L I V E R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Alessandro Pedale

Arrivo al Santeria che i Manitoba sono nel pieno del loro set. La band toscana, uscita un anno fa con “Divorami”, ci dà dentro alla grande col suo rock potente e di chiara derivazione nineties. Sicuramente bravi ma è una proposta che, declinata in quel modo, mi lascia indifferente.

In fondo al locale, nel frattempo, vicino al banchetto del merchandising, un Edda visibilmente gioviale e su di giri, è intento a salutare e ad abbracciare chiunque gli si presenti vicino, tanto che più che un artista prossimo a salire sul palco, appare come un padrone di casa intento a trattenere gli ospiti. Riflesso naturale di un processo di maturazione e direi di quasi ringiovanimento, che nel giro di poco meno di dieci anni lo ha fatto passare da un quasi completato processo di autodistruzione ad una definitiva rinascita artistica.

Inutile parlare di lui come dell’ex cantante dei Ritmo Tribale. Inutile anche cercare segni di una possibile reunion coi suoi ex compagni (che da pochissimo sono tornati, con ottimi risultati, a scrivere canzoni), men che meno aspettarsi che ripeschi qualche episodio del suo passato durante i concerti. Arrivato al quinto disco, Stefano Rampoldi non ha perso un briciolo della sua sana follia, quel suo essere perennemente sopra le righe e fuori dai ranghi, ma allo stesso tempo appare un uomo in pace con se stesso e, soprattutto, pacificato con il proprio mestiere di musicista (che è davvero un mestiere, ormai, visto che da qualche anno è tornato a fare il professionista a tempo pieno).

“Non c’è molta distinzione tra un cantante ed un coglione” canta in uno dei pezzi dell’ultimo disco e si è un po’ sfiorati dal sospetto che valga di più un giudizio del genere che migliaia di pagine di analisi sociologiche e fisiologiche sul rapporto tra l’uomo e l’artista, tra l’attore e il personaggio. Certo che Fru Fru è un disco eccellente, per chi scrive il suo autentico capolavoro, sintesi perfetta di efficacia di scrittura, potenza di fuoco e consapevolezza di pensiero. Se si prendesse un po’ più sul serio potrebbe arrivare veramente in alto; dall’altra parte, è proprio il suo non prendersi sul serio che lo rende così grande quindi direi che è inutile discutere. Per questo tour c’era grande attesa ed era abbastanza ovvio, data la qualità dei nuovi pezzi. La tappa milanese di presentazione di Graziosa utopia si era svolta al Serraglio, stavolta è il Santeria la venue prescelta: di questo passo, data anche la buona affluenza, ci auguriamo di rivederlo all’Alcatraz al prossimo giro, anche se un certo pietoso realismo ci impedisce di sperarci troppo. Le prime battute del concerto, comunque, ci fanno capire che nulla è cambiato. Edda si presenta vestito in maniera improbabile (a questo giro è il turno di una felpa verde con l’inequivocabile scritta “Totip Boxing Club”), chitarra a tracolla, espressione sorniona in faccia e tanta voglia di spaccare tutto.

I suoi compagni lo assecondano e lo spalleggiano benissimo e se il suo live set è così migliorato nel corso degli anni, lo dobbiamo anche a loro: Luca Bossi (che ha anche prodotto e arrangiato Fru Fru) suona principalmente il basso ma si siede spesso alle tastiere ed è anche il responsabile di tutta la parte di sequenze (che in questo tour è più consistente che in passato); Francesco Capasso, entrato nella band in pianta stabile dal precedente tour, ha anch’egli suonato nel disco ed è importante perché, oltre ad inspessire il suono delle chitarre, dialoga brillantemente con la sei corde di Edda, coprendo anche eventuali sue imprecisioni. Aggiungiamo che la maglietta degli Entombed con cui si presenta sul palco gli fa guadagnare una decina di punti in più. Per finire c’è Nick Lamberti, la vera new entry, che ha sostituto Fabio Capalbo dietro le pelli già durante le registrazioni. Il suo è un drumming violento e preciso, che non fa rimpiangere il suo precedessore e dona ai brani quella spinta in più di cui hanno indubbiamente bisogno in sede live.

La resa complessiva è dunque più che soddisfacente. I pezzi di Fru Fru, che vengono suonati tutti, funzionano bene, hanno il tiro giusto ed hanno un’impronta nel complesso più ruvida che nella versione in studio, poiché le tastiere e la programmazione elettronica si prendono meno spazio, lasciando le chitarre maggiormente libere. Nonostante questa differente declinazione, esce fuori tutto benissimo, soprattutto gli episodi più tirati come “Thesoldati”, “Vanità”, “Ovidio e Orazio” (che punta molto di più sul lavoro della sezione ritmica) ed il primo singolo “E se”, che è anche quella che chiude il concerto. Molto bella anche “Edda”, dedicata alla recente scomparsa della madre, cantata decisamente alla grande e uno dei pochi momenti della sua discografia in cui è riuscito a mettersi a nudo senza dover per forza nascondersi dietro una maschera demenziale.

Per quanto riguarda il passato, le cose sono leggermente diverse: questo nuovo spettacolo non è più incentrato sull’intera discografia ma si limita ad omaggiare il periodo più recente. Graziosa utopia viene infatti eseguito quasi tutto e qui Stefano dimostra di essere sostanzialmente poco attaccato alle strutture, di non avere nessuna voglia di cantare i brani allo stesso modo in cui sono stati registrati. Lo ha sempre fatto, in realtà, ma questa sera è più stravagante del solito. Ne risulta che pezzi d’impatto come “Signora”, “Benedicimi”, “Picchiami” o “Brunello”, che hanno la loro principale forza proprio nelle linee vocali, vengano snaturati e non risultino sempre molto fruibili, presentando alcuni momenti di stanca. Avviene lo stesso per le rapide incursioni nel repertorio di Stavolta come mi ammazzerai (solo tre canzoni purtroppo): nonostante una grande versione di “Pater”, “Piccole isole” viene fuori un po’ raffazzonata. È un peccato, perché Edda, in quegli sporadici momenti in cui ha davvero voglia di cantare come Dio comanda, dimostra di avere ancora la voce dei bei tempi.

Eppure, questo suo volere per forza di cose concedere spazio al cazzeggio, un po’ lo rovina (anche se, ripeto, le cose sono decisamente migliorate rispetto a qualche anno fa). Sul palco, infatti, è sempre il solito istrione: ringrazia il pubblico alla sua maniera, urlando e alzando i pugni, imita Achille Lauro, annuncia il prossimo pezzo ma poi deve guardare la scaletta per ricordarsi qual è, elogia a più riprese i Trapper e la Trap, si fa passare un Oki dalle prime file e lo assume in diretta, dicendo che “ha un sapore frizzolino”, implora i tecnici in sala di “spegnere l’aria condizionata e accendere un calorifero” (inutile dire che noi grondavamo di sudore) per evitare di mettere a rischio la sua incolumità in vista del concerto successivo. Insomma, il solito Edda. A conti fatti, un bello show. A patto, ovviamente, di prenderlo così com’è e di non attendersi da lui una “normalità” ed una cura dei dettagli che non ci sarà mai. Ma ripeto, se non fosse così, non potremmo mai volergli bene così tanto.

Manitoba
Manitoba