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Giancarlo Erra – La magia è la combinazione che avviene quando un artista fa qualcosa che arriva a qualcun altro.

I N T E R V I S T A


Articolo di Arianna Mancini

Departure Tapes è la seconda opera solista di Giancarlo Erra, polistrumentista, produttore, artista visivo e fondatore della band capitolina Nosound. I “Nastri” si snodano in un percorso onirico, sei brani strumentali intessuti di una disarmante intensità tale da solcare l’anima, anche quella più vitrea, e confermano la duttilità di Erra nell’esplorazione, sondando i sentieri del suono.
L’album riflette un periodo oscuro e complicato dell’artista che ora vive nel Norfolk. Un viaggio iniziatico e di riconciliazione attraverso i suoi spostamenti fra il Regno Unito e l’Italia, dopo aver appreso della malattia terminale del padre, con cui aveva perso la quotidianità ed i rapporti da quando era un adolescente. La malattia è stata un nuovo punto d’incontro e di riavvicinamento per entrambi, quasi ormai sconosciuti l’uno all’altro; per portare bagliori di luce sulle macerie del passato. Abbiamo avuto l’immenso piacere di incontrarlo virtualmente e di parlare con lui, ripercorrendo come in un insieme di scatti su pellicola, momenti di vita, di creazione e di progetti futuri.

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Gigowatt – Rock’n’Roll In The Country (Autoprodotto, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Nel 2017, tre musicisti bolognesi si conoscono attraverso la grande passione comune per il blues, il country, il rockabilly e il rock and roll. Nascono così sotto i portici di Bologna, i Gigowatt. Un trio formato in primis da Paolo Roberto Pianezza (chitarra, voce, autore di tutti i brani e produttore del disco), geniale e sontuoso musicista che già conosciamo per fare parte del Lovesick Duo (qui la recensione) con Francesca Alinovi con cui ha inciso 4 album. Alla batteria e voce troviamo Tommy Ruggero, musicista poliedrico con un piede in Africa (ha suonato con numerosi musicisti africani) e un altro in America (diplomato al Drummers Collective di New York). Al basso elettrico e voce Mattia Bigi, musicista dal lungo curriculum spaziando dalla formazione degli Extrema, suonando negli stadi con Biago Antonacci e nei palazzetti con Gianni Morandi ma appassionato di rock americano: Allman Brothers Band, Blackberry Smoke e ZZ Top.

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Simone Graziano – Embracing the Future (Auand Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Perché “preparare” il suono, cioè modificare anche radicalmente nella timbrica, l’espressione naturale di un pianoforte o di un altro strumento? La domanda è retorica. Ogni musicista che meriti questo appellativo è da sempre alla ricerca di un proprio, personale suono. E’ stato così nella musica classica – le improvvisazioni estreme sulle corde e sulle risonanze lignee del violino di Paganini, ad esempio, o le prime preparazioni fatte da Erik Satie sul piano in Le piege de meduse (1913), probabilmente influenzate dagli esperimenti contemporanei con gli “intonarumori” del compositore futurista Luigi Russolo. Si è arrivati però alle vere e proprie manipolazioni meccaniche degli strumenti dopo un lungo periodo di ricerca attraverso un allargamento dell’espressività del linguaggio musicale. Dilatare le possibilità comunicative del pianoforte, ad esempio, cercando tonalità inusuali, come in Debussy, Srawinsky, Prokofiev, Scriabin. Oppure modificare le leggi dell’armonia come nella dodecafonia di Schoenberg. Quando poi si diffonde nel mondo la musica nero-americana, gli autori classico-contemporanei comprendono la necessità di un rinnovamento profondo che non si limiti solo alla struttura musicale in sé ma che riguardi l’uso di nuovi strumenti reso possibile dalle innovazioni tecnologico-elettroniche – oscillatori, synt, manipolazione sui nastri magnetici, ecc. Il pianoforte preparato di John Cage, quindi, col suo Bacchanale del 1940 è solo una parte del percorso di ricerca iniziato  lungo tutto il ’900. Alla luce di queste considerazioni s’inserisce l’ultimo lavoro di Simone Graziano, questo Embracing the future che se non sbaglio è il suo settimo disco da titolare.

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Electronomicon – Age of Lies (Elevate Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Vi starete domandando chi sono gli Electronomicon, è capitato anche a me quando ho aperto il comunicato stampa, così sono andata a rovistare nell’etere e ho scoperto che il gruppo, americano, ma sparso in giro per il mondo, è attivo dal 2013, anno della pubblicazione di Unleashing The Shadows e che, da poco, è entrato a far parte della scuderia Elevate Records, etichetta discografica laziale, specializzata dal 1996 in produzioni metal (DGM, Heimdall, Morgana, Secret Sphere e Gravestone per dirne alcuni). La band è composta da Diego Valdez, già cantante del supergruppo dei Dream Child con membri di Ozzy Osbourne, AC/DC, Dio e Michael Schenker Group, Diego Rodriguez al basso, in precedenza con il gruppo folk metal Triddana, Alex Emerson alla chitarra, Owen Bryant al pianoforte e alla batteria, Mauro Tranzaciones alla chitarra. Divisi tra Spagna, Argentina e U.S.A., già con l’album del 2013 avevano ottenuto i favori della critica, raggiungendo la posizione n.7 della rivista Burn! insieme a gente del calibro di Metallica, Motorhead, Kiss e Dream Theater…un bel traguardo!

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Claudia Buzzetti and the Hootenanny: Bergamo Country Rock

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

C’è un filone americano anche in Italia, sebbene la “roots music” di oltreoceano da noi sia poco frequentata e poco conosciuta, al di fuori dei soliti nomi giganteschi tipo Dylan, Springsteen, se va bene Neil Young, i quali vengono fruiti da un pubblico vasto ma che normalmente contestualizza e approfondisce poco.
La conseguenza è che quegli artisti che hanno fatto della cosiddetta “Americana” il territorio della loro vocazione, viaggiano su numeri bassi e suonano davanti ad un pubblico mediamente attempato.
Claudia Buzzetti è nata a Bergamo ma ha da sempre nel cuore gli ampi spazi del nuovo continente. Dopo aver deciso che non avrebbe fatto l’attrice, si è buttata anima e corpo nella musica e dopo una lunga gavetta è arrivata all’indispensabile traguardo del debutto discografico. 7 Years Crying, uscito a giugno per Edonè Dischi, la piccola etichetta legata all’omonimo locale bergamasco, è un Ep che parla il linguaggio del Country ma che incorpora al suo interno anche una discreta matrice rock. Lo ha registrato assieme agli Hootenanny, un gruppo di amici che da tempo gravitano attorno a lei, il cui membro più conosciuto è senza dubbio Luca Ferrari, batterista dei Verdena nonché del progetto Animatronic. Sarebbe però un errore accostarsi a questo lavoro solo per la presenza di un nome così importante: 7 Years Crying brilla di luce propria, merito di una scrittura di ottimo livello, ossequiosa al modello ma niente affatto di maniera, di una vocalità profonda ed espressiva e di arrangiamenti semplici ma funzionali a far risaltare le belle melodie di questi brani. Difficilmente se ne accorgeranno in molti, vista la situazione qui sopra delineata, ma ciò non toglie che Claudia sia un talento degno di essere scoperto.
L’abbiamo sentita al telefono per conoscerla meglio, farci raccontare qualcosa dei suoi inizi ed entrare maggiormente in queste sue prime composizioni.

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Costanza Alegiani – Folkways (Parco della Musica Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Costanza Alegiani, romana, si è laureata con il massimo dei voti in Musica Jazz al Conservatorio di Frosinone e in filosofia alla Sapienza di Roma, rispettivamente con una tesi su Carla Bley e su Albert Camus. Ha studiato canto jazz con Diana Torto, tra gli altri, e ha poi approfondito la sua tecnica vocale con Sabine Meyer, per la musica contemporanea, e con Angela Bucci per la musica barocca. Da sempre interessata a progetti interdisciplinari, si è confrontata spesso e volentieri col teatro, la danza e la letteratura. Tra le altre cose è stata autrice e leader di un intrigante progetto, Fair Is Foul And Foul Is Fair, imperniato su musiche di Giuseppe Verdi e realizzato in occasione del bicentenario verdiano con musicisti del Conservatorio di Bruxelles.

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Thom Chacon @ Castello Visconti, Somma Lombardo (Va) – 10 luglio 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo di Roberto Bianchi

Nel suggestivo cortile d’onore del Castello Visconti di Somma Lombardo ho avuto il piacere di ascoltare un’artista di qualità, accompagnato dal leggendario Tony Garnier al contrabbasso e dall’ottimo Paolo Ercoli al dobro e alla pedal steel guitar. Thom Chacon arriva da Durango e ha recentemente pubblicato il suo terzo disco Marigolds And Ghosts: il cantautore scrive molto bene e avvolge le convincenti storie con ispirate melodie; il tutto è impreziosito da una voce profonda, calda e coinvolgente. Gli ingressi sono contingentati, solo su prenotazione, credo ci siano un centinaio di persone, e i fortunati possono accomodarsi a debita distanza, d’altra parte non è una partita di calcio: qui le regole si rispettano!

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Bayadère, Il Regno delle Ombre – Nuovo Balletto di Toscana @ Teatro comunale di Vicenza – 15 luglio 2021

L I V E – R E P O R T – D A N Z A


Articolo di Annalisa Fortin

Il teatro riapre le porte al pubblico, presenta progetti futuri, ritrova la città. I mesi di giugno e luglio hanno visto gli spettatori di Vicenza coinvolti nel Festival “Danza in Rete”, alla sua quarta edizione, che si sta ampliando ogni anno di più territorialmente e artisticamente. Il progetto, messo in atto dalla Fondazione Teatro Comunale di Vicenza già dal 2014, rappresenta un’esperienza significativa di sostegno alla creatività emergente. Tra i molti spettacoli ed eventi proposti, uno dei più attesi è stata la prima regionale di “Bayadère – Il Regno delle Ombre”, interpretato dal Nuovo Balletto di Toscana
Pensata per un ensamble di talenti giovanissimi, la coreografia di Michele Di Stefano si presenta carica di suggestioni misteriose, sulle musiche originali, altrettanto oscure, di Lorenzo Bianchi Hoesch. Questa versione dell’omonima opera di Minkus (della quale riprende a tratti il leitmotiv), si discosta molto dalla leggendaria storia dell’amore impossibile tra il nobile guerriero Solor e la bellissima ballerina Nikiya, per fare riferimento invece a qualcosa che riguarda la presenza dei corpi e l’intreccio delle loro traiettorie, in uno spazio reinventato con delicatezza e passione.

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Montmasson – Un’eredità (Autoproduzione, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Montmasson, al secolo Daniele Nava, è un cantautore. Né giovane, né vecchio, si trova in “quel mezzo del cammin di nostra vita…” caro a Dante. La sua è una riflessione sul tempo messa in musica, si tratta della sua personale Ricerca del tempo perduto, di proustiana memoria.
Daniele guarda al futuro, col vivo ricordo di quel che è stato. In questo è rivelatrice Vette, canzone nella quale svela la chiave di lettura della sua opera, con i versi “Trovarsi a metà, forse è una condizione che non se ne va”. Il mezzo del cammin porta maturità e con essa, una serie di ricordi e rimpianti, così come in 15 Giorni Di Ferie, storia di una vacanza tra le mura di Roma, nelle quali ha conosciuto qualcuno che avrebbe potuto essere importante. Nella canzone aggiunge: “So che per voi aspettare stanca, ma il tempo lo perdo io”. La condizione di attesa logora chi è in fila, ma non lui, che l’accetta come un rito sacro. E la citazione di Roma mi riporta a un certo cantautorato fine anni ’90 di scuola Tiromancino (La Descrizione Di Un Attimo), proseguita nella delicatezza del Riccardo Sinigallia solista (Incontri a metà strada).

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