Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Ci sono muri che dividono popoli e muri che uniscono nel nome della musica, raccontando storie di cui nessuno vuole parlare, storie di amori non corrisposti, di degrado cittadino, vita di tutti i giorni.
Giovedì 29 novembre sono stata all’Ohibò per ascoltare dal vivo Il Muro del Canto, gruppo indiefolk romano ormai sulla strada da ben otto anni, forti di una vena cantautoriale che affonda le sue radici nella musica popolare.
Per la prima volta in due anni faccio fatica a trovare parcheggio vicino al Circolo, giro e rigiro per le viuzze intorno a p.le Lodi per oltre mezzora, segnale che la serata sarà più animata del solito, quando sono prossima allo sconforto ecco che trovo un posticino in un vicoletto laterale.

Scendo al volo perché ormai è orario di apertura e, attanagliata dal freddo, arrivo velocemente al cancello: c’è già una lunga coda in attesa, dall’accento capisco che non è gente di Milano, ma fans accorsi dalla capitale per seguire il proprio gruppo.
Si entra ordinatamente e prendo posizione, come di consueto, sotto al palco; l’aria però è più calda del solito, del resto l’ultimo album L’Amore mio non more, pubblicato lo scorso 19 ottobre, come per i precedenti, da Goodfellas, è straordinariamente bello. L’attesa stavolta mi rende nervosa, non vedo l’ora che il concerto inizi.
A volte la bellezza passa anche per il dolore e la musica de Il Muro del Canto racconta proprio le miserie e i problemi della vita quotidiana in una città talmente bella da togliere il fiato, ma nello stesso tempo piena di difficoltà e contraddizioni fin dalla sua fondazione. Roma che diventa emblema di una Nazione intera, la nostra Italia, che fa fatica a guarire dai suoi millenari vizi e che, come un cane che si morde la coda, sembra essere condannata alla dannazione eterna.
Il concerto inizia verso le 22.00 con la band che sale sul palco in formazione rimaneggiata, per l’assenza del suo fisarmonicista ufficiale, Alessandro Marinelli, trattenuto in città per problemi lavorativi, o così almeno si vocifera in sala, sostituito più che degnamente dal fisarmonicista di Mannarino, e con un chitarrista nuovo di zecca a sostituire Giancane, ormai lanciato verso una carriera solista.

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Sono in sei sul piccolo palco dell’Ohibò, con fisarmonica, basso e chitarra ritmica e acustica nelle retrovie, chitarra solista, voce e percussioni in prima fila, pronte ad incendiare la platea.
Lo show inizia a luci basse, per creare l’atmosfera giusta alla voce narrante di Alessandro Pieravanti, che attacca con la bellissima Roma Maledetta, un brivido mi corre lungo la schiena quando sento gli ultimi versi della canzone: “non è la Roma Maledetta quella che ci fa paura e nemmeno quella delinquente, la Roma che ci fa paura è la Roma indifferente”… già perché ormai siamo così abituati alle disgrazie umane che quasi non ci facciamo più caso, bombardati ogni giorno da una moltitudine di notizie negative.
L’ingresso di Daniele Coccia è accolto da un boato, qualcuno dal pubblico gli passa una bottiglia di vino per rompere il ghiaccio e si prosegue quindi con la scaletta, ventuno brani in tutto, per la maggior parte tratti dall’ultima fatica, con qualche successo del passato che non si può non suonare.

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Canzoni d’amore e di disperazione in cui confluiscono le tradizioni della musica popolare e le più moderne contaminazioni rock in una formula che coinvolge soprattutto per la bellezza dei testi, proprio perché parlano della vita quotidiana e di esperienze comuni a tutti noi: c’è il tema dell’umanità, dell’odio, dell’amore e poi, diciamocela tutta, la simpatia dei romani è unica al mondo, capaci di un calore e di un’ allegria che qui al nord troppo spesso scarseggiano, presi come siamo ad affannarci come automi schiavi del lavoro.
La serata prosegue ad altissimi livelli, con la sperimentazione di ritmi nuovi rispetto agli album precedenti, ma senza allontanarsi troppo dalle origini folk della band, in L’Amore mio non more ci sono, infatti, da un lato l’accettazione e la critica per tutte quelle cose che non vanno, dall’altro la voglia di cambiamento e la speranza che questo mondo possa ancora farcela: il risultato è un’ondata di vibrazioni positive che si sprigionano dal palco e che fanno sì che il pubblico canti e balli fino all’ultima goccia di sudore, in una sorta di rito propiziatorio e catartico.

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Alla fine Coccia e soci suoneranno per poco meno di due ore, ma con un’intensità tale da lasciare tutti senza forze, capaci, come solo loro sanno fare, di abbattere la distanza tra palco pubblico.
Nonostante loro stessi rifiutino la definizione di scena romana, non posso fare a meno di pensare che negli ultimi anni la capitale ci abbia regalato artisti degni di grande attenzione e rispetto, spesso anche con interessanti collaborazioni tra di loro, ad es. quella con Piotta o quella con Assalti Frontali; non ci resta che attenderne la naturale evoluzione.

Setlist completa:
Roma Maledetta
Reggime er Gioco
Fiore de Niente
Stoica
L’Amore mio non more
Ciao core
Il tempo del sole
Domenica a pranzo da tu madre
Quando scende la notte
Ancora ridi
Maleficio
Ginocchi rossi
La vita è una
Senza na stella
Il tempo perso
Cella 33
L’anima de li mejo
Il canto degli affamati
Peste e corna
Luce mia
Arrivederci Roma

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