L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo

«E lontano lontano nel tempo» fino a tornare con la mente e il cuore al 1959 quando Luigi Tenco crea un flusso di poesia, nostalgia, e foliage sentimentale in questo testo struggente e malinconico. Tempo e spazio, un amore che sopravvive aggrappandosi al legame emotivo che rimane per sempre nell’anima. Amore e perdita e la sottile speranza di superare questa sofferenza. Memoria e ricordo che non si spegne ma infuoca il pensiero rimanendo parte integrante della vita di chi resta traslandosi di lato e, per sbieco, tagliare le carni del ricordo. Con questa melodia rievocata dalla voce pulita di Emma Nolde che nelle sue corde vocali mi ricorda le luci dell’alba sul mare, si apre l’edizione 2025 del Premio Tenco con l’affabile intrattenimento del padrone di casa, Antonio Silva, accompagnato da altri mattatori quali Lorenzo Luporini (nipote dell’indimenticabile Giorgio Gaber) nella prima serata, Silvia Boschiero nella seconda e Andrea Scanzi per la conclusione il sabato.

Antonio Silva e Lorenzo Luporini

Anche quest’anno come doveroso il pensiero va ad Amilcare Rambaldi. Classe 1911, passò buona parte della sua vita tra i fiori di Sanremo che negli anni del primo dopoguerra furono una delle risorse principali della città. Nel 1972 fondò il Club Tenco per promuovere e sostenere la “canzone d’autore”. In un’intervista del 1983, conservata nell’Archivio Storico disponibile presso la sede del Club Tenco, il giornalista Mario Cupisti gli chiese quali fossero gli artisti di quell’epoca che avrebbe salvato da un’ipotetica catastrofe. Amilcare rispose senza mezze misure che per lui i tre moschettieri erano Conte, Vecchioni e Guccini. Rospi da digerire, bilanci catastrofici come egli stresso descrisse nella stessa intervista ma la voglia di creare uno spettacolo di classe e intelligente e ora, a distanza di molti anni, possiamo sicuramente dire che aveva visto lungo perché il Tenco è sinonimo di eleganza musicale, sofisticata ricerca di testi e interpreti in una cornice meno patinata e mondana rispetto al Festival e forse proprio per questo più sentita, vera e schietta.

Emma Nolde

Lasciando cadere tutti gli orpelli che devono soddisfare il mondo televisivo in mondovisione, escludendo i gossip veri e presunti, le scenette create per dare in pasto al pubblico di ché sfamarsi per una settimana intera, questa rassegna raccoglie invece le eredità pure e genuine di chi si è sporcato le mani su queste colline. Di chi ha respirato il marino e ha visto nei suoi occhi passare la caligo.

Forse Amilcare ha udito anche il canto delle Sirene che si pettinano al sole che la voce narrante di Emma ci racconta esortandoci anche ad essere quello che siamo davvero senza maschere e sovrastrutture per compiacere gli altri vivendo un conflitto interiore e reprimendo la propria identità. Un’identità che spesso si paga cara come quella pasoliniana cantata da Stefano Tessadri nel Tango delle verità. Pasolini era un intellettuale graffiante, diretto e scomodo, non asservito al potere, pronto a gettare il suo corpo nella lotta, dotato di uno sguardo lucido sulla società contemporanea, attento a sottolineare i cambiamenti di un Paese piegato alle leggi del consumismo divorante. Acuto interprete della realtà italiana, sempre pronto a scandalizzare con la sua logica e a educare come un attento docente fa con i suoi alunni, fiducioso nel potere della letteratura, usata come strumento per cambiare e guidare il mondo. Le sonorità del brano sono quelle del tango argentino dove la fisarmonica è la primadonna. Tessadri è un cantautore che, attraverso tempi e reincarnazioni di melodia e folklore, mescola abilmente i temi sociali ad una profonda introspezione camminando nelle pieghe del tempo dal medioevo al Seicento fino ad approdare al rock.

Stefano Tessadri

Per celebrare degnamente il 51esimo compleanno di questa kermesse tanto attesa, la direzione artistica di Sergio Sacchi ha voluto scegliere come tema Con la memoria. Che cos’è veramente la memoria oltre alla capacità della mente di codificare, conservare e recuperare informazioni ed esperienze passate. È un’entità cognitiva complessa che per il più delle volte passa dalle parti del cuore. «Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto» diceva Anneliese Knoop-Graf, e ancora «lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta» (Paul Auster). È proprio così, le cose avvengono una seconda volta, anzi infinite volte, si ripetono e si accrescono come cerchi nell’ acqua e da qui si riparte, senza tregua.

E così, mentre Alessio Lega canta Tango nel buio dedicata al mondo di Sergio Staino, prendono vita le immagini uscite dalla matita del compianto fumettista. Uno stile grafico essenziale e un umorismo che filosofeggia con un doppio strato di lettura: il primo immediato e il secondo più velato e sofisticato. Un tratto minimale che ha colto infinite cromie psicologiche cercando, attraverso l’umorismo, di sviscerare un pensiero profondo. È proprio attraversato l’essenzialità del tratto a volte volutamente incompiuto e quasi abbandonato che la forza emotiva si sprigiona toccando temi anche difficili da affrontare.

Alessio Lega

Improvvisamente soffia un vento impetuoso dall’Est. Ogni barriera cade, nella notte ottobrina trapunta di stelle ce n’è una che brilla su tutte e, con la sua energia, trascina intere costellazioni. Come si riassume il mondo di Goran Bregović? Un otre traboccante di folk rock balcanico, sapori che si aggrovigliano a musica etnica, ritmi tzigani, fanfara di ottoni, polifonie bulgare e influenze pop, jazz e sacre ortodosse.

Goran Bregovich

Ha ottenuto un grande riconoscimento internazionale grazie alle sue colonne sonore, specialmente per i film di Emir Kusturica, che hanno contribuito a diffondere il suo stile unico. Dopo Il Tempo dei Gitani compone la colonna sonora di Arizona Dream. Esattamente come il film la musica è una commedia surreale che mescola elementi onirici, grotteschi e poetica. Un tema che spazia tra l’amore e la morte fondendo il mito americano all’atmosfera europea. Premio Tenco alla carriera, Bregović esercita sul pubblico l’effetto di una potente droga che esalta e invade ogni parte del corpo. Non si riescono a placare né mente né corpo, un morso di tarantola che fa impazzire. Esuberanza, presenza scenica, istrionicità e potenza espressiva che trova pochi confronti. Nella motivazione del premio si legge: «Bregović si è collocato come privilegiata memoria musicale di intere popolazioni tzigane. È diventato la colonna sonora di una regione che va ben oltre i Balcani, grazie a contaminazioni che spaziano fino al rock, rendendo irripetibile il suo modo di fare musica». Accompagnato dalla Wedding and Funeral Band, sul palco del Premio Tenco Bregović offre un Ouzo and banana, accostamento inedito e saporitissimo tratto dal nuovo disco in uscita a gennaio. Questo liquore all’anice di origine greca nato nel 1880, dal colore trasparente e dal fresco profumo di anice e agrumi, con la sua morbida essenza inebria i sensi e apre ad un crescendo di vorticosi suoni. Seguono così In The Death Car e Gas Gas. Kalašnikov contiene riferimenti al popolo Rom, al noto fucile da guerra e ad alcune piccole città della ex Jugoslavia, senza un apparente nesso logico, mischiando onomatopee, parole in lingua romaní e altre in serbocroato. È con la sua personale rilettura di Bella Ciao che il teatro si scatena in nome della libertà e dei diritti umani. Un crescendo di emozioni e di applausi che solo un artista immenso può regalare. La perla più preziosa, a parere mio, della serata.

Sempre per trattenere il filo della memoria, Lamante propone un brano dedicato alla zia e alle sue parole. Sfogliando le pagine di un libro di poesie di Stefano Guglielmin che racchiude i versi di autori della Schio degli anni ‘70 ritrova un carme della zia e da qui nasce il testo della canzone Ciao Cari.

Lamante

Lamante e Emma Nolde

Un’ estrema gioia mi passa dentro quando Ginevra Di Marco, che riceve la Targa Tenco come migliore album interprete (Kaleidoscope), intona Rosa canta e cunta. Rosa Balistreri è per me qualcosa che non si può descrivere. Una voce e un’anima che mi ha conquistata, confusa, ammaliata, rapita e ammalata. Sì, perché ci si può ammalare di una voce, non riuscire più a farne a meno. Sentirla dentro così radicata e profonda da chiedersi se in qualche altra vita non c’è stato un legame più forte, è qualcosa di atavico. Non ha alcuna spiegazione razionale un amore così folle per una donna che ha fatto della sua sofferenza la storia di una voce. Nelle sue corde vocali inimitabili è passata la rabbia, la morte, la vita, il riscatto, l’amore e un prisma di luce che accieca. Doverosamente riproposta e ricordata finalmente negli ultimi anni da sempre più artisti indubbiamente trova nell’intensità interpretativa di Ginevra una degna interpretazione. Nelle motivazioni del premio Tenco per il suo progetto discografico, Quello che conta, si evidenzia un ponte tra generazioni per mettere in dialogo l’universo di Tenco con il mondo di oggi dando nuova vita alla sua musica e ai suoi testi. La Di Marco ci prende per mano, ci porta sotto la volta blu di Prussia ricamata di lapislazzuli e cefeidi. Misuriamo così la distanza delle galassie, esploriamo l’universo attraverso la banda ultravioletta. Scopriamo la presenza di anelli di gas ionizzato attorno a stelle massicce come Epsilon Aurigae. Tutto questo attraverso gli occhi, la tenacia, la scienza e l’anticonformismo intellettuale di Margherita Hack. Con il brano Ballata per Margherita sentiamo vividamente e pienamente lo spirito indomito e la determinazione di una donna che ha saputo ascendere a tutti i cieli in senso metaforico ma anche prodigiosamente reale.

Ginevra Di Marco

La prima serata si conclude con l’atteso Premio Tenco per il miglior album assoluto e per il miglior testo a Lucio Corsi per Volevo essere un duro riconoscendo l’innovazione nel cantautorato contemporaneo, premiando un lavoro che fonde generi diversi come folk, elettronica e soul, allontanandosi dalle sonorità classiche. Un personaggio che divide ma che sicuramente dal Festival in poi ha vissuto una travolgente notorietà. Particolare il suo modo di esporsi al pubblico dipingendosi il viso di bianco come mezzo espressivo e narrativo. Come egli stesso ha detto, il bianco richiama il mimo e le figure del glam rock degli anni ’70 come David Bowie e Marc Bolan, ma anche il teatro dell’assurdo e la maschera. Il suo genere mescola rock e glam, con testi poetici e surreali. Ha iniziato la sua carriera in varie band toscane prima di trasferirsi a Milano e intraprendere il percorso da solista.  Nel 2023 ha aperto il concerto degli Who al Firenze Rocks, evento che ha rappresentato un importante trampolino di lancio. Poco tempo dopo, ha ricevuto il riconoscimento del MEI come miglior artista indipendente, una targa che testimonia il lavoro costante e la passione per la musica. Il 2024 ha segnato un’altra svolta decisiva con l’uscita del singolo Tu sei il mattino, brano scelto come colonna sonora per la serie tv Vita da Carlo, interpretata da Carlo Verdone. Mentre la sua canzone che lo innalza al secondo posto sul podio del Festival passa in radio, una mamma si accorge che il figlio di nove anni, affetto da mutismo selettivo, inizia a canticchiarla seppur a labbra chiuse. Spesso il potere della musica è determinante nello sciogliere ansie e nodi interiori e probabilmente il bimbo ha riconosciuto qualcosa di sé nelle parole e nella melodia della canzone. La storia ha avuto un’ampia risonanza mediatica. Rimane comunque la bellezza di una parentesi inspiegabile della mente che per un momento si sblocca e inizia a volare e a colorare una nuova strada e, proprio come Corsi dice nel suo brano Cosa farò da grande, «c’è un mistero in ogni giorno che comincia, io non ho mai capito di che cosa sono fatte le conchiglie, perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi».

Lucio Corsi

Il non comprendere e non sapere dare spiegazioni esaustive a molte situazioni è il bello della vita. Umberto Galimberti sottolinea infatti che la sua essenza è nel piacere dell’incomprensibile e nell’interruzione del pensiero razionale. E, come un’interruzione di pensiero, cala il sipario sulla prima serata del Tenco.

Lucio Corsi

È rimasta una barca sola nel bel mezzo del nero mare, richiamo di terre lontane, dall’altra parte la riva sicula e la voce dolcemente demodé di Anna Castiglia che introduce la seconda serata del Tenco e che con la sua opera prima Mi Piace vince la Targa per originalità, letture moderne con incursioni latine e sensualità calde del Sud. Anima catanese che vibra in ogni testo con parole e concetti mai scontati permeati dal salino del suo mare. Riprende il cordone ombelicale della memoria che lega al palco queste serate con Moni Ovadia in trio con Giovanna Famulari e Michele Gazich. Quando la memoria si fa responsabilità del presente il pensiero non può che essere che con il popolo palestinese. Tre brani profondi e intensi per renderci parte della sofferenza mai finita di un popolo che bagna il suo dolore alle rive del Giordano. Un fiume che nasconde in ventre il senso della vita e della morte. Alle sue fonti nacque la speranza e ora è atrocità senza pace.

Anna Castiglia

Moni Ovadia

La Niña si aggiudica la Targa Tenco per il miglior album in dialetto (o lingua minoritaria parlata in Italia). La cantautrice e polistrumentista napoletana, il cui vero nome è Carola Moccia con Furèsta ottiene il favore indiscusso della giuria. Furèsta è un termine che utilizzava spesso la sua mamma per definire la natura selvatica dei gatti e attraversa come spina dorsale tutto l’album in cui si coglie perfettamente questo senso di appartenenza alla cultura partenopea indomabile. Un album che raccoglie e racconta i sentimenti di una vita Chiena ‘e scippe, piena di graffi e tagli. La metafora rimanda alla nostalgia per l’infanzia enfatizzata dal suono del clavicembalo dove la cassa armonica vibra come l’anima.

La Niña

«Finestre blu dietro le stelle, luna gialla che sorge, grandi uccelli volano nel cielo gettando ombre sui nostri occhi, ci lasciano indifesi, indifesi, indifesi. Amore, riesci a sentirmi ora? Le catene sono serrate e strette alla porta. Amore, canta con me in qualche modo» e il teatro canta con Omar Pedrini e Massimo Priviero questo quadro poetico di Neil Young. Siamo tutti “helpless” in questa società divoratrice. Una madre che ingoia i suoi stessi figli. Per questo, il sabato all’ora vespertina, i due cantautori nella scenografica e suggestiva cornice della Pigna in Santa Brigida, propongono un concerto dedicato alla “memoria del rock” sulle note di celebri autori quali Bob Dylan, Creedence Clearwater Revival, Bruce Springsteen e molti altri nell’intento di trafiggere con la poesia il dogma del cinismo. Il Magnificat tinge il tramonto di cremisi e oro con un Lucernarium profetico. Un richiamo alla rivolta siciliana del 1282.

Massimo Priviero e Omar Pedrini

A proposito della giornata del sabato apro una breve parentesi per rammaricarmi di non avere potuto essere presente alla Rassegna per impegni di lavoro pregressi. Mi dispiace sempre moltissimo non poter documentare in scatti e parole tutti i protagonisti assolutamente meritevoli e preziosi che si sono susseguiti sul palco. I premi alla carriera a Tosca che riesce sempre con la sua eleganza innata a ricreare vortici poetici ed esaltare la vita passando per paesi lontani attraverso la bella Napoli e la dolce vita romana di Lando Fiorini e Daniele Silvestri che con A bocca chiusa ha fatto rimanere letteralmente a bocca aperta gli spettatori.

Il premio quale migliore operatore culturale a Tito Schipa Jr. che ha presentato una sua versione di Masters of War.

La leggera ombra malinconica di Mimmo Locasciulli, sottolineata dall’organetto di Alessandro D’Alessandro, riconosciuta nel premio Siae e ancora David Riondino con Sara Jane Ceccarelli.

La standing ovation per la consegna del Premio Yorum alla memoria di Refaat Alareer, poeta e attivista palestinese ucciso nel 2023 durante un attacco aereo israeliano nel Nord della Striscia di Gaza occupata. Visibilmente commosso Nabil Bey Salameh, co-fondatore del gruppo italo-palestinese Radiodervish, che ha ritirato il premio leggendo l’ultima poesia di Alareer, tradotta in gallurese e musicata da Paolo Angeli.

L’amarezza nell’essermi persa il ricordo da parte di Andrea Scanzi di Ernesto Assante e Massimo Cotto, dedicando l’ultima serata al vincitore della Targa Tenco 2024, Paolo Benvegnù e le perle di gratitudine e pianto scese mentre Antonio Silva saluta il Tenco dopo cinquant’anni di conduzione leggendo il canto Itaca di Kavafis.

Ritorno ora alla serata del venerdì sulle note di Magazzino 18, che racconta l’esodo istriano tramite la voce splendida di Simone Cristicchi che fa seguire un brano omaggio alle vittime di bullismo e cyberbullismo.

Simone Cristicchi e Gnu Quartet

In un susseguirsi incalzante fino a tarda notte di remi e sorrisi, strette di mano e abbracci arriva il momento della Targa Tenco a Caroline Pagani per il miglior album a progetto Pagani per Pagani. Nell’ottantesimo anniversario della nascita di Herbert Pagani la sorella gli rende giusta memoria con un doppio album che ne riprende diciannove canzoni e cinque monologhi. Come non ricordare Albergo a ore traduzione de Les amants d’un jour di Edith Piaf, resa immortale nella versione italiana da Gino Paoli.

Caroline Pagani

Premio alla carriera per Ricky Gianco che esalta Ora sei rimasta sola facendo cantare tutto l’Ariston con la sua linfa vitale e dirompente.

Ricky Gianco

Nel buio che ammanta le strade di Sanremo arriva il respiro di Babilonia. Un fremito lontano che scompiglia i capelli e che ha sorvolato «altre vite e carovane già passate sulla via prima di noi». Così monopolizzano la scena “Gli SpietatiBaustelle ricevendo un meritatissimo Premio alla carriera. I “lavori in corso” prendono vita nel 1996 e il Sussidiario illustrato della giovinezza vedrà la luce nel 2000. Dall’ identità immediatamente riconoscibile il gruppo, che ha mantenuto inalterata nel tempo la formazione Bianconi, Bastreghi e Brasini, ha cavalcato decenni di sonorità fondendo elettronica, new wave, bossa nova e cantautorato. I loro testi sono ricchissimi di citazioni, rimandi culturali al mondo del cinema e della letteratura e i temi portanti spesso ricorrenti sono la provincia, la morte il romanticismo in una decadenza alla “Baudelaire”. Questi “fiori del male” fioriscono di viola e con il singolo Nessuno, tratto dall’ album Fantasma del 2013, firmano un capolavoro assoluto che richiama per versi e voce spesso De André in un registro altissimo che dà le vertigini. Atmosfere alla Morricone, classe stilistica sublime, perle di dolore che fanno lacrimare il cuore in una suggestione dark-gothic trafitta da un universo di lune metafisiche che si sgretolano in versi capodopera. Un Vangelo, quello di Giovanni che fa aprire gli occhi e li inchioda a visioni forti e drammatiche: «giorni senza fine, croci lungomare, profughi siriani costretti a vomitare. Colpi di fucile, sudore di cantiere» in un crescendo porpora di carne e poesia. Fugaci come uragani, neri come corvi, potenti come il terremoto. La penna di Bianconi si getta nell’antracite delle vicende umane sublimandone la sconfinatezza dello sgomento e il tormento. I martiri moderni creati dalla sua mente si muovono nei dedali labirintici degli impulsi e delle concezioni, scrivono “parole nere di vita”. Così La guerra è finita, e con questo augurio dal duplice significato singolo e comunitario il velluto rosso scende per la seconda volta sul Tenco spegnendo le luci dei riflettori ma lasciando una suggestione fatta di simboli, incensi emotivi e pulsazioni celebrali impazzite.

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