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Pure Joy @ Opificio, Novara – 20 febbraio 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Prima della (geniale) invenzione delle serate di Taste of Jazz all’Opificio di Novara, da parte dei due ideatori di NovaraJazz, Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti, non avevo certo l’idea di quanti giovani musicisti  popolassero la scena jazz italiano. Giovani donne e giovani uomini, qualche volta ragazze e ragazzi, che vivono spesso in provincia e che sono alla ricerca di una loro strada nella musica di qualità, personalità di musicisti lontani anni luce dai cliché dei “personaggetti” televisivi, fatti in gran parte di futile esteriorità, alla ricerca di successi facili.

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Daniele Di Bonaventura – Ricercare (UR Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Pochi sanno cosa sia un clavicordo, ma in compenso ogni appassionato di musica antica ne avrà sentito il suono. Il clavicordo è uno strumento barocco, in realtà nato nel XIV secolo, che secondo alcuni ha origini ancora più remote e deriverebbe da un suo parente stretto, il monocordo, inventato addirittura da Pitagora di Samo nel IV secolo a.C. Nel medioevo si trasformò fino a raggiungere l’aspetto odierno, ovvero una specie di pianola dotata sia di tastiera, sia di corde. Benché con lo strumento si suoni più o meno lo stesso repertorio del clavicembalo, il cui suono gli assomiglia parecchio, il clavicordo emette un suono molto più flebile e discreto ed è apparentemente più adatto allo studio che ad un concerto. Una particolare caratteristica tecnica, è che il martelletto è sostituito dalla cosiddetta “tangente” che opera in due modi: divide la corda (come fosse il ponticello del violino), e la percuote, ma a differenza dei martelletti del pianoforte che una volta colpita la corda tornano indietro, la “tangente” continua a farla vibrare fino a che si tiene premuto il tasto.

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Lowinsky: ci siamo ritrovati e siamo contenti, non importa se la gente ci ascolterà

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Almè è un piccolo paese del bergamasco, non lontano dal capoluogo e denso di reminiscenze romane di cui oggi si sono dimenticati in tanti, soprattutto gli abitanti del luogo. Me lo racconta la stessa band, mentre ceniamo con kebab e birra nella sala prove-studio di registrazione dove da qualche tempo sono di casa. La loro è una storia travagliata, fatta di battute di arresto, di continui e repentini cambi di line up ma anche di decise ripartenze ed entusiasmo contagioso. Ed è soprattutto una bella storia di amicizia: la cosa sorprendente, sin dai tempi dei Daisy Chains, è che attorno a Carlo Pinchetti, creatore e songwriter dei Lowinsky, gravita un folto gruppo di persone, unite dalla passione per la musica e dalla condivisione di gran parte della vita, comprese le cose importanti. A dover disegnare l’albero genealogico di tutti i progetti che li hanno visti coinvolti, unitamente a tutte le loro formazioni, verrebbe fuori un diagramma articolato e frastagliato che però (ed è questo il bello) dice molto di più dell’intensità del loro legame, piuttosto che di una discontinuità dell’attività musicale che rimane comunque innegabile.
Esce ora Oggetti smarriti, il primo album dei Lowinsky, il loro secondo lavoro dopo l’Ep di quattro pezzi del 2017. Il 22 febbraio lo presenteranno nella loro Bergamo, in quell’Edoné in cui sono di casa, dove per anni hanno anche curato la programmazione artistica. Sono qui per intervistarli ma anche per vederli suonare, dato che sono nel pieno della preparazione di quello che sarà a tutti gli effetti il primo live con questa nuova formazione a tre. Non racconto com’è andata perché non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederli, anche se posso assicurarvi che sono in forma e hanno voglia di spaccare tutto.
Questa invece è la chiacchierata che abbiamo fatto poco prima che imbracciassero gli strumenti.

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Paolo Saporiti: La timidezza, la rabbia, il pudore… Anni fa forse ero più introverso e rigido, ora volo libero.

I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È prevista per il 21 febbraio l’uscita del nuovo album di Paolo Saporiti Acini Live Trio, per OrangeHomeRecords. È la registrazione dal vivo della tappa milanese al Garage Moulinski del lungo tour del suo ultimo album Acini portato live in trio, con Alberto N.A. Turra alla chitarra e Lucio Sagone alla batteria. Molti concerti nella penisola, dove la forza del live di tre musicisti diventa un’esplosione potente, acini di un grappolo succoso diventato vino che conserva l’aroma originario ma sprigiona un impeto di nuovi profumi e sapori. È con l’entusiasmo di quando riconosci qualcosa di fortemente autentico, intenso e vivace, che ho fatto qualche domanda a Paolo.

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Tame Impala – The Slow Rush (Modular, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Quando i Tame Impala hanno esordito, nel 2010, con Innerspeaker, hanno gettato una pietra miliare nella storia della musica del nuovo millennio, facendo esplodere il revival del psychedelic rock e ottenendo da subito la benedizione di fan e stampa mondiale. Dopo Currents, la band australiana ha dovuto fare i conti con il fatto di non essere più soltanto un ottimo progetto di nicchia di derivazione psych rock: Kevin Parker è diventato un punto di riferimento, acclamato da tutti come genio del rock contemporaneo, la sua band è stata headliner al Coachella, ogni singolo è diventato immediatamente una hit. Con un percorso così breve e così clamoroso, la pressione a fare sempre meglio di prima può diventare insostenibile. È successo a tanti gruppi, implosi dopo il debutto, ad altri che hanno continuato a ripetere lo stesso album per tutta la loro carriera, e altri, che invece hanno continuato a cercare la propria identità, anche commettendo passi falsi.

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Ben Watt – Storm Damage (Unmade Road, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Letizia Grassi

La prima cosa che colpisce ascoltando Storm Damage di Ben Watt è l’eterogeneità di strumenti musicali che accompagnano i testi delle canzoni. A quattro anni di distanza dal suo ultimo lavoro, il cantante inglese pubblica un album molto intimo e personale, con lo scopo di far emergere la profonda connessione tra storie, relazioni e particolari situazioni della sua vita. I dieci brani protagonisti sono caratterizzati da una particolare precisione di suoni ed equilibrio tra gli strumenti elettronici e acustici, tra i quali tastiere, basso e batteria spiccano regalando diversità di generi e, al tempo stesso, coerenza strutturale.

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Forefront – Absentia (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Devo ammettere di non aver mai preso in considerazione l’ipotesi che Piet Mondrian potesse essere stato mio nonno, E se devo essere ancor più sincero, non mi ero mai posto il problema se Piet Mondrian avesse avuto dei nipoti. Di lui mi ero limitato a godere di quella serenità, data dal rigore del suo astrattismo geometrico. Avevo soggiornato spesso col cuore nei suoi “Tableaux”, mi ero consolato con il nitore di “De Stijl”, ma della sua parentela, nella quale avrei potuto esserci io (o voi), davvero non mi ero mai occupato. Credo però di aver capito il perché una delle più belle composizioni del nuovo lavoro discografico dei Forefront sia intitolata proprio “What if Piet Mondrian was your mother’s father”.

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Editors – Black Gold Tour @ Alcatraz Milano, 11 Febbraio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Stefania D’Egidio

Qualche giorno fa, in occasione del Festival di Sanremo, chiedevano a Piero Pelù se davvero il rock fosse morto, come si è soliti dire, e lui rispondeva che non solo non è morto, ma addirittura si è arricchito di nuove sonorità, grazie all’aiuto dell’elettronica. Quella che è appena finita è stata, a Milano, la settimana del Black Gold Tour degli Editors, con ben due date all’Alcatraz, e quale esempio migliore si potrebbe dare di commistione tra rock ed elettronica? Ho avuto la fortuna di assistere al primo dei due concerti, lo scorso 11 febbraio: causa concomitanza con un altro evento (lo show degli Slipknot al Forum di Assago), mi aspettavo una scarsa affluenza di pubblico e, invece, già all’apertura, affidata al trio tutto al femminile delle Junodef, si faceva fatica a scorgere l’ultima fila.

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Ernesto Anderle – Murubutu – RAPconti illustrati (BeccoGiallo, 2020)

L E T T U R E


Articolo di Giovanni Tamburino

Cos’è una canzone? Cosa nasce da un paio di cuffie, attraversa timpani, terminazioni nervose e arriva fino al cervello? Cosa arriva nella dimensione più profonda di chi ascolta e tocca qualcosa che, per comodità (ma che i veri appassionati non dovranno nemmeno sforzarsi per riuscirci), potremmo chiamare anima?
Ritmo, suono, parole. Poi ancora sensazioni, ricordi.
Immagini.
Distinte, annebbiate, evocative e ancora familiari o distorte. Dai padiglioni auricolari alla cornea senza nemmeno farci caso.
Troppo teorico, troppo poetico?
Eppure Alessio Mariani, aka Murubutu, sembra abbastanza convinto di questo nel lanciare il suo ultimo singolare featuring.

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