso e basso elettrico (di lui avevamo parlato qui), Gianlivio Liberti e Vito Tenzone che s’alternano alla batteria, Giovanni Astorino al violoncello, Vincenzo Di Gioia al sax contralto, Aldo Di Caterino al flauto – che abbiamo già recensito con Enrico Pieranunzi nell’album Heroes – vedi qui – Samantha Spinazzola e Dario Schepisi alle voci – la compagna e il padre dell’Autore, entrambi musicisti. Come ospite è presente il trombettista e flicornista newyorkese Michael Rodriguez. L’approccio distintamente melodico di Elevation si costruisce con immagini incisive ed evocative, una sequenza di eventi catturati con pennellate a volte decise e nette e in altre circostanze più evanescenti, in una rapsodica concinnità di sentimenti e mutevoli affetti. Si nota un senso di consapevolezza e contemporaneità che attraversa tutto il lavoro di Schepisi, unito a un uso sapiente dell’improvvisazione. Non si tratta mai di un’esibizione sterile, ma di un dialogo profondo, personale, che ha dato tanto – e si sente – all’artista e che promette allo stesso modo di offrirsi all’ascoltatore. Il pianoforte è il fulcro creativo di questo progetto, il luogo dove la scintilla diventa fiamma. Da lì, il suono si espande, si arricchisce, si fonde con gli altri strumenti in un dialogo ricco e vitale. La musica sa distendersi e dilatarsi senza risultare troppo imbrigliata e del resto un uso accorto degli assoli fa sì che essa, nella sua totalità, non risulti appesantita o troppo enfatica. Nove brani su undici sono composizioni originali di Schepisi, con due cover – una delle quali magistrale – che sveleremo nell’analisi dei singoli brani.
Il Sentiero è il primo tratto che bisogna percorrere per seguire il cammino musicale dell’Autore pugliese. Arpeggi veloci e melodici di solo piano aprono il movimento alla ritmica, per poi quasi improvvisamente rallentare sistemandosi con qualche nota di contrabbasso e delicate percussioni. Una certa impronta classica attraversa la traccia con la presenza del violoncello di Astorino e quando questo cessa d’intervenire, affiora allora la struttura tipica di un trio di puro jazz melodico nel suo aspetto più classico di pianoforte, contrabbasso e batteria. Tutto procede in crescendo per interrompersi bruscamente, creando una sorta di vuoto inaspettato da cui emergono susseguentemente poche, solitarie e pure note di pianoforte che conducono al finale. Brano un po’ discontinuo, nonostante il suo indiscusso fascino. Ridgewood è il nome del quartiere newyorkese del Queen, da cui, se non erro, proviene anche l’ospite, il trombettista Rodriguez. Il brano prende rapidamente quota cominciando con una batteria in sequenza percussiva molto calibrata che prepara l’ingresso al pianoforte, seguito sempre dalla sezione ritmica con Losacco al basso elettrico. L’efficacia della formazione a trio si coniuga piuttosto bene con l’importante ingresso del piano elettrico, probabilmente in sovraincisione, dato che si continua ad ascoltare contemporaneamente il piano acustico. La formazione triadica funziona sempre bene in un brano consacrato pienamente al jazz, ricco di sapori contemporanei che ricordano un po’ l’influenza di Zawinul.

Pensiero Mite ha un cominciamento tematico in forma di gospel che diventa un’autentica ballad dai toni misurati, sopra cui s’avventura il flicorno di Rodriguez. Ancora una volta la sistemazione in trio è convincente, il pianoforte molto melodico mostra un assolo suonato con sensibile attenzione sia alle note soppesate che alla selezione accordale, armonica e priva di dissonanze significative. Ottima la presenza del contrabbasso, avviluppante soprattutto durante il proprio assolo. Pian piano la musica sembra scendere sempre più in profondità, merito anche delle escursioni del flicorno. Il bello di questo brano è che procede con essenziale sicurezza e senza strafare, fino al recupero finale del tema iniziale. Elevation è solo un intervallo di suoni elettronici sovrapposti a voci di bambini e ad una maschile. Segue Feeling Unreal, introdotto da un arpeggio pianistico tra le cui note emerge il sax contralto di Di Gioia. Interventi vocali tra le righe, una ritmica dapprima discreta poi via via più decisa sorregge l’andamento del brano. L’assolo di pianoforte, come sempre, è centellinato, asciutto secondo le effettive necessità e si snoda senza confusione lungo il procedere del brano stesso. Interviene il sax con un assolo stringente che si gode qualche deriva fuori-tonalità, soprattutto nella fase conclusiva del pezzo. La Mia Terra Lontana s’assesta su un tema dal sapore popolare segnato inizialmente dal piano e sottolineato dal flauto che si muove in ambito swingante incrociandosi con la tromba di Rodriguez. Quando scatta il primo assolo, ad opera di Di Caterino, la ritmica pare rarefarsi con le note piene del basso elettrico e il lavorio sui piatti di Liberti. In realtà la relazione tra gli strumenti è assoluta, composita e continua con le volute ampie e sicure della tromba di Rodriguez, concludendosi poi con l’assolo di piano. Schepisi dimostra tutto il suo ordine formale e il rigore strumentale che sembra seguire l’inconscio diktat di evitare note e passaggi superflui. Segue la prima delle due versioni di brani altrui. The Raven That Refused to Sing è una composizione del chitarrista Steven Wilson e proviene dall’album omonimo – ritenuto il suo album più esoterico – del 2013. La versione che ne offre Schepisi è ovviamente diversa ma non stravolgente, con l’ottimo violoncello come co-protagonista insieme al pianoforte e alla voce femminile della Spinazzola che compare però, contrariamente all’intervento vocale del brano originale di Wilson, solo nella seconda metà della traccia. Il modo in cui questa composizione viene riproposta o forse anche per il disegno ritmico che le viene affidato mi ha ricordato qualcosa degli E.S.T. Baby Fly scaccia gli umori nebbiosi del brano precedente con un’inaspettata solarità insieme a delle note scanzonate realizzate rigorosamente in trio. Questa è un’altra dimostrazione di come Schepisi mastichi jazz con assoluta nonchalance ma, contrariamente ad altri suoi colleghi pianisti, non sia disposto ad esibirsi in corse dissennate lungo la tastiera e preferisca calibrare i suoi assoli nota per nota. Nature è un brano la cui ossatura originale, scritta per solo pianoforte all’età di sedici anni, viene qui arricchita da un discretissimo accompagnamento ritmico, tra l’altro con la partecipazione di un ottimo momento di contrabbasso e qualche intervento vocale della Spinazzola. L’improvvisazione, ovviamente aggiunta in maturità, nobilita il brano che non sembra trascinare particolari ingenuità compositive. Veniamo ora al momento migliore dell’album. Si tratta di una versione dell’ellingtoniana Prelude to a Kiss (1938), col testo di Gordon-Mills. Il brano si mantiene all’interno della coppia pianoforte-voce offerta da Schepisi e Spinazzola e ci segnala un paio di importanti annotazioni. Innanzitutto il pianismo d’accompagnamento, perfetto nella scelta ritmica e nel tocco misurato, attento a non coprire mai né a soffocare la voce limpida e pulita della cantante. E a proposito della intonatissima Spinazzola devo rilevare come la sua voce esca con naturalezza e con un gradevole vibrato non insistente. Così come nel caso di Schepisi, la cantante si esprime con assoluto senso della misura, tanto che è un vero piacere poterla ascoltare, tra l’altro in un brano storico come questo che ha visto, nel tempo, le versioni di June Christy, Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan. Letting Go è un altro rapporto artistico a due, questa volta tra il piano ricco di ombreggiature quasi new-age dell’Autore e il basso a sette corde di Losacco che si esprime al pari di una chitarra.
Un lavoro come questo si piega dolcemente al soffio dell’improvvisazione, lasciando che il senso della musica emerga in maniera naturale, senza forzature. Elevation rappresenta una particolare forma di jazz sfebbrato da geometrie convulse, alle volte sembra quasi trattenuto, quando invece è frutto di una ponderazione che ha nel senso della misura l’aspetto più rimarcabile. “Nulla di troppo”, dichiara un antico precetto delfico e mai come in questo caso questa raccomandazione vecchia di oltre duemila anno mi è apparsa così appropriata.
Tracklist:
01. Il sentiero
02. Ridgewood
03. Pensiero mite
04. Elevation
05. Feeling unreal
06. La mia terra lontana
07. The raven that refused to sing
08. Baby Fly
09. Nature
10. Prelude to a kiss
11. Letting go
Photo © Clarissa Lapolla






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