L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Elly Contini

Il Barezzi Festival non si sarebbe dovuto fermare neppure con la pandemia, nonostante a questo giro la sua line up sarebbe stata esclusivamente italiana. Poi è successo quello che sappiamo, tutti i concerti e gli spettacoli sono stati annullati e non c’è stata altra via che convertire la proposta in versione streaming. È il futuro, quello dei concerti online. Hanno iniziato a discuterne da un po’, sia i critici che gli addetti ai lavori (io stesso nel mio piccolissimo qualche tempo fa scrivevo questa cosa qui) soprattutto nel momento in cui si è capito che l’emergenza sanitaria sarebbe durata un attimino di più di una normale emergenza e che quindi, per evitare di fallire, i musicisti avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. Intendiamoci, per chi ama la musica un concerto in streaming non è una tragedia, in sé: se ami un artista normalmente non ti limiti ad andare a vederlo dal vivo ma ne segui le esibizioni passate anche su YouTube, compri i dvd live, guardi i videoclip… tutte cose che abbiamo fatto in massa, soprattutto quando scoprivamo per la prima volta le nostre band preferite (ricordo ancora quando, a diciassettenne, andai al mio primo concerto degli Iron Maiden e benché li avessi davanti a me in carne e ossa per la prima volta, mi sembrava di conoscerli da sempre, avendo passato tre anni ad impararmi a memoria tutte le loro vhs). Quindi se il problema fosse solo che gli artisti si organizzano per suonare senza pubblico, producendosi in esibizioni ben curate per quanto un po’ stranianti nel contesto, non ci vedo assolutamente nulla di male. I recenti casi di Katatonia e Nick Cave, che hanno trasformato in uscite ufficiali questo tipo di performance, lascia intravedere che ci siano effettivamente degli spazi interessanti da aprire.

 

Il problema nasce nel momento in cui si volesse pretendere che lo streaming vada a sostituire del tutto l’esperienza della fruizione in prima persona. Dicono che non accadrà mai e potrebbe anche essere; io di mio sono un po’ meno ottimista, specie se considero la fatica sempre crescente con cui decidiamo di alzarci dal divano, la frequenza con cui ordiniamo cibo da asporto, sostituiamo Netflix al cinema, ecc.
E poi, qualcuno inizia già a chiedersi: non è forse meglio ora che siamo tutti davanti allo schermo ma ognuno a casa propria, ed evitiamo così quei sempre più numerosi molesti e insopportabili che ti parlano nelle orecchie mentre la band di turno sta suonando (è un fenomeno che conosce bene soprattutto chi frequenta festival come Il Primavera o concerti di gruppi mediamente importanti, ma il fatto che anche la pagina web del Barezzi permettesse, anzi incoraggiasse la chat pubblica durante le esibizioni aveva un che di inquietante, in effetti)?
Difficile prevedere quel che accadrà. Credo comunque che sia impossibile che i concerti “in presenza” scompaiano del tutto. Che rallentino il ritmo però, non è così assurdo: forse il futuro, come ipotizzato il mese scorso da Carlo Bordone sulle colonne di Rumore, sarà proprio composto da una modalità mista, che consentirà ai gruppi di risparmiare sui costi degli spostamenti e agli spettatori più affezionati (o più pigri) di vedersi più date del loro artista preferito, senza per forza dover spendere un capitale in benzina, hotel, biglietti.


Resta il fatto che l’esperienza del Barezzi di quest’anno è stata interlocutoria: senza dubbio c’è stata tutta la curiosità di assistere alle esibizioni in diretta (seppure i notevoli problemi di connessione dovuti forse alla piattaforma scelta per l’evento, la Zeye Pay Per Live, abbiano penalizzato non poco l’esperienza, col video che si bloccava ogni due per tre) mentre per i set registrati, a casa degli artisti o al Regio, e messi on demand a partire dalle 19 del giorno stesso, la sensazione è stata identica alla visione di un video su YouTube.
È stata senza dubbio simpatica la scelta di mettere in scena il personaggio di Antonio Barezzi, mercante di liquori di Busseto e scopritore del talento di Giuseppe Verdi, interpretato ottimamente da Diego Sorbo, (che nella vita è l’oste dell’enoteca Tabarro ma che ha mostrato notevoli doti recitative e si è calato alla perfezione nella parte) che ha di fatto svolto da padrone di casa, ad introdurre e a dialogare con gli artisti, oltre che offrendo loro qualcosa da bere (opportunamente degustato e commentato) prima che salissero sul palco. Ognuno poi ha fatto il suo.

Dario Brunori ha inaugurato la serie dei concerti in diretta, senza rinunciare alla sua proverbiale ironia (“Ecco che si concretizza l’incubo di ogni artista, avere il teatro completamente vuoto!”), in formazione a tre con Mirco Onofrio ai fiati e Stefano Amato al violoncello. Accompagnandosi un po’ al piano e un po’ alla chitarra, suona una scaletta composta quasi esclusivamente da brani degli ultimi due dischi, con una resa nel complesso discreta, aiutato dal surplus di bellezza che un teatro come il Regio è in grado di fornire (peraltro il palco è stato rivoltato, con gli artisti a dare le spalle alla platea, in modo tale che il gioco di luci si riflettesse sugli spalti, dando a noi spettatori casalinghi una scenografia aggiuntiva di enorme fascino). Resta purtroppo che Cip! non sia esattamente il suo lavoro più riuscito e che le versioni scarne dei pezzi proposti ne mettano in risalto ancora di più la povertà di ispirazione. La mia è comunque la riflessione di uno che lo segue dall’inizio e che trovava quella sua proposta iniziale molto più acerba ma anche molto più interessante. Evidentemente la maggior parte del pubblico non la pensa così ed è un bene per lui: la pandemia ha solo momentaneamente interrotto la scalata della Brunori Sas verso il successo e in fondo è giusto così. La sua bella gavetta l’ha fatta, le sue ultime canzoni, nonostante non siano granché, continuano a dire cose decisamente belle e non scontate e dal vivo sa perfettamente come esprimersi e toccare le corde giuste, l’ha dimostrato anche il concerto di stasera.


Sul fronte dei “contenuti extra”, da segnalare c’è un succinto ma intenso live di Fadi, direttamente dal tetto di casa sua, con una resa sonora purtroppo non ottimale. Sopperisce col groove (e le sue canzoni ne hanno a mille, basti sentire un brano come Fluido) e con una vocalità potente, ulteriore conferma che non si tratta di un bluff e che occorrerà tenerlo d’occhio in futuro.
Interessante anche il set del salernitano Guido Maria Grillo, direttamente dal ridotto del teatro, con le sue canzoni barocche e lisergiche, che molto devono a Jeff Buckley soprattutto nell’uso della voce. Arrangiamenti cameristici con flauto e contrabbasso e una batteria elettronica a rovinare il tutto proprio sul più bello. Non per tutti ma indubbiamente interessante.
I padovani Post Nebbia, chiamati all’ultimo momento a sostituire Colombre, ammalatosi pochi giorni prima, vincono invece la palma del miglior live della giornata. Canale paesaggi, il sophomore uscito da poco, non mi aveva impressionato più di tanto. Qui però, aiutati dalla cornice del teatro e giocando molto su una fotografia leggermente sfocata e col tono opaco delle luci, forniscono alle canzoni del disco un fascino inedito; nella dimensione live inoltre, meno soggette al cut and paste e suonate da una formazione canonica basso chitarra batteria e Synth, questi nuovi brani acquistano tiro e rivelano melodie e sfumature che, almeno per me, erano passate inosservate in precedenza.

Il secondo giorno è stato pesantemente condizionato dalle contingenze: a poco più di ventiquattr’ore dal via si è saputo che né Massimo Volume né Andrea Laszlo De Simone sarebbero potuti essere della partita (membri della band risultati positivi al Covid, da quello che ho capito). La sostituzione con Vinicio Capossela e Marlene Kuntz ha salvato il festival e non si può che fare un plauso agli organizzatori; purtroppo per me, questi due act non incontrano molto i miei gusti e dunque non ho potuto far altro che far buon viso a cattiva sorte. Capossela ha scelto la strada dello storytelling, chiacchierando amabilmente col “fantasma” di Barezzi e ripercorrendo la sua carriera presentando quelli che sono stati i suoi Barezzi personali (molto bello e commosso il ricordo di Renzo Fantini, scomparso di recente). Tra un aneddoto e un monologo visionario tipico della sua narrativa, arrivano anche le canzoni, eseguite al piano e con l’accompagnamento al contrabbasso di Enrico Lazzarini, uno dei suoi musicisti storici. Lo spirito di Tom Waits aleggia più prepotentemente del solito, complici gli arrangiamenti scarni e una scaletta che procede più o meno in ordine cronologico, privilegiando i brani dei primi dischi, da Stanco e perduto a Pongo sbronzo, da Solo per me a La regina del Florida. Solo due gli episodi recenti, entrambi tratti da Canzoni della Cupa, mentre nel finale arriva una (pessima) versione della gucciniana Vedi cara, con tanto di parole dimenticate (l’altra cover della serata, Estate di Bruno Martino invece è stata resa alla perfezione). Al di là di questo infortunio, è innegabile che sia stato un ottimo concerto, dopotutto non stiamo certo parlando dell’ultimo arrivato.


Stessa cosa si può dire dei Marlene Kuntz, sebbene io abbia un evidente problema nella sopportazione di Cristiano Godano come personaggio e che la carriera di questa band post Ho ucciso paranoia non sia stata quel che si suol dire memorabile. Dal vivo comunque sono sempre una macchina perfettamente rodata e anche questa sera, senza la spinta del pubblico ma con il fondamentale aiuto di una bellissima regia, portano a casa una prestazione eccellente. Lo show si apre con Cristiano sul palco da solo, che con la chitarra acustica esegue tre brani dal suo recente disco solista (un buon lavoro, tutto sommato, anche se la sua involuzione come autore di testi è davvero preoccupante), dopodiché gli altri lo raggiungono sul palco e si danno da fare per quasi due ore, eseguendo una set per lo più elettro acustico, che non disdegna però bordate di Noise come ai vecchi tempi. Scaletta incentrata sul periodo intermedio, con pochissimi classici della prima ora (comprensibile, visto che la trilogia d’esordio è stata dovutamente omaggiata in tempi recenti) ma con canzoni sempre molto amate dai fan come La lira di Narciso, Sapore di miele, Fantasmi, Notte, Schiele, lei, me, Musa, solo per dirne alcune. A chiudere, come sempre, una intensa versione di Nuotando nell’aria.


Sul fronte degli extra, da segnalare il bellissimo set di Margherita Vicario, anche lei nel teatro, con una band a supportarla e un tiro e una presenza scenica davvero notevoli. Senza dubbio manca ancora di una personalità artistica ben definita (anche se gli ultimi singoli hanno mostrato evidenti segni di crescita) e le sue prime cose sono a tratti imbarazzanti ma sarebbe tendenzioso negarle la bravura, sia a livello vocale sia di carisma. Vedremo cosa combinerà con un disco vero e proprio.
Lo show di Pop X nel ridotto è invece quello che doveva essere: uno show di Pop X. Atmosfera Disco, buio, luci, specchi e il proverbiale tocco di nonsense fatto di face painting in stile Rockets, occhiali a luci intermittenti e spada di legno. Un pazzo, certo, ma un pazzo che scrive bene e interpreta un genere frivolo e leggero, con grande padronanza di mezzi. Anche lui, dopotutto, è una certezza da anni e vedendolo stasera si è capito un po’ di più perché.

Sara Loreni suona anche lei nel ridotto assieme a Daniele Cavalca, che si occupa di Synth e Pad, anche se molte cose sono mandate in base. Solo quattro pezzi per il duo, tra cui la nuovissima Le buone notizie, uscita giusto il giorno prima e l’inedita Amanda, una buona ballata piano e voce. La ragazza ci sa fare, le canzoni sono interessanti, il prossimo disco potrebbe anche rivelarci qualche sorpresa in più.
Bravo anche Ettore Giuradei, che accantona tutti i suoi progetti (vi ricordate i Dunk?) per suonare una manciata di canzoni chitarra e voce, all’interno della sartoria del teatro. Una certezza da anni e l’intensità è notevole, peccato gli abbiano lasciato così poco spazio.

In conclusione, se è stato un esperimento direi che è riuscito bene. Non ha placato per niente la nostra fame di musica dal vivo ma una manifestazione come il Barezzi è fondamentale per il nostro paese per cui se una formula del genere può contribuire a garantirne la sopravvivenza in attesa di tempi migliori, ben venga. Dopotutto, come ha ricordato Brunori nel corso della sua esibizione, dovrebbe essere questa l’utilità dei concerti in streaming: garantire un’entrata, seppur minima, ai tanti che con la musica ci lavorano, per consentire loro di tirare il fiato, in modo tale che siano ancora qui con noi quando (e se) tutto potrà ripartire. Fosse anche solo per questo, varrebbe la pena di partecipare. Ci sarebbe poi un altro grande tema, che è quello di cosa farne, di tutte queste registrazioni. Indubbiamente prima o poi il problema verrà fuori, visto che non si potrà certo fare finta che non esistano ed essendo in certi casi la qualità veramente alta. Meglio non mettere troppa carne al fuoco, per ora. Accontentiamoci di vivere il presente il più intensamente possibile. Se la musica è davvero indispensabile alla nostra società, in un modo o nell’altro saprà trovare la strada per conquistarci nuovamente.