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Binker Golding, John Edwards, Steve Noble – Moon Day (Byrd Out, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Che la pandemia e i relativi lockdowns potessero influire sulla creatività artistica, c’era da aspettarselo. È accaduto e sta accadendo nella saggistica, nel cinema, nelle arti visive, ma è accaduto massicciamente nel jazz. Ecco che dal profondo del lockdown e, forse proprio ispirato da questa strana dimensione del tempo e dello spazio, scaturisce questo Moon Day che vede Binker Golding al sax tenore e soprano, John Edwards al contrabbasso e Steve Noble alla batteria, uscito il 9 aprile scorso per l’etichetta Byrd Out e con in copertina una “tempera” originale di Binker Golding. Strumentazione basic, ma idee da vendere, a cominciare dal titolo del lavoro che fa riferimento ad una serie di articoli pubblicati dal “New York Sun” a partire dall’agosto del 1835 che, sulla scorta di notizie falsamente attribuite al più famoso astronomo del tempo John Herschel, annunciavano la scoperta di una civiltà lunare. Gli articoli andarono a formare quella che fu chiamata “The Great Moon Hoax”, ovvero “La grande burla della luna”. Bazzecole si direbbe oggi, in questi tempi cinici e spietati in cui siamo abituati a vivere, convivere e sopravvivere a/e con tutte la fake news possibili e immaginabili.

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Van Morrison – Latest Record Project: Volume 1 (Exile/BMG, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Aldo Pedron

Latest Record Project: Volume 1 è il 42° album di Van Morrison, pubblicato oggi 7 maggio 2021, il più dinamico, il più versatile e contemporaneo da anni. Il passo falso Van Morrison lo aveva fatto di recente (2020) con la sua crociata anti Covid, l’inno anti lockdown Stand And Deliver con Eric Clapton ad accompagnarlo nella protesta tra blues e teorie discutibili ma tutto ciò è opinabile ed appartiene ad un passato recente. Ora Van conferma di essere autore prolifico e ci consegna un nuovo doppio album, un viaggio di 28 tracce nel suo continuo amore per il blues, il soul, il rhythm and blues e il jazz.

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Il Disordine delle Cose – Proprio adesso che ci stavamo divertendo (Freecom Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Il Disordine delle Cose li ricordo soprattutto per un concerto in apertura ai Perturbazione, al Castello Sforzesco di Milano nell’estate del 2010, nell’ambito del Milano Film Festival. La band di Rivoli era appena uscita con Del nostro tempo rubato e i suoi chitarristi, Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele, avevano prodotto l’esordio di questi loro corregionali, che era uscito l’autunno precedente con diverse ospitate da parte di nomi importanti del circuito indipendente, dagli stessi Perturbazione a Paolo Benvegnù, passando per Carmelo Pipitone, Syria, Marco Notari e diversi altri.
Sono poi arrivati altri due album: La giostra (2012), registrato in Islanda nello studio dei Sigur Rós, e Nel posto giusto, per cui sono invece volati a Glasgow, in quello stesso CaVa Sound che ha visto la nascita di alcuni dei più bei dischi di Mogwai, Belle and Sebastian e Mercury Rev.
Questa dimensione internazionale, accompagnata da un songwriting di prima classe, non è servita a spalancare ai piemontesi le porte di una carriera di successo. Sono sempre rimasti alla stregua di un segreto ben custodito, giusto per usare un’espressione fin troppo abusata, e il cambio di passo che l’Indie italiano ha intrapreso dal 2015 in avanti, li ha fatti uscire definitivamente dai radar.

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Roberto Menabò – The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions (A-Z Blues, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

Che lo si ascolti mentre pizzica la sua sei corde o mentre racconta uno dei tanti aneddoti legati al blues, Roberto Menabò attira subito l’attenzione, è difficile resistergli, attratti e catapultati nel mondo tanto leggendario quanto affascinante dei cosiddetti anni ruggenti, i primi decenni del 900 in cui la musica blues e le sue varie declinazioni incominciarono a farsi conoscere a un pubblico più vasto.

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Neil Young – Young Shakespeare (Reprise Records/Warner Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con una curiosa e maliziosa combinazione di nomi tra Young e Shakespeare – a cui è dedicato il teatro di Stratford nel Connecticut – Neil “Cavallo Pazzo” pubblica quest’anno un concerto dal vivo qui registrato nel lontano 1971 ambiziosamente intitolato, appunto, Young Shakespeare. Non sono certo che ci sia davvero un limite a separare l’autoironia dal naturale narcisismo dell’autore. Di sicuro c’è la scelta storica dei brani inseriti in questo album, selezione in grado di provocare ai più un brivido nostalgico e qualche lacrima di commozione. Neil Young è sul palco da solo, con la chitarra e con il piano, e sgrana il suo rosario di brani indimenticabili, quelli che abbiamo tutti ascoltato e riascoltato in quegli anni lontani. Il pubblico è partecipe, applaude ma resta silenzioso tra un pezzo e l’altro, in un rispetto quasi religioso davanti ad una fonte d’ispirazione musicale come poche volte si è potuto ascoltare nella storia della musica rock. Qualche parola di introduzione tra le diverse tracce e poi è solo la musica che parla alla platea. A quel tempo Young ha appena ventisei anni e dopo l’esperienza con i Buffalo Springfield e la fortunata combinazione con Crosby, Stills & Nash, è giunto al suo terzo disco da solista, quell’After the gold rush che gli regalerà una memoria imperitura. È a un passo dal far uscire Harvest – pubblicato l’anno dopo – e di questo prossimo album anticiperà, nel concerto di Statford, ben quattro anteprime e cioè The needle and the damage done, Old man, A man needs a maid e Heart of gold. Young appare in splendida forma, canta in sicurezza con quella sua tipica voce un po’ miagolante però così espressiva e inconfondibile.

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Vasco Brondi – Siamo qui per rivelarci e non per nasconderci

C O N F E R E N Z E


Articolo di Joshin E. Galani

“Siamo qui per rivelarci e non per nasconderci” ecco il mood con cui è stato registrato Paesaggio dopo la battaglia nuovo album di Vasco Brondi, il primo pubblicato a suo nome dopo la conclusione del progetto Le Luci Della Centrale Elettrica. Uscirà il 7 maggio a quattro anni di distanza da Terra. Prodotto dallo stesso Vasco Brondi in collaborazione con Taketo Gohara e Federico Dragogna.
Racconta Vasco: “Paesaggio dopo la battaglia prende il titolo di una canzone, canzone d’amore anomala perché è riferita ad un’entità, una nazione e non ad una persona, mi sono reso conto che poteva essere un buon contenitore per tutti gli altri brani. Il disco è pieno di battaglie intime, collettive, personali, universali ed anche pieno di paesaggi interiori ed esteriori. Paesaggi che sono residui dopo una battaglia, quindi diversi dai precedenti, paesaggi completamente nuovi, gli unici da cui si può ripartire.”

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Ale Ponti – Dead Railroad Line Chronicles (Trulletto Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

In questa sua seconda prova solista che fa seguito a Going Back To New Orleans, il titolo con cui esordì nel 2015, Ale Ponti, cinquantenne milanese, chitarrista, compositore e bluesman, cita nel titolo uno dei simboli più utilizzati nel blues e nella musica in generale e ci delizia con tredici brani originali per raccontarci altrettante storie della propria vita che procede dritta come un treno nel suo cammino tra passioni, drammi, speranze e sogni, decorandoli con una musica, il blues nella sua forma più datata, quello che in generale si definisce prebellico.

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Coma_Cose – Nostralgia (Asian Fake/Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Poco più di un mese dopo la loro partecipazione a Sanremo i Coma_Cose hanno pubblicato il loro secondo disco: Nostralgia.
Ammetto che questa recensione doveva essere scritta prima, quindici giorni per scrivere di (di fatto) cinque brani che in totale durano appena 20 minuti sono parecchi ma per assurdo è proprio questo ad avermi bloccato.
Un disco così breve non riesce a costruirsi un’identità (o meglio, è molto più difficile), non riesce ad avere degli alti e dei bassi particolarmente marcati, non riesce a darti indicazioni chiare sul percorso intrapreso dagli artisti. Anzi, forse su questo qualcosa ci dice: il continuo ricorrere alla forma canzone, l’eliminazione delle tipiche particolarità testuali e la forzata voglia di cantare anche quando non si è particolarmente bravi danno un’idea ben chiara di una direzione maggior nazional popolare che hanno deciso di seguire.

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Motta – Semplice (Sugar Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Via dalla parte di me che distrugge tutto quello che ha creato
Via con te per diventare quello che non sono ancora stato

(Motta, Via della luce, 2021)

Il 30 aprile 2021 è uscito Semplice, terzo album del cantautore toscano Francesco Motta; un disco che, da un lato, rappresenta una significativa evoluzione sonora rispetto a La fine dei vent’anni (2016) e Vivere o morire (2018), e, dall’altro, rivela, grazie a liriche semplici, un Motta riappacificato con la vita, con la città, ridotto all’essenziale. Questa ricerca della serenità si manifesta anche a livello di concept visivo; per la prima volta, la copertina di un suo LP non riporta la fotografia del volto del cantautore, suggerendo che, nel momento in cui la musica riesce a trasmettere tutto ciò che l’autore voleva esprimere, qualunque supporto visivo (e persino lo stesso autore) diventa superfluo.
Motta ha cominciato a lavorare su Semplice già prima della partecipazione a Sanremo 2019, adottando un approccio creativo differente rispetto al secondo album: scrivere senza un tema prefissato, con calma, concentrandosi soprattutto sugli arrangiamenti. L’isolamento del lockdown 2020 ha spinto il musicista ad allontanarsi brevemente dall’arte, ma il ritorno in studio con i collaboratori di sempre ha fatto sì che Motta trovasse, proprio nella musica, quell’essenza di vita di cui racconta in questo nuovo album… situazione che, in conferenza stampa, il musicista ha riassunto con questa frase del gruppo rap Colle der Fomento: «Io faccio il mio e non lo faccio né pe’ loro né pe’ l’oro/Lo faccio solamente perché sinnò me moro».

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