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Oded Tzur – Isabela (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Le note stampa che accompagnano questo Isabel, seconda uscita ECM per il tenorsassofonista Oded Tzur (e quarto disco finora pubblicato a suo nome), insistono molto sul concetto di “raga”, cioè quella struttura melodica della tradizione classica indiana basata su note ulteriori rispetto a quelle presenti in una usuale scala cromatica. Se in Occidente l’intervallo minimo tra due note è un semitono, il raga introduce il senso del “microtono”, cioè un intervallo musicale ancora più piccolo da cui originano quelle note che come diceva il compositore americano Charles Ives, stanno ”tra le fessure dei tasti del pianoforte”. Va da sé che intonare una scala che comprenda anche i microtoni diventa un’impresa piuttosto complessa. Ascoltando il suono del sitar o i melismi del canto tradizionale indiano, si ascoltano questi “scivolamenti” tra una nota e l’altra, come fosse un ondeggiare continuo dello strumento o della voce che dir si voglia. Per la verità anche in Occidente si è lavorato coi microtoni, seppur in modo meno eclatante. Riferendoci ad esempi semplici possiamo pensare al “bending” usato dai chitarristi, o ai suoni elettronici di un oscillatore Moog o ancora di un Theremin. Ma quello che per noi occidentali è poco più che una scelta occasionale, nella musica indiana è la norma. Lo sa bene Oded Tzur, nato a Tel Aviv ma residente a New York che imparò i segreti microtonali a Rotterdam, direttamente dal maestro indiano Hariprasad Chaurasia, virtuoso del bansuri, il flauto traverso della tradizione orientale suonato dalle divinità Krishna e Ganesh. Un esempio di queste “strane” note intermedie – quarti ed ottavi di tono – Tzur lo offre soprattutto nel breve pezzo in apertura di questo album, Invocation, dove il sax tenore sembra talora perdere le sue caratteristiche sonore per assumere quasi quelle di uno stesso bansuri. In realtà Tzur non abusa affatto di questi microtoni e nel contesto generale dell’album tende ad esprimersi come un musicista di jazz-blues che danzi tra le note, mescolandosi alla costruzione melodica del raga così come a certi riferimenti più classicheggianti di stampo occidentale. Si realizza, quindi, una soddisfacente sintesi tra due modelli culturali, senza che uno prevalga sull’altro e bisogna sicuramente affermare come tale operazione realizzata in Isabel sia molto ben riuscita, tanto che mi sento di posizionare questo disco tra le migliori uscite discografiche dei primi cinque mesi dell’anno. Non ci sono istanze intellettualistiche, non ci sono forzature. La musica scorre piacevole, ben fruibile in una suggestiva, magica foschia contestualizzata a questa trama musicale dai toni bruno-dorati. Tzur suona il suo strumento con grazia, le sue scale appaiono circonfuse di velate malinconie ma anche ricche di tranquille passioni, come se Isabel fosse l’oggetto di una continua, sentimentale dedica amorosa.

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Andrea Massaria | Davide Barbini | Andrea Fabris – Atelier (Dodicilune, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Formazione peculiare, ma in linea con i più aggiornati combo dell’odierna scena improvvisativa, in cui circa cinquanta minuti di libero suono sono delegati ad un duo di chitarre elettriche ed un set percussivo, con importante (e non del tutto artificioso) ruolo dell’effettismo.

Andrea Massaria è consistente e gallonato sperimentatore triestino, formatosi anche nelle orbite, al fianco o alla testa di svariate identità, tra cui appaiono salienti almeno nomi come Butch Morris o Evan Parker, abbuonando la variegata lista di confratelli ed analoghi, non mancando allievi quali il qui arruolato chitarrista Davide Barbini, entrambi in libera ed equanime associazione con il batterista Andrea Fabris.

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Algiers @ Biko, Milano – 12 maggio 2022

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

La serata era iniziata proprio male perché arrivata al Biko mi accorgo che, nella fretta, avevo montato un fondo di bottiglia al posto del solito obiettivo e, si sa, nell’atmosfera intima dei club underground le luci devono essere rigorosamente basse: dopo mesi di inattività, penso tra me e me, ci si mette pure la sfiga… Un’oretta di attesa che mi sembra infinita, durante la quale il circolo va riempiendosi piano piano, con gente venuta anche da fuori, a riprova che questa band merita di brutto, non a caso avevo deciso di chiedere l’accredito perché ne ero rimasta folgorata al primo ascolto, per la maestria degli Algiers nel mescolare generi diversi, dall’industrial al punk, fino al free jazz e per la capacità del loro frontman, Franklin James Fischer di scrivere testi incendiari.

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Avishai Cohen – Shifting Sands (Naïve Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci vuole coraggio per chiamare Shifting Sands (sabbie mobili) l’ultimo disco di Avishai Cohen – il contrabbassista, non il trombettista omonimo che abbiamo da poco recensito qui su Off Topic. Se il titolo pare suggerire una perdita di stabilità e un’eventuale involuzione immobilista, la musica per fortuna s’indirizza verso tutt’altra direzione. Il costante desiderio di non insabbiarsi, tanto per restare in tema, è reso evidente dal profondo cambiamento avvenuto, nel tempo, nella struttura dell’Avishai Cohen Trio. La partecipazione di Shai Maestro al pianoforte, avvenuta dal 2008 al 2011, è ormai un ricordo, così come il passaggio di Mark Guiliana alla batteria, nel lasso di tempo che va dal 2003 al 2008. Al loro posto, attualmente, un pianista dell’Azerbaigian, il quarantenne Elchin Shirinov già notato in Arvoles, album del 2019 e presente in Two Roses del 2021. Una minuta ragazza israeliana appena ventunenne, Roni Kaspi, compare invece alla batteria. Ci troviamo di fronte ad un tipo di mutazione fenotipica non da poco che è servita da forte stimolo per Cohen, come lui stesso racconta. I due nuovi musicisti, infatti, sono praticamente cresciuti ascoltando la musica del contrabbassista e in una sorta di latente tensione edipica si sono messi professionalmente in positiva competizione con il loro riferimento, innescando un’eccitante trazione psicologica che ha evidentemente giovato all’economia musicale del gruppo. In effetti colpisce molto la maestria, colma d’influssi classicheggianti, del nuovo pianismo di Shirinov e l’alternanza tra delicatezza percussiva e spinta propulsiva della batterista. I due musicisti entrano nelle maglie della struttura composta da Cohen in modo estremamente naturale, tanto che si ha persino l’impressione di una collaborazione molto più rodata di quanto non sia avvenuto in realtà. Avishai Cohen ha nella sua storia personale un importante tirocinio a fianco di Chick Corea iniziato verso la seconda metà degli anni ’90 ed una serie di collaborazioni, ad esempio con Danilo Perez, Roy Hargrove, Herbie Hancock, Bobby Mc Ferrin ed altri ancora. Il suo modo di suonare è alieno da ogni convulsione sincopata e si mantiene vicino ad un limpido modello di purismo melodico. Anche negli assoli è possibile percepire le singole note che scorrono veloci senz’accavallamenti, scandendo tempi e spazi con rigorosa chiarezza. Ho sempre pensato che Cohen fosse un contrabbassista in possesso di un certo dinamismo e la presenza di Shirinov e Kaspi offre al sound complessivo una rotondità ed una dolcezza, almeno su disco, come forse non si era mai avvertita prima. È palese che il contrabbassista abbia nella formazione a trio la sua stella polare e che questa sia, in un certo qual modo, il punto di riferimento stabilizzante, dopo tutte le sue esperienze aliene, perfino con grandi orchestre come in Two Roses. In effetti si ha proprio la sensazione che la formazione à trois resti, per Cohen, il suo mondo ideale, il palcoscenico migliore per esprimere ed affinare la propria comunicativa.

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Andrea Grossi Blend 3 + Beatrice Arrigoni – Songs and Poems (We Insist! Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Se ascoltando Songs and Poems, appena uscito per l’etichetta We Insist! Records, vi venisse la tentazione di pensare ad un disco cantato, vi sbagliereste. In realtà, come dice il titolo, l’ultimo lavoro dei Blend 3 con Andrea Grossi al contrabbasso, Michele Bonifati alla chitarra elettrica, Manuel Caliumi al sax contralto e Beatrice Arrigoni voce, è proprio quello che dice il titolo: canzoni e poesie. Forse però la distinzione tra l’una e le altre, è meno netta di quanto possa sembrare, tanto che le parole sono spesso parte della musica e la musica, descrive quasi quanto le parole. La voce, bella, sofisticata e, a tratti algida, di Beatrice Arrigoni la incontriamo già dal primo brano intitolato Low at my problem bending, dove il contrabbasso “in purezza” di Andrea Grossi introduce una melodia “basic” e dove intervengono in crescendo il sax di Manuel Caliumi e la voce di Beatrice Arrigoni che riesce a far sembrare le parole di Emily Dickinson, il quarto strumento del gruppo insieme al prezioso e sognante l’inserimento della chitarra di Michele Bonifati.

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The Smile – A Light For Attracting Attention (XL Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

La nuova creatura sognante di Thom Yorke (Radiohead) si chiama The Smile, insieme alla sua mente geniale troviamo il compagno di scorribande Jonny Greenwood e Tom Skinner dei Sons of Kemet. L’album di debutto A Light For Attracting Attention, segna un tassello importante sulla scena alternative rock sperimentale, con accenni di musica elettronica e un viaggio intenso, che prende il sopravvento all’interno di un universo parallelo. Il percorso è composto da tredici tracce preziose, che collegano la visione onirica e introspettiva dei tre musicisti, creando uno spiraglio importante sul futuro. Infine il disco viene prodotto dall’etichetta inglese XL Recordings, nella sua sede di Londra.

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Jeremy Pelt – Soundtrack (HighNote Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il jazz suonato dal californiano Jeremy Pelt si è ormai, nel tempo, ben consolidato. Dopo oltre una ventina di pubblicazioni discografiche a proprio nome e più di una cinquantina di altrettante collaborazioni, il quarantaseienne trombettista di Los Angeles ha modo ora di divertirsi e far divertire il suo pubblico attraverso il brillante nuovo album Soundtrack. Questo lavoro, specifica lo stesso Pelt a proposito del titolo un po’ fuorviante, non è stato progettato come una vera e propria colonna sonora ma piuttosto come una linea musicale d’accompagnamento al desiderio di suonare e alla semplice gioia che ne può derivare. Nonostante in questo caso specifico non si cerchi di oltrepassare alcuna frontiera, non si può certo accusare Pelt di misoneismo. Anzi, i colori, d’ogni gamma e sfumatura che vengono impiegati in questo disco, con l’esaustiva partecipazione dei musicisti che accompagnano il leader, vibrano di una emozionante combinazione sempre cangiante ed attuale, in una musica fresca ed ammiccante. La tromba di Pelt sembra raccogliere l’eredità di Freddie Hubbard o anche di Lee Morgan, sebbene nei momenti in cui utilizza la sordina non si può fare a meno d’incrociare le sue suggestioni con quelle velature un po’ ombrose alla MIles Davis, soprattutto del periodo precedente a Bitches Brew. Nelle punteggiature ritmiche, negli interventi al Fender Rhodes e nel vibrafono che ascoltiamo in diversi momenti dell’album, si riscontrano sonorità molto moderne in una seduttiva combinazione ludica e rilassante, attenta a non inciampare in qualsivoglia cliché. Non si può dire che in Soundtrack si lavori sull’essenziale, tanto è ricca ed eterogenea la compagine sonora. Si tratta comunque di un sapiente gioco di montaggio tra tinteggiature strumentali che si incrociano, si accavallano e si rimandano l’un l’altra, seguendo la linea tracciante della tromba. Un’ardimentosa prova collagistica che suona, almeno alle mie orecchie, come una prelibata, piacevole narrazione omogenea. La formazione che accompagna Pelt si arricchisce del sorprendente apporto al vibrafono di Chien Chien Lu, l’avvenente musicista originaria di Taiwan che ha già lasciato dietro sé un’importante traccia con il suo album Path, uscito nel 2020. E che dire di Victor Gould, concittadino di Pelt, al piano e al Rhodes, che ha nella sua sporta già quattro album, compreso l’emozionante In Our Time pubblicato lo scorso anno. La parte ritmica è responsabilità di Vicente Archer, al contrabbasso ed al basso elettrico, e di Allan Mednard alla batteria. Ci sono anche due validi ospiti come la flautista Anne Drummond, di Seattle, che possiede un ampio bagaglio di esperienze che vanno dal jazz, alla musica classica, brasiliana e rock, e inoltre compare la newyorkese Brittany Anjou che interviene occasionalmente al moog ed al mellotron.

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Willie Peyote – Il ritorno al futuro di Willie

I N T E R V I S T A


Articolo di Arianna Guastini

È uscito venerdì 6 maggio 2022 il nuovo e sesto album di Willie Peyote (nome d’arte Guglielmo Bruno Torinese, classe 1985) dal titolo Pornostalgia che presenta 13 brani inediti. C’eravamo lasciati nel 2019 con Iodegradabile, di cui non è stato possibile nemmeno godersi il tour perché è scoppiata la pandemia Covid Sars 19.
Ma in questi anni Willie non è comunque stato fermo, ha collaborato con l’artista internazionale Shaggy (vincitore di 2 Grammy Awards), con cui ha lanciato il singolo Algoritmo, a cui ha fatto seguito la canzone La depressione non è un periodo dell’anno, un brano che racconta in maniera pungente e geniale la pandemia e il troppo parlare di tutti su argomenti poco conosciuti. L’abbiamo poi ritrovato con stupore nel 2021 a Sanremo con il brano Mai dire Mai, che ha conquistato il premio della critica Mia Martini.
Eccoci al presente, ho avuto possibilità di fare una piacevole chiacchierata con Willie per parlare del nuovo album.

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Balthazar @ Fabrique, Milano – 8 maggio 2022 (opening Sylvie Kreusch)

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Fabio Campetti

Che il Belgio fosse una fucina di talenti l’avevamo capito già da un pezzo, dato che i Balthazar sono solo uno degli ultimi collettivi arrivati da lì ed esportati in tutta Europa.
Situazione che invece non è ancora capitata alla musica italiana, almeno fino ad ora, che negli anni, ha sì avuto proposte allineate, tradotte in tutta una serie di artisti potenziali, capaci e credibili nel saper cantare in inglese, (cito tra i tanti arrivati, i Giardini di Mirò e gli Yuppie Flu sulla cresta dell’onda soprattutto a metà anni zero) che non sono, però, mai riusciti ad imporsi all’estero, nonostante la pubblicazione di dischi che avrebbero meritato questo tipo di percorso.
Dicevo i Balthazar, che suonano stasera in quel del Fabrique per la loro pluri-posticipata data milanese, sono ormai una certezza, seguendo le orme dei fratelli maggiori, dai deus ai Soulwax o perché no, anche fino agli Hooverphonic che sul versante dream pop hanno regalato soddisfazioni, si sono imposti piano piano, per arrivare ad una titolarità di una propria e giustificata tappa di un tour europeo, che sta regalando loro un meritato e significativo riscontro.

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