R E C E N S I O N E


Ci siamo. Siamo arrivati al panettone. Superate le festività natalizie, puntuale come le tasse, ecco il consueto appuntamento con la classifica di fine anno. Tradizione, per noi, vuole che il “listone” sia affidato alla competenza e alla curiosità di Simone Nicastro che ci accompagna in questo viaggio a ritroso lungo un 2020 particolarmente complicato. Isolamento, paura e incertezza hanno rischiato di metterci all’angolo. Abbiamo però una certezza: la musica è un’amica fedele che sa starci vicino anche e soprattutto nei momenti difficili. Cibo per l’anima, ristoro per cuori affamati. C’è tanta buona musica in giro, tanta da affollare ogni nostra giornata. Una classifica è necessariamente parziale e soggettiva, la musica non è una scienza esatta e le emozioni che trasmette sono individuali, però ci auguriamo che sia uno stimolo al confronto. Se ciò avviene abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Vi lasciamo perciò alle parole di Simone. Buona lettura e buona musica!

La redazione

Articolo di Simone Nicastro

Come ogni anno (da un bel po’ di anni ormai) inizia qui il mio percorso di memoria personale e valutazione totalmente soggettiva dell’anno discografico appena trascorso. Anno che, ahimè, sappiamo tutti essere stato fin troppo pieno di dolore e sacrifici. Mai come in questi 12 mesi ringrazio il cielo di essere riuscito ad alimentare, ancora una volta, il desiderio inesauribile di ascoltare e confrontarmi con l’arte musicale, di farmi trasportare da essa e, infine, di non esserne mai sazio.

50° Miglior album 2020 – Ritmo Tribale – La Rivoluzione Del Giorno Prima

Il primo passo tra questi recenti ricordi che desidero compiere è rimarcare il ritorno con un nuovo album della band rock simbolo della mia adolescenza: i Ritmo Tribale. Neanche a pensarlo, anche in questa occasione così distante dall’ultima uscita di inediti (Bahamas è del 1999!), i “Tribali” si (di)mostrano totalmente a fuoco, convincenti nelle idee e potenti nella fattura, assomigliando solo a loro stessi, anche nell’eccezionale Resurrezione Show, rilettura/rivisitazione di un brano dei Killing Joke. I Ritmo Tribale sono solo i Ritmo Tribale. Onore e gloria eterna ai “Tribali” e a noi loro seguaci.

49° Miglior album 2020 – Puscifer – Existential Reckoning

Se volete la recensione di questo album nel modo che a me piacerebbe saper scrivere e probabilmente a voi poter leggere, vi invito a rivolgervi a quella scritta dalla mia amica Laura Floreani e pubblicata su Loudd. Io qui sarò invece molto sintetico: adoro Maynard James Keenan in ogni sua espressione progettuale. O almeno finora è sempre così che è andata. Quindi questa versione dei Puscifer, anno 2020, dove il gioco si è fatto ancor più risoluto sia dal punto di vista dei riferimenti contenutistici che sul versante forma 80’s wave/elettronico, mi ha conquistato e compiaciuto fin dal primo ascolto. Più di così non saprei che altro aggiungere.

48° Miglior album 2020 – Yves Tumor – Heaven To A Tortured Mind

Una delle difficoltà che i piccoli geni (e qui parliamo certamente di uno di loro) incontrano quasi sempre sulla loro strada, è quella di riuscire a tenere a freno o per lo meno controllate le proprie innumerevoli intuizioni, capacità e necessità. Trovare un modo di incanalare in una direzione proficua e “accessibile” la propria produzione artistica, sia quella più popular che quella più complessa, per queste personalità non è mai cosa semplice. Ora provate ad ascoltare attentamente Heaven To A Tortured Mind e cercate di mettere a fuoco cosa vi rimembra, come vi fa sentire e come mai vi induce a muovervi a quel ritmo (o meglio ai suoi ritmi!). Sarete inondati da una marea di dati e sensazioni differenti, difficilmente riassumibili e focalizzati. R’n’b mutante, soul retro-futurista, pop-rock alieno(ante). Eppur alla fine dell’ascolto, vi assicuro, intuirete che tutto quello che avete ascoltato e provato, in realtà, possiede un’unica identità e anche ben riconoscibile. Esatto, il già citato genio musicale di Yves Tumor.

47° Miglior album 2020 – Agnes Obel – Myopia

Il grande pubblico renderà prima o poi il legittimo riconoscimento ad Agnes Obel, che album dopo album, non solo non perde un briciolo della sua qualità raffinata di creare incantevole “classical/pop da camera”, in equilibrio tra intimo romanticismo e sofisticazioni ambient, ma si rivela sempre con maggiore accuratezza e consapevolezza in interpretazioni autorali convincenti e poetiche. Le canzoni si dipanano in strutture minimal/orchestrali, in cui il pianoforte e gli archi si elevano a vero filo conduttore, sublimando l’ascolto verso ambiti eterei, sospesi e affascinanti. Ennesimo album gioiello, certificato anche dall’uscita a marchio Deutsche Grammophon. Che dalle mie parti vale tanto. Anzi, un filino di più.

46° Miglior album 2020 – Touché Amoré – Lament

Esattamente quattro anni fa i Touché Amoré realizzarono quello che, a parer di molti, è stato uno degli album più belli e riusciti di sempre del post-hardcore (e non solo). Quindi il ritorno era tanto atteso quanto temuto: Jeremy Bolm e sodali però non deludono le attese, scompigliano un po’ le carte ma non esageratamente. Anzi. Lament torna in qualche modo all’urgenza dei primi lavori della band, “(ri)sporcando” le chitarre, “pestando” senza remore dove serve (quasi sempre) e sostenendo in modo impeccabili le urla del cantante, quest’ultimo ancora una volta quasi sfacciato nel raccontare e raccontarsi senza veli e, in qualche modo, pietà. Lament è un album che pur non raggiungendo gli apici del precedente, si è meritato comunque un posto di rilevo in questo mio 2020, sia per numero di ascolti che per qualità riconosciuta.

45° Miglior album 2020 – Il Quadro Di Troisi – Il Quadro Di Troisi

Esistono dei progetti che si ha più piacere di altri a raccontare, consigliare e soprattutto ascoltare. Progetti che non importa se siano perfetti (quale lo è?!) o di successo (di critica e/o di pubblico), ma che toccano quelle corde dell’anima senza quasi che l’ascoltatore se ne accorga. Donato Dozzy ed Eva Geist con questa loro prima opera mi hanno trafitto fin dal primo ascolto: reminiscenze italo-disco, profondità sintetiche alice/pio-battiatiane, appigli minimal-dance, rigore stilistico in ogni dettaglio. Nove canzoni che si dipanano con una tale limpidezza di forma e contenuto da fare quasi arrossire chi adora da sempre questo mood sonoro. In heavy rotation nel mio stereo. Grazie.

44° Miglior album 2020 – Psychedelic Furs – Made Of Rain

Restando al mai troppo spesso ribadito concetto che quel che alla fine “conta e (s)muove” è sempre la vibrazione originaria del proprio essere, impossibile per me non ritagliare uno spazio d’onore in questa annata ad un altro ritorno di una band così fondamentale e mai dimenticata dal sottoscritto: Made Of Rain mi ha donato, infatti, la possibilità di ascoltare un nuovo lavoro in studio, dopo ben 29 anni, a nome Psychedelic Furs. Pensate che uno dei miei aneddoti più utilizzati quando sintetizzo per qualcuno il mio approccio alla musica fin da giovanissimo è rievocare che “c’è stato tempo in cui gli U2 aprivano i concerti dei Psychedelic Furs” (si un po’ da solone, lo so). Ma bando alle ciance. Made Of Rain è una collezione di canzoni con il puro marchio di fabbrica dei Furs: wave d’annata, riverberi glam rock, sofisticazioni synth e quella voce lì, ancora oggi stupenda come l’incontro immaginifico e sensuale tra il sole e il buio della notte. Bentrovati Furs.

43° Miglior album 2020 – Myrkur – Folkesange

La musica è sempre un viaggio, ma in alcuni casi paradossalmente la destinazione risulta allo stesso tempo conosciuta e sconosciuta. Confini geografici riconoscibili per terre (e storie) ancora oggi misteriose per noi stranieri. Amalie Bruun, in arte Myrkur, nel suo ultimo album Folkesange, abbandona del tutto le origini metal dei precedenti lavori (se non forse per un approccio metodologico) e abbraccia la tradizione musicale scandinava, interpretando con maestria e trasporto alcuni canti folcloristici dell’epoca medioevale e cucendogli addosso arrangiamenti devoti ma che non provocano mai l’effetto nostalgia. Gli strumenti, anch’essi in parte della tradizione, amplificano la resa spirituale dei brani e risultano di volta in volta essenziali nel risultato finale desiderato. Merito ovviamente di una produzione curatissima e in grado di dare ulteriore spessore ad un progetto che, probabilmente, da oggi in poi sarà preso a paragone per il futuro del folk nordico. Veramente un’opera incantata e consigliatissima a tutti.

42° Miglior album 2020 – Ulver – Flowers Of Evil 

Sempre dal nord e più precisamente dalla Norvegia, l’ormai leggendaria band degli Ulver, in questo 2020, ha confezionato il suo ennesimo capitolo artistico dal titolo manifesto Flowers of Evil, vero e proprio seguito dell’’ottimo The Assassination Of Julius Caesar. Per “seguito” si intende che, forse per la prima volta nella loro carriera quasi trentennale, il nuovo album non presenta sostanziali differenze con il lavoro precedente sia dal punto di vista speculativo che soprattutto sonoro: synth- pop oscuro che musicalmente si nutre di pathos decadente e testualmente di stimolante venatura citazionista enigmatica/letteraria. Flowers Of Evil sconta probabilmente qualcosa in termini di efficacia per una minor complessità strutturale rispetto al lavoro di tre anni fa, ma conferma comunque la band ai vertici della scena mondiale, anche e soprattutto in questa rinnovata versione dark-wave.

41° Miglior album 2020 – Bonetti – Qui

Gli album non si fanno con le similitudini (anche se c’è chi ci prova) e le carriere non si delineano con le affiliazioni di genere e moda (anche se c’è chi vorrebbe farlo credere). Su questo pianeta siamo in tanti e, anche in Italia, non ce la caviamo male come numero. Però tutti noi siamo individui unici dentro un racconto e con le proprie peculiarità. E anche se a volte ci sentiamo parte di qualcosa, restiamo comunque ad ogni risveglio persone che desiderano incontrare sempre qualcuno e qualcosa che ci capisca veramente e che riesca a farci sentire meno soli in quel che pensiamo, muoviamo, viviamo. Giorno dopo giorno (che tu sia sempre lodato, Luigi Tenco), ci affacciamo alla giornata con questo desiderio irreprensibile e inesauribile. Nonostante (o soprattutto) a volte qualcuno ci abbia dormito accanto. Spero che Bonetti perdoni questa mia superflua divagazione, ma trovarsi ad ascoltare una collezione di brani come quelle del suo Qui, non concede falsificazioni, patetiche vie di fuga o semplicemente banali giustificazioni: i brani menano precisi e veloci, pugni che appaiono armoniose carezze ma che non concedono il tempo di alzare la guardia e/o schivare i colpi. Colpiscono e lasciano il segno. In modo che il calore intenso dei lividi dopo ti faccia sentire più onesto di prima, più consapevole di come immaginavi essere e soprattutto meno solo nella verità della propria esistenza. Perchè la felicità, il dolore, la solitudine, l’amore e tutto ciò che conta si interseca sempre. Ogni giorno come le note di una canzone. Una canzone di Bonetti.

40° Miglior album 2020 – Steve Von Till – No Wilderness Deep Enough

Tutte le opere necessitano del “tempo giusto”, non solo per essere conosciute (valore semantico) apprezzate (valore esperienziale), ma anche per essere veramente fruite (valore concreto) e assimilate (valore esistenziale). Poi ci sono opere che quel tempo lo esigono, se lo conquistano e lo rendono una concatenazione di momenti necessari in cui la bellezza è talmente struggente e carnale da togliere il respiro, bruciare le carni e quasi soffocare tra singhiozzi. Non sono in molti a saper creare questo genere di opere, tra i quali direi Van Zandt, Waits, Cave, Cohen e decisamente Steve Von Till, che nella sua carriera solista sta inanellando album dopo album di tale struggente e straniante bellezza neo-folk da non capacitarsene fino in fondo. Una voce unica e fuori dal mondo che su tappeti sonori scarni ma sostanziali ci narra semplicemente dell’uomo, della natura e dell’esistenza che ovunque risuona. Anche dove non si crederebbe.

39° Miglior album 2020 – Doves – The Universal Want

Altro ritorno, anche questo dopo lungo tempo, di una band a cui ho sempre tenuto tantissimo: ricordo ancora come fosse oggi la lettura di una recensione per il loro secondo album in cui il recensore sentenziava “con le idee di una singola canzone dei Doves, molti artisti ci farebbero un album intero”. Ecco sono sempre stato d’accordo con quel recensore e, seppur il tempo scorre per tutti e indiscutibilmente si porta via qualcosa (in alcuni casi il meglio), The Universal Want ci restituisce comunque i ragazzi di Wilmslow in splendida forma, con forse meno slanci pirotecnici, ma tanta sostanza british-rock oriented. Le chitarre brillano, le ritmiche assecondano gli andamenti ondivaghi e le melodie vocali sono ancora intatte e trasognanti come lo sono sempre state. Non un album di maniera ma una maniera tipica di fare un album. Alla maniera dei Doves (e non è mai un fatto da poco).

38° Miglior album 2020 – IST IST – Architecture

Momento “band derivative ma a me fanno impazzire lo stesso” oppure momento “comunque i fighi sono tutti di Manchester”. Che poi è come dire che è il medesimo momento. Questo per anticipare che lo so che chiunque abbia ascoltato Architecture degli IST IST non ha potuto fare a meno di tirare fuori dal taschino il santino di quell’uomo e la sua band che, tra la fine degli anni 70 e quel maledetto 18 maggio 1980, con soli due album e pochi altri brani editati, ha cambiato la storia, la storia di tutti, anche quelli che non l’hanno mai saputo o compreso. Ma la verità è che, come spesso mi capita in queste occasioni, non mi interessa e anzi considero ancor di più le canzoni di Architecture “perfette” nell’essere post-punk, “il post punk sostanziale e incessantemente moderno” che si incolla con potenza inesprimibile a parole (almeno le mie) al cervello, alle viscere, allo sguardo e alla rabbia per le limitate libertà di questo plumbeo e tragico 2020. Libertà tra le quali sicuramente anche quella di andare ad un concerto degli IST IST. Proprio lì sotto il palco.

37° Miglior album 2020 – Run The Jewels – RTJ4

Per la mia storia personale l’hip hop è sempre stato legato da un lato all’hype e dall’altro ai consigli/critica; questo perchè purtroppo il genere (o meglio la dimensione hip hop) non è mai riuscito a penetrarmi così a fondo da costringermi ad un monitoraggio continuo come faccio con la maggior parte degli altri generi musicali. Ragione in più per dirvi che se esiste un ensemble da cui credo che nessuno possa esimersi almeno di un ascolto (nonostante il giudice rock/prezzolato del talent nazionale per eccellenza abbia fatto “il grosso” dicendo di non conoscerli e di non essere neanche interessato a farlo) sono decisamente i Run The Jewels. Io dalla mia posso dirvi che anche questa volta i ragazzi portano a casa la pagnotta con estrema efficacia, sia sul piano delle parole (schietto megafono politico in un momento di tensione sociale su molti aspetti controversi e decisivi) che delle strutture musicali (equilibrismo tra la old school e gli umori-beat più contemporanei). Con ospiti di rilievo e trasversali quali Pharrell, Josh Homme e Zach De la Rocha, i Run The Jewels si confermano ancora una volta uno dei baluardi più convincenti per l’hip hop “combattente” ma anche di grande successo.

36° Miglior album 2020 – Deftones – Ohms

Scrivere bene di band nu-metal nel nostro paese sembra essere diventata un’attività da reietto (o poco ci manca). Pochi generi (o presunti tali) hanno vissuto una “rimozione valutativa” in Italia come è accaduto per il nu-metal, rendendo un numero consistente di band che nei 90’s si erano prodigati in questo mix di rap/metal/modalità crossover quasi degli appestati. Almeno da parte di una certa critica predominante oggigiorno. Tra i pochi a scamparla, per quanto mi riguarda, ci dovrebbero essere per lo meno (ma non solo) i Deftones di Chico “voice” Moreno, i quali continuano a sfornare album all’incirca a cadenza quadriennale. La formula resta intatta se non per quelle sfumature che di volta in volta rendono una loro opera più meritevole di altre: testi più centrati, maggior equilibrio tra le diverse anime del loro sound, un’urgenza espressiva più consapevole per tutte le tracce che compongono l’intero lavoro. Considerato tutto ciò non posso che affermare che Ohms si colloca sicuramente tra le opere migliori della band. Speriamo non diventi un appestato anch’io.

35° Miglior album 2020 – Kali Uchis – Sin Miedo (del Amor y Otros Demonios)

Continuando a parlare del nostro paese, il grande pubblico sembra voler continuare ad ignorare le artiste donne, al massimo apprezzandole come feat. per qualche hit estiva e poco più. Se poi le artiste sono giovani e possiedono pure atteggiamenti poco in linea con il gusto (finto)generalista si nega quasi l’esistenza discografica. E la cosa poco cambia anche nelle varie dimensioni circoscritte (si fa per dire) dei singoli generi di riferimento. Per le artiste straniere delle ultime generazioni poi il nostro paese rappresenta ormai quasi sempre una tappa da saltare nei tour o al massimo per fare una capatina televisiva, visto il riscontro nullo. Kali Uchis ha 26 anni, realizza album che spaziano dall’ r’n’b al reggaeton passando per hip hop, trap e influenze tadizional/latine. Utilizza la sua sovraesposizione social come megafono per rivendicare le sue origini colombiane, la sua sessualità prorompente e in generale una femminilità figlia dei tempi e del mo(n)do in cui lei e le sue coetanee sono cresciute. In Sin Miedo (del Amor y Otros Demonios) ha deciso di cantare quasi sempre in spagnolo, evidenziando anche in questo capitolo un talento cristallino e una capacità invidiabile di risultare sofisticamente pop in qualsiasi direzione intraprenda. Chissà se magari un giorno…

34° Miglior album 2020 – Samuele Bersani – Cinema Samuele

Sempre seguendo il flusso delle mie lamentele (sic.), anche quest’anno si è sentito e letto di tutto sulla scena musicale nazionale. Ogni giorno ormai è impossibile restare impassibili davanti ai dissensi, le accuse, le sentenze su tutti e tutto, tranne poi nominare i soliti pochi intoccabili del passato. E giù contro rap, trap, pop, indie, talent e Festival. Sinceramente una situazione che ritengo imbarazzante, anche considerato che per quanto mi riguarda veniamo da un 2019 strepitoso per la musica del Bel Paese e anche in questo 2020 non ce la siamo mica cavata così male. Ecco forse un’eccezione che ha messo d’accordo quasi tutti è il nuovo lavoro di Samuele Bersani: Cinema Samuele. Album ad alto contenuto valoriale sia sul lato compositivo che contenutistico, dove la rinomata causticità narrativa dell’autore è, a secondo dei bisogni, addolcita o rinforzata dalle soluzioni elettro-cantautorali. Impossibile non citare i brani Il Tuo Ricordo e Mezza Bugia, esempi veramente mirabili delle capacità di scrittura del cantautore romagnolo.

33° Miglior album 2020 – Matt Berninger – Serpentine Prison

Qualche premessa: 1° Matt Berninger può cantare quel che vuole (frase spesso abusata ma non in questo caso); 2° Le aspettative per l’esordio a proprio nome della voce dei The National non potevano che essere altissime; 3° Le parole cantate da questo artista lasciano sempre il segno. Detto ciò, posso dirvi che Serpentine Prison è un disco eccellente, pop-rock ad alto contenuto emozionale, ricercato e raffinato negli arrangiamenti, schietto nel raccontarsi con abiti a volte più casual e a volte più eleganti. Poi sinceramente per quanto mi riguarda avrebbe potuto rivelarsi e colpirmi con “qualcosina” in più; ma diciamocelo, infondo per quello c’è sempre e comunque la band madre, no?!

32° Miglior album 2020 – Sufjan Stevens – The Ascension

Continua in un modo o in un altro a crescere la fascinazione della minimal-electronic da parte di artisti indie-folk emersi negli ultimi 20 anni. Fascinazioni che in alcune occasioni discografiche fanno centro e dimostrano come si può costruire un certo tipo di musica rispondendo ad esigenze e necessità “sensibili” che per molto tempo si è cercato di restringere all’ambito di solo alcuni generi. The Ascension è un lavoro alt-elettropop che ci presenta un Sufjan Stevens in qualche modo rinnovato ma perfettamente a suo agio con un “linguaggio idm” e perfettamente in grado di proseguire a raccontare sé stesso e tutto ciò che gli suscita la realtà mentre l’osserva e la vive. Riflettere e muovere il corpo: non ci vuole molto per farmi felice.

31° Miglior album 2020 – Nadia Reid – Out Of My Province

Continua il meraviglioso cammino discografico della cantautrice neozelandese Nadia Reid che, dopo Preservation nel 2017, arricchisce il suo canzoniere con altre dieci perle contenute in questo Out Of My Province. C’è veramente da restare a bocca aperta ascoltando la voce intensa e “piena” di Nadia nobilitare i curatissimi arrangiamenti elettro-acustici, le partiture orchestrali e tutti gli elementi tipicamente folk-country di questi brani che risultano immediatamente senza tempo e dannatamente empatici. Un album che inizialmente stupisce, poi rapisce e infine si radica in quel posticino che sta esattamente ad egual distanza tra il cuore, l’anima e il cervello. Un peccato grave perdersi la grazia dell’ascolto di Out Of My Province.

30° Miglior album 2020 – Algiers – There Is No Year

Ho letto e sentito in giro che il nuovo album degli Algiers ha in qualche modo leggermente deluso i fans e la critica, come dire buon lavoro ma non quanto i primi. Sarà che io non mi ero così entusiasmato per i loro precedenti due dischi e lo stesso live opening ai Depeche Mode a San Siro mi aveva lasciato freddino. Non che non avessi compreso le peculiarità e la potenza del loro intreccio electro-gospel/post-punk, ma qualcosa mi lasciava ultimamente insoddisfatto. Invece posso affermare che There Is No Year ha spazzato via i miei dubbi e anzi mi ha aiutato a rivalutare in pieno la loro scrittura, l’abilità tecnica e la qualità indiscutibile del loro messaggio concettuale. Ottimo lavoro davvero.

29° Miglior album 2020 – Kelly Lee Owens – Inner Song

Ho veramente una preferenza per Kelly Lee Owens, una di quelle preferenze sostanziali come, per fare degli esempi tangibili, lo sono Four Tet, John Hopkins o Apparat. Insomma, artisti che, ognuno a suo modo, plasmano la materia elettronica con dedizione e competenza ampliandone non solo il raggio di azione, ma la stessa percezione che questa può suscitare su tutti gli ascoltatori, magari anche quelli meno avvezzi. Inner Song ricomincia esattamente là dove si era interrotta la prima prova solista della 32enne gallese e fin dal primo brano (rilettura strumentale spiazzante di Arpeggi dei Radiohead) mette immediatamente in chiaro che non ci saranno ripensamenti di sorta nel nuovo lavoro e anzi, il lato più sperimentale e spinto (super ospite John Cale) del suo dream-technopop, sarà perfettamente assimilato e congeniale anche nei brani strutturalmente più convenzionali, tendenzialmente quelli con la deliziosa voce di Kelly Lee. Lasciatevi trasportare da Inner Song per una delle esperienze sonore più vibranti e totalizzanti di quest’anno.

28° Miglior album 2020 – Ben Watt – Storm Damage

Poche band hanno accompagnato la mia vita nei momenti più intimamente specifici come gli Everything But The Girl. E in ogni loro evoluzione non c’è stato un singolo momento in cui mi sono sentito “abbandonato”. Certo sarei un bugiardo se raccontassi che le carriere soliste del duo abbiano avuto lo stesso impatto, ma resta il fatto che hanno arricchito comunque i miei giorni di ulteriore ottima musica. E Storm Damage, ultima fatica di Ben Watt, è l’ennesima conferma: una raccolta di “belle” canzoni, baciate di quella consistenza alt folk-rock raramente riscontrabile in molti altri artisti, anche più elogiati dalla critica, e arrangiate con la tipica e consueta eleganza dell’autore. Impossibile non stendersi e rinfrancarsi tra la voce e le note di queste ballate perfette per ogni stagione.

27° Miglior album 2020 – Working Men’s Club – Working Men’s Club

Di solito nelle classifiche di fine anno (anche nelle mie) finiscono diversi album di debutto: la “next big thing” ha sempre un certo fascino per chi scrive (e ascolta incessantemente) di musica. Finora quest’anno ho però nominato solo due debutti (tre se si considera l’esordio a suo nome di Matt Berninger): Working Men’s Club dell’omonima band è il terzo. E ritengo che saranno in molti altri a menzionarlo in queste settimane di “somme tirate”, considerato il mix esplosivo e sfavillante che questi ragazzi hanno creato nei dieci episodi contenuti nel loro esordio: post“dance”punk ibridato da raffinatezze wave e esplosioni digital/weird. Il tutto senza perdere mai di vista un certo gusto radiofonico e spirito goliardico. Se il buongiorno si vede dal mattino siamo al cospetto di un gruppo che si farà strada nel cuore di molti, oggi e nel prossimo futuro.

26° Miglior album 2020 – Nothing – The Great Dismal

Quattro album, qualche Ep e dieci anni di attività: la band di Dominic Palermo inizia ad essere in quella fase in cui diventa quasi obbligatorio confermarsi ad ogni uscita. Pena il rischio di cadere nel dimenticatoio che mai come in questo periodo storico è dietro l’angolo per chiunque. Per fortuna o per dirla meglio grazie al loro talento, caparbietà e impegno, sembra un rischio che i Nothing non corrano, visto che se questo The Great Dismal non è il loro migliore lavoro, poco ci manca. Ardono le chitarre come e più di sempre, la fragilità della voce è contraltare al fuoco delle parole, lo shoegaze si condensa in brace alle radici delle canzoni, le percussioni sventagliano le scintille incandescenti in tutte le direzioni possibili. Sono veramente triste di non aver potuto ammirare queste nuove composizioni dove meglio suonerebbero ovvero nei club davanti al proprio pubblico.

25° Miglior album 2020 – A Girl Called Eddy – Been Around

Ogni anno sembra esserci una gara per i ritorni più lungamenti attesi, artisti perduti nei flussi del tempo che sembrano aver perso la strada di casa o semplicemente la voglia di stare insieme con chi li vorrebbe ancora una volta accanto. Ma del resto questi artisti una casa tutta loro già ce l’hanno e ci vivono tranquillamente: Erin Moran, alias di A Girl Called Eddy, abita in quel luogo sconosciuto ai più dove i grandi cantori soul-jazz-pop si ritrovano ogni giorno intorno ad un camino in una stanza zeppa di tutti i loro strumenti tirati a lucido e analogici; lì sostano il tempo necessario per divertirsi a comporre ballate semplicemente meravigliose. Fortuna vuole che quest’anno qualcuno deve aver trafugato ad Erin alcune di queste composizioni e deciso di condividerle con noi che eravamo in attesa di lei da sedici anni. Un consiglio: in questi giorni di temperature freddine prendetevi un po’ di tempo e ascoltate queste canzoni nel tepore della vostra di casa, mi ringrazierete.

24° Miglior album 2020 – Tourists – Another State

Forse siamo all’auto-sabotaggio: già ottenere visibilità in quest’epoca è una sorta di magia anche per chi possiede risorse a sufficienza, figurarsi se decidi di chiamarti anonimamente Tourists e venire dalla Cornovaglia. Meno male che questo 2020 sia sicuramente l’anno buono per un certo tipo di sonorità tra psych-wave, shoegaze e reminiscenze post-punk in cui io mi tuffo sempre in caduta libera e senza fare tanti calcoli. Mai però avrei pensato di essere salvato da onde sonore così delicatamente potenti e violentemente fragili. L’esordio della band, Another State, amalgama tutti i riferimenti citati sopra e li risputa in 10 componimenti in cui è difficile trovarne uno migliore fra gli atri: molto meglio lasciarsi trasportare dalle correnti e riemergere solamente quando necessità qualche secondo di aria. Giusto il tempo per rituffarsi.

23° Miglior album 2020 – Populous – W

W come women: Andrea Mangia, in arte Populous, scrive il suo manifesto ispirato, dedicato e coadiuvato dall’altra parte della luna, immergendosi nell’incandescente lava dell’idm più dinamica senza porsi nessun confine di “genere”, identitario e formale, o direzione del sound. Tutti i featuring vocali si accodano e rispettano la concezione contenutistica/formale dell’artista, esprimendosi con disinvoltura e incastonando la propria personalità in questa collezione di gemme, così che ogni episodio risulti un tassello entusiasmante e unico all’interno di un quadro più grande e speciale. Album di caratura internazionale e che avrebbe fatto probabilmente sfracelli nei migliori “alternative club” mondiali, se non ci fosse stato il maledetto Covid. Complimenti!

22° Miglior album 2020 – Pallbearer – Forgotten Days

Dopo quattro album continua a colpirmi come i Pallbearer non riescano a fare un passaggio a vuoto che sia uno, una canzone superflua, una struttura barcollante, un amalgama che non regga l’alto livello qualitativo a cui ci hanno ormai abituati. Questo non vuole dire che tutto funzioni sempre perfettamente e che per i miei gusti ogni passaggio concorra al miglior risultato, ma farei un torto a loro e a me stesso se reprimessi il senso di stupore che ormai accompagna ogni loro uscita discografica. In qualsiasi direzione si muovano, più doom o più stoner, evocativamente prog o malinconicamente metal, ogni dimensione che creano è esattamente coerente e potente con il loro messaggio e il mio desiderio di ascoltarli. Forgotten Days è ancora una volta l’album giusto al momento giusto. Bello avere certezze in questi “strani” tempi.

21° Miglior album 2020 – Duval Timothy – Help

Mi si scalda sempre il cuore ogni volta che scopro nuovi artisti e, in particolar modo, quando riconosco che la commistione dell’arte di questi nuovi compagni di viaggio ha origini inusuali, si mantiene in bilico tra la mia comfort zone e qualcosa di “altro”, non si adagia su stilemi consueti e via via si insinua lentamente e inesorabilmente nella mia quotidianità. Help è il terzo long-playing di Duval Timothy, polistrumentista della Sierra Leone e residente a Londra. Utilizzando come strumento principale il pianoforte, l’autore si serve di espressioni musicali differenti a partire da un impianto più propriamente “classico” ma non disdegnando chiavi di volta jazz, guarnendo il tutto di  beat, glitch e altri inserti elettronici e sfruttando al meglio delle possibilità i diversi feat. quali Lil Silva, Melanie Faye, Blood Orange, Twin Shadow o il contributo sound-minimal del producer Mr. Mitch. Help è un’opera in cui più volte nel corso di questi mesi “difficili” mi sono rifugiato e riconnesso con quella rara bellezza ancor più necessaria del solito in certi cupi momenti.

20° Miglior album 2020 – Ultraista – Sister

Se come pensano in molti per rendere un progetto musicale di successo bastassero i nomi coinvolti, l’hype/marketing coltivato e una discreta possibilità finanziaria, il ritorno degli Ultraista avrebbe dovuto godere di ben altra visibilità e credito a livello mondiale. Invece mi sembra di poter affermare, senza pericolo di smentite, che il loro nuovo album, dopo otto anni di assenza discografica, sembra sia passato quasi inosservato, non solo per il grande pubblico, ma anche per chi di musica si occupa professionalmente. Personalmente la cosa mi ha lasciato alquanto stranito e francamente molto deluso: Sister, titolo del nuovo lavoro, è un progetto di levatura assoluta e senza quasi mai cedimenti: suite elettroniche arrangiate con sensibilità pop e maestria compositiva dall’ormai leggendario Nigel Godrich e il sempre bravissimo Joey Waronker supportate dalle interpretazioni carismatiche e soavi di Laura Bettinson. Ogni dettaglio in questo ritorno è curatissimo, compresi una serie di videoclip e di remix per valorizzare ulteriormente ciò che di base è già eccelso. Applausi.

19° Miglior album 2020 – Porridge Radio – Every Bad

Si fa sempre un gran parlare dell’indie rock. O meglio di come questo non esista più. Come si dice del rock, del resto. Fiumi di parole, interventi e commenti per dire e ridire qualcosa che sinceramente sento ripetere con costanza inusitata da quando sono nato (e purtroppo non è ieri). Io francamente questo atteggiamento da “tafazzi” l’ho sempre trovato indigesto, anche perchè per esperienza personale, quando mi interessa qualcosa che può sembrare anche introvabile, scavo più a fondo finché lo trovo. E sinceramente nella musica mi è sempre capitato di riuscirci. Tornando ad un esempio pratico, i Porridge Radio non inventano nulla, probabilmente ne esistono centinaia al mondo di più bravi, saranno furbetti, accondiscendenti con i media, finti-cool e aggiungete voi tutto quello che di solito si legge sotto i commenti di qualsiasi post sui social. A me il loro album, Every Bad, mi è piaciuto e soprattutto divertito tantissimo; mi ha fatto saltare, cantare, riflettere e far tutte quelle cose che l’indie rock mi ha sempre fatto fare negli anni 80, 90 e zero. Io ho trovato loro e loro hanno trovato me. Tanto mi basta: l’indie rock a casa mia è vivo.

18° Miglior album 2020 – Colapesce & Dimartino – I Mortali

Per quanto mi riguarda, Colapesce è tra i migliori, se non il migliore, della scena cantautorale italiana degli ultimi anni. Dimartino sta costruendo, album dopo album, una carriera inoppugnabile e di buon riscontro di pubblico. I due amici, entrambi siciliani, hanno deciso di unire le forze per un progetto che non fosse solamente la somma delle parti, ma qualcosa di nuovo, unico e differente dai loro lavori solisti. Infatti, I Mortali è un album che, seppur sia ben riconoscibile dove risiedano le proprie radici, si protrae totalmente verso un pop d’autore, stratificato ma orecchiabile, ricco di soluzioni, parole, melodie, arrangiamenti, decisamente affascinanti e di presa sicura sugli ascoltatori liberi dai soliti pregiudizi. Difficile scegliere i brani più riusciti in questo album che non ammette cedimenti, ma sicuramente i due singoli, Luna Araba con la partecipazione di Carmen Consoli (Sicilia impera!) e Noia Mortale, si ritagliano un posto riservato e speciale tra i numerosi ascolti. Ma difficile restare impassibili anche alla ballabilità di Cicale, i saliscendi armoniosi di Rosa & Olindo e l’ironia acustic/testuale de Il Prossimo Semestre. Album da possedere e consumare. Bravi davvero.

17° Miglior album 2020 – Roisin Murphy – Roisin Machine

Il 2020 discografico sarà ricordato come l’exploit di album retro-dance 80’s, ancor di più che negli anni passati. La disco music, certi tipi di synth, sonorità club/vintage e produzioni leggermente manieristiche ma sfavillanti, hanno incontrato un favore tra ascoltatori di ogni età ancor più grande del previsto. Poi come al solito c’è chi spicca qualitativamente sopra gli altri: chi se non la ex Moloko, Roisin Murphy, che già negli anni 90 aveva fatto risplendere certe sonorità all’interno di una pop-house ludica, ma mai del tutto superficiale, poteva/doveva imporre il suo marchio su questa annata. Roisin Machine è un piccolo miracolo di commistioni electro ed equilibri popular: fa sognare di essere tutti su una pista da ballo mentre ci dimeniamo e cantiamo nuovi inni reminiscenti Moroder/Summer e gli Chic. Impossibile fermare la puntina sul giradischi oppure non utilizzare Spotify Premium (sarebbe un peccato capitale l’interruzione per uno spot commerciale) mentre scorrono via nell’etere prelibatezze nu-disco, cavalcate techno/funky, esperimenti kraut-pop e soprattutto la suadente voce della sempre magnifica Roisin.

16° Miglior album 2020 – Ennio Morricone – Morricone Segreto

Solitamente non inserisco raccolte nella mia classifica di fine anno. Preferisco sempre segnalare opere contemporanee e costruite per essere fruite come un tutt’uno (o almeno che seguano possibilmente quell’idea). Ma nell’anno della morte del grandissimo, immenso maestro Ennio Morricone, non mi sarei mai perdonato se non avessi trovato il modo di citarlo. Mi è venuta incontro, per fortuna, l’etichetta CAM Sugar, dando alle stampe (e allo streaming) l’album-compilation dal titolo Morricone Segreto, un ripescaggio di alcune sue arie meno conosciute, qualcuna pure inedita, realizzate per alcuni film baciati da un minor successo rispetto a quelli accompagnati dalle colonne sonore che tutti noi conosciamo. Inutile dire che tutto suona meravigliosamente morriconiano, il Morricone meno epico e più imparentato con certa psichedelia 70’s, sperimentazioni sintetiche e groove etnici. Album che non risulta essere soltanto un’uscita per i collezionisti/completisti, ma l’ennesimo fulgido esempio dell’incredibile qualità e varietà che ha contraddistinto l’intera carriera dell’autore. Grazie di cuore per ogni nota, maestro.

15° Miglior album 2020 – Nation Of Language – Introduction, Presence

Nostalgia canaglia. A volte incontrollabile e fautrice di pregiudizi altamente positivi. Per mia fortuna (o sfortuna, chi lo sa) la nostalgia da sola non basta mai e per il definitivo innamoramento deve per forza subentrare una certa originalità/genuinità nel progetto appena scoperto. L’esordio dei Nation Of Language con Introduction, Presence è, da questo punto di vista, uno dei migliori a cui abbia assistito negli ultimi anni. New Order, The Human League, i primi Depeche Mode, la wave più sintetica avvolta però da squarci melodici indie-rock anni zero. Un album in cui tutti i brani suscitano al cuore pulsioni già vissute aggiungendogli però nuova linfa vitale e uno stupore inaspettato. Credo che se avessi avuto tredici anni oggi, Introduction, Presence sarebbe stato probabilmente il mio album dell’anno. Del resto, non ci è andato neanche molto lontano. P.S. Se invece facessi una top 5 delle canzoni dell’anno, The Motorist ci entrerebbe sicura.

14° Miglior album 2020 –The Weeknd – After Hours

I grandi dubbi nella musica popular: se fai uscire un singolo dal successo stratosferico in tutto il pianeta, poi come sarà giudicato l’album in cui quel singolo è contenuto? Anche in un’epoca in cui sono proprio i singoli che valgono praticamente l’affermazione o il flop di un artista (almeno nell’immediato/streaming), l’album resta quasi miracolosamente ancora un punto fisso e imprescindibile per un giudizio più esaustivo. Tornando alla domanda iniziale, direi che nessuno possa negare che il brano più “imponente” del 2020 sia stato Blinding Lights di The Weeknd, sia nei numeri incredibili realizzati che nel dettare un certo mood specifico nelle produzioni. Se state leggendo questa mia classifica, credo risulti più che evidente dalla posizione che ho riservato ad After Hours quanto abbia apprezzato l’album in questione. I vari singoli Heartless e In Your Eyes, lo splendido finale di Until I Bleed Out, tutto il lavoro si svela ricco di colpi da ko sul ring della migliore pop-music. Partendo qualche anno addietro da sonorità più r’n’b/grime, passando dall’elettronic/funk targato Daft Punk fino ad approdare a questo After Hours, The Weeknd sembra affermarsi con sempre maggior convinzione come il possibile Re contemporaneo della scena discografica internazionale, inseguendo ovviamente quel King Of The Pop che tanto ricorda nella voce e in alcune scelte artistiche. A me sinceramente basta e avanza che la qualità dimostrata finora rimanga tale anche per il futuro.

13° Miglior album 2020 – Daniel Blumberg – On&On

Dopo un esordio come Minus potrebbero (dovrebbero) tremare le gambe. Invece ho come la sensazione, confermata in parte dall’impressione che mi ha dato durante il live dell’anno scorso, che Daniel Blumberg affronti la costruzione della sua carriera discografica con la serenità dei più grandi, cioè quella serenità che deriva dal non dover dimostrare niente a nessuno e la volontà irrinunciabile di fare sempre quel che gli pare e piace. Ovviamente io non sono realmente a conoscenza se l’autore sia consapevole della sua bravura, della sua eccezionale lateralità al cantautorato contemporaneo, del suo talentuoso esistenzialismo nell’approccio al suono, di quella capacità quasi innaturale di sospendere la realtà temporale di chiunque si immerga nella sua opera. On&On si dipana sul reiterarsi della stessa struttura/canzone intervallandosi con brani folk-rock eccezionali (nel senso etimologico del termine). Una volta infilata la chiave di ingresso sarà difficile per chiunque allontanarsi da tale e rara bellezza.

12° Miglior album 2020 – Haim – Women in Music Pt. III

A volte basta il titolo per intuire tutto quello che c’è da comprendere. Le ragazze sono diventate adulte e lo vogliono dimostrare chiaramente in ogni possibile frangente: musicalmente, esteticamente, culturalmente. Mai la female-band per eccellenza degli ultimi anni (anche se ammetto di preferire personalmente ancora le Wairpaint) aveva realizzato una collezione di canzoni così curate ma dirompenti, ottimamente arrangiate senza risultare mai ridondanti, cantate magnificamente e interpretate senza sbavatura alcuna. Pop rock raffinato, ricco di sfumature funk e r’n’b, baciate da atmosfere sensuali e radiofoniche. Un tempo si sarebbe detto album della maturità, ora possiamo solo annotare la crescita esponenziale di questo trio pronto a conquistare il mondo. Sempre che non lo stiano già facendo (non credo che siano molti gli artisti che si possono fregiare di avere il maestro Paul Thomas Anderson alla regia dei propri videoclip).

11° Miglior album 2020 – Non Voglio Che Clara – Superspleen Vol. 1

Quanto (mi) mancavano i Non Voglio che Clara nella scena discografica italiana! E non parlo solamente della loro presenza “produttiva”, ma proprio della personalissima concezione del loro modo di fare musica, di proporla, di manipolarla, di abbracciare e restituire i propri riferimenti artistici, tradizionali e distanti, in canzoni di bellezza e profondità sempre sorprendenti. La band di Fabio De Min ha veramente pochissimi concorrenti sulla scena nazionale, odierna e passata, che abbiano le capacità e il talento di proporre un pop rock traboccante di arrangiamenti colti, linguaggio poetico/colloquiale, melodie ancestrali, divagazioni “alternative”. In ogni singola canzone è possibile scorgere sempre qualcosa di nuovo ed eccitante ad ogni nuovo ascolto. I Non Voglio Che Clara hanno già affermato che potrebbe non esserci un Vol. 2 e che il futuro è tutto ancora da scrivere: mi auguro solo di non dover aspettare, ancora una volta, troppo tempo senza la loro arte.

10° Miglior album 2020 – Caribou – Suddenly

Sono a conoscenza che una frangia cospicua dei fan di Dan Snaith, in arte “anche” Caribou, è rimasta perplessa, se non addirittura delusa da Suddenly, ultima fatica del musicista/dj. Credo che le ragioni siano da ricercare nell’attitudine e nell’intento abbastanza evidente con cui l’autore è tornato ad affacciarsi al mondo discografico: più forma canzone che intelligent dance music, più vocalità che sistematici beat ricercati, più sonorità sofisticated-pop che elucubrazioni sintetiche. Ovviamente scriviamo di Caribou e quindi i termini utilizzati devono essere contestualizzati alla tipicità della sua scrittura e al suo procedimento produttivo, comunque personale e riconoscibile, in cui la sostanza elettronica rimane sempre origine e fibra sostanziale dei singoli brani. Io ho trovato Suddenly per lo meno dello stesso livello qualitativo degli album precedenti e questo vuol dire in poche e banalissime parole uno degli ascolti più belli e irrinunciabili dal momento stesso della sua uscita. Top 10 guadagnata quasi in agilità.

9° Miglior album 2020 – Jessie Ware – What’s Your Pleasure?

Qualche posizione indietro dicevamo dell’exploit in questa annata di album recanti data “astrale” 2020 ma in qualche modo traducibile come periodo 1979/80/81. Jessie Ware è una delle mie artiste preferite di questo decennio che volge al termine e ritengo il suo esordio Devotion del 2012 uno dei migliori degli ultimi anni. Ammetto che dopo un secondo album ancora ottimo, Jessie è sembrata successivamente perdersi/distrarsi un po’, tra una versione troppo “vocalist chanteuse” e collaborazioni “di grido” ma non soddisfacenti. What’s Your Pleasure? invece riporta nuovamente sotto le luci della ribalta una interprete favolosa, che da il meglio di sé in versione dance-chic e incapace di sbagliare una hit che sia una. Ammantata di tessiture disco-music, Jessie ci trascina e trasporta nella sua discoteca riservata e sospesa nel tempo, dove ballerini agghindati Gucci e scenografie improvvisate si fondono insieme per una colonna sonora/esperienza esattamente opposta (oppositiva!) a questi tempi tristi e grigi. Save A Kiss (for me tonight)…anche se siamo distanziati, si balla lo stesso.

8° Miglior album 2020 – Moses Sumney – Græ (part. 1 &2)

Non è sempre andata così nella mia testa e nella mia storia: in gioventù anch’io avevo i miei grattacapi nel rapportarmi musicalmente con capelloni che bofonchiavano (o strillavano) su dieci chitarre elettriche, santoni predestinati incartapecoriti d’oltreoceano e gentaglia che parlava a casaccio su batti-tempo elettronici di cui non capivo una parola. Sentivo dalla mia le certezze accumulate (figurarsi!) fino ad allora e ci stavo pure discretamente bene, tranne per il semplice fatto che, trovandomi spessissimo e inspiegabilmente (per me) dall’altra parte dell’onda “giusta”, mi sentivo spinto/obbligato ad avventurarmi anche dove non avrei voluto in prima battuta. Poi, non ricordo quando di preciso, tutto queste frivole e (auto)imposte limitazioni hanno perso di interesse e la musica si è tramutata come un flusso ininterrotto di meraviglia e stupore che poteva affogarmi e sollevarmi come e quando voleva lei. I confini abbattuti, gli strumenti perfettamente funzionali, i testi appropriati/controversi, le voci aria necessaria ai polmoni, l’empatia e l’esclusione a braccetto costantemente senza particolari drammi. Moses Sumney quest’anno con il suo doppio album Græ ha realizzato uno straniante e incredibile compendio che testimonia con sbalorditivo impatto e molteplicità di approccio (soul, jazz, alt-pop, rock, free-r’n’b, minimal elettronic, folk) tutto quello che ho riportato sopra, esattamente quel flusso che può, dopo così tanti anni, ancora affogarmi e SALVARMI come quando e vuole LEI, La Musica. In-flusso vitale per ogni mio giorno.

7° Miglior Album 2020 – Phoebe Bridgers – Punisher

Amo Julien Baker e apprezzo la complessità istintiva di Lucy Dacus. Quindi possiamo dire che del super-gruppo, tutto femminile e giovanissimo, Boygenius, il cui esordio era entrato nella mia classifica del 2018, Phoebe Bridgers era quella che mi lasciava più freddino, sia come solista che successivamente con il lavoro in coppia con Conor Oberst. Sarà per questo che ho provato una sorta di incredulità quando mi sono accorto che l’apprezzamento iniziale per il suo nuovo album solista, Punisher, si è trasformato gradualmente in adorazione, fino a farlo diventare uno degli album più presenti nelle mie orecchie dalla sua uscita. Kyoto, Savior Complex, Moon Song, tutti i brani risplendono e riflettono un periodo creativo di assoluta urgenza e esaltazione per l’autrice. Phoebe prende a piene mani dalla tradizione folk-country-rock americana senza evidenziare minimamente complessi di inferiorità e filtra/rigenera quanto raccolto attraverso una personalità artistica schizofrenica, irrequieta, eccessiva, sognante/disturbante, presumibilmente indomabile. Il percorso testuale/sonoro si eleva e si risolve in 11 composizioni essenziali ed esigenti, siano i sogni/brividi di Garden Song, l’emo/noir di Halloween, la deflagrazione elettrica/orchestrale di I Know The End. Mi sento in fibrillazione fin da ora per quella che sarà la “risposta” di Julien (ad inizio 2021 nuovo album!) a così tanto splendore da parte della sua sodale Phoebe.

6° Miglior album 2020 – Fontaines D.C. – A Hero’s Death

Che album eccezionale è A Hero’s Death dei Fontaines D.C.! Spero che i fan mi perdoneranno, ma il salto “quantico” che la band ha realizzato dal loro esordio di appena un anno fa, è per il sottoscritto da non capacitarsene. Se esiste una branca dell’educazione musicale che mi appartiene è decisamente il post-punk e tutto quello che ci sta dentro, intorno, attaccato. E sono consapevole di come tale “materia incandescente” possa essere verosimilmente quasi impossibile da incanalare, circoscrivere e soprattutto plasmare. Non fraintendetemi, il primo album dei cinque irlandesi aveva diverse frecce al proprio arco e faceva di una certa potenza frenetica un vessillo invidiabile. Ma A Hero’s Death è una riflessione voce/strumenti di questo nostro presente tradotto in oscuro, magmatico e brutalmente sincero post-punk, aggiornato e rinvigorito da mille ramificazioni di intrusioni, ripensamenti e velocizzazioni. L’album scorre tra fragore e abbandono in egual maniera, perdura sulla pelle e frastorna i pensieri. Vuoto e pieno, pieno e vuoto. Senza possibilità di fuga. Cedere senza bisogno di perdere. O forse esattamente il contrario. Che album eccezionale è A Hero’s Death!

5° Miglior album 2020 – Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters

Chiunque segua la musica anche solo in maniera leggermente più approfondita della semplice casualità (che purtroppo mi sembra la maggioranza), dovrebbe sapere chi è Fiona Apple ovvero una delle artiste più importanti e applaudite nel corso degli ultimi venticinque anni. Artista che in pochissime uscite, considerato il lungo periodo di “attività”, ha raccontato/segnato un’epoca, ne ha illustrato nuove modalità di narrazione musicale e ne ha favorito un approccio essenzialmente privo di schemi immobili, al di là di mode, impedimenti materiali e problematiche personali. Anzi facendo leva su tutto questo, oltre al suo incredibile talento, Fiona Apple riesce a creare musica, non solo con strumenti di ogni tipo e provenienza (anche “animale”), ma sostanzialmente con ogni fibra del suo corpo e della sua esistenza. Se c’è una difficoltà nell’approcciarsi all’arte di questa straordinaria interprete/musicista è la necessità di scrollarsi di dosso, per quanto possibile, le proprie (pre)visioni, l’attitudine intellettual/precostituita e l’inutile e malevolo scetticismo dilagante di questi tempi. Fetch The Bol Cutters è una marea di pulsioni sonore/carnali, evoluzioni tribali/melodiche, dissonanze psico/sentimentali, intimi suggerimenti e crudi attacchi al finto equilibrismo sociale contemporaneo. Se ne può uscire ovviamente esausti, ma non se ne può uscire indifferenti. Per i più invece mi auguro sia solo questione di incanto assoluto.

4° Miglior album 2020 – Jimmy Heath – Love Letter

Quest’anno si è portato via per sempre Ellis Marsalis, Bucky Pizzarelli, Giuseppi Logan, Lee Konitz e altri ancora. Artisti che hanno eletto il jazz in ogni sua forma/sostanza a ragione di vita ed espressione massima del proprio cammino su questa terra. Donando a tutti noi semplicemente musica immortale. Jimmy Heath, “Little Bird”, ci ha lasciato all’età di 93 anni proprio all’inizio dell’anno, ma solamente dopo aver portato a termine le sue ultime registrazioni, confluite nel suo album/lascito Love Letters. Solo ballad in compagnia di musicisti quali Kenny Barron, Lewis Nash, Russel Malone, voci come Gregory Porter e Cécile McLorin Salvant e, per chiudere un cerchio immaginario, la tromba di Wynton Marsalis, figlio di quell’Ellis di cui sopra. Mi auguro di poter parlare a nome di tutti i meravigliosi artisti, citati sopra, scrivendo che non ci poteva essere un loro ipotetico addio all’arte e all’esistenza su questo mondo più bello e commovente di Love Letter di Little Bird. Grazie con tutto il mio cuore, Jimmy Heath (e a tutti gli altri maestri).

3° Miglior album 2020 – Dua Lipa – Future Nostalgia

Ammetto che solo fino alla settimana scorsa le posizioni 3° e 2° della mia classifica erano invertite. Non ho nessun dubbio che le due ragazze che detengono queste posizioni siano in assoluto le regine indiscusse di questo 2020 (almeno il mio) e che abbiano realizzato, non solo album di altissimo livello qualitativo, ma che abbiano interpretato nel miglior modo possibile il loro ruolo di artiste/multimediali, sfruttando in maniera precisa e concreta la situazione disastrosa dovuta alla pandemia (entrambe avrebbero realizzato tour mondiali di indubbio successo) con tutta una serie di attività intelligenti, contingenti e appropriate. Dua Lipa ha dato “alle stampe” (si fa per dire) il miglior album pop in assoluto dell’anno, ha realizzato lo spettacolo streaming-live ad oggi probabilmente definitivo e ha presieduto con bravura, eleganza e sensualità ogni più piccolo spazio le sia stato concesso o si sia meritato in questo obbligato web-year. Future Nostalgia racchiude una serie di brani da pelle d’oca per scrittura e arrangiamento, su cui la novella star mondiale ha impresso, non solo la sua identità e interpretazione, ma soprattutto il carisma di coloro che sono in qualche modo (pre)destinati ad essere i numeri uno. Purtroppo, come spesso ripeto, in Italia tutto questo viene svilito da ignoranza, preconcetti, spocchia e via dicendo. Ringrazio il cielo che nel resto del mondo le cose vadano in maniera ben differente e Dua Lipa stia ricevendo una serie infinita di apprezzamenti, premi e complimenti (anche inaspettati), oltre ovviamente ad essersi imposta sul mercato discografico mondiale con numeri da record. Quindi, l’inversione delle posizioni di cui sopra ha una sola vera motivazione: l’altra regina, oltre ad aver fatto praticamente tutto uguale (o diciamo similare) a Dua Lipa, si è anche cimentata in un raddoppio della propria produzione musicale che si è rilevato superiore in qualità a quello effettuato dalla cantante britannica con il suo Club Future Nostalgia. Poco male, sarà per la prossima volta, Queen of the Pop 2020.

2° Miglior album 2020 – Taylor Swift – Folklore & Evermore

Taylor Swift! Chi mi conosce sa che mai e poi mai avrei pensato un giorno di trovarmi a tessere le lodi della “pop/country/blonde girl d’America”, figurarsi immaginare che diventasse l’autrice e interprete che ho più amato di questi 12 mesi. Un anno, lo ripeto ancora una volta, in cui interagire con la bellezza era esistenzialmente più necessario che mai. Certo il primo cedimento delle mie certezze è avvenuto alla notizia che l’album (poi sarebbero diventati addirittura due per addirittura 33 brani!) sarebbe stato co-scritto e prodotto Aaron Dessner, una delle menti (e delle braccia) dietro (dentro) ai The National, il gruppo rock che più amo da almeno 15 anni. L’ascolto notturno allo scoccare della mezzanotte del 23 luglio mi ha colto pronto e accomunato ai milioni di fans della star: Folklore è stato una folgorazione. La ricercatezza folk-rock in sposa allo spirito più elevato della pop-music. Una scrittura limpida per una voce ancor più limpida, ma intensa come poche, su arazzi strumentali armoniosi, soavi, quasi surreali nel rapire l’ascolto. Melodie atemporali in una confezione talmente curata da rendere lapalissiano cosa differenzia una delle artiste mainstream più importanti al mondo dall’indie rocker anche più apprezzato. E per chi credesse che questo non è un merito per l’artista, lo è sicuramente (almeno in questo caso) per la sua musica, piaccia o non piaccia. Ma la Swift non si è fermata che un momento a crogiolarsi nel mare di complimenti che gli sono piovuti addosso da ogni dove e, in prima battuta, si è ripresentata con Folklore: The Long Pond Studio Sessions, un film documentario intimo e meraviglioso sulle sessions che hanno portato alla realizzazione dell’album; poi non ancora appagata, ha rilasciato un altro album di inediti, Evermore, con gli stessi collaboratori di Folklore e con ulteriori 17 gioielli incastonati in mood similare al precedente eppure molto diversi per spunti compositivi e realizzazione. Insomma, Taylor Swift sembra un essere umano incapace a (sof)fermarsi sul successo, la popolarità, la ricchezza, il potere mediatico e tutto il resto, ma anzi sembra ardere per sempre ulteriori nuove sfide e le mille possibilità che la musica possa donarle in questa vita. Noi che forse siamo probabilmente solo dei piccoli dettagli nel suo percorso, ci limitiamo intanto a goderne il più possibile! Queen of the Music 2020.

1° Miglior album 2020 – Francesco Bianconi – Forever

Fica, fica e fica. Ripeto subito e più volte questa singola parola utilizzata da Bianconi in un suo brano che sembra aver quasi offuscato l’ascolto/la percezione di Forever da parte di molti ascoltatori. Percezione che è andata a sommarsi a tutta una serie di “dicerie/valutazioni” che sul personaggio Bianconi da sempre esistono e si moltiplicano: presunta antipatia, intellettualismo da quattro soldi, precario talento interpretativo, furbo rapinatore di musica altrui. Io dalla mia mi permetto solo di affermare umilmente che Forever di Francesco Bianconi è un’opera che spazza via in un colpo solo e deciso, decine e decine di opere più rinomate, anche tra quelle più celebrate del cantautorato italiano. Prodotto da Amedeo Pace dei Blonde Redhead, arrangiato dal maestro Thomas Bartlett (applausi forti) e dal maestro Michele Fedrigotti (applausi fortissimi), con agli archi il Balanescu Quartet (applausi e lacrime di gioia) e i feat. vocali di Rufus Wainwright, Kazu Makino, Hindi Zahra e Eleanor Friedberger (la pelle delle mani risulta ormai polvere), Forever utilizza in maniera personale e magistrale le possibilità infinite della “musica classica” (con buona pace dei rockettari, la musica “storicamente e oggettivamente” per eccellenza nella storia dell’uomo, almeno finora) per cantare quello che solo lui (o forse anche Simone Lenzi) in Italia sa cantare: la congiunta quotidiana grandezza e smisurata meschinità dell’animo umano dentro il suo agire claudicante in questo mondo. Impossibile per me sinceramente riferire e raccontare tutti i passaggi testuali e musicali in cui le lacrime ogni volta sgorgano senza avvertire, dove il mio (ri)canto si incrina su un passaggio invece di un altro, su quale profonda verità o efferato inganno il mio cuore cessa per un attimo di battere. Francesco Bianconi ha realizzato, in questo 2020, un album che trascende la realtà impostaci, i confini territoriali, le scansioni del calendario, la distanza per la carne e nello spirito, le nostre vite e quelle di tutti gli altri. Un album “pensato impossibile” eppure che oggi esiste. Un album di musica “for-ever”. Semplicemente il mio album dell’anno. Vi lascio con quello che ritengo l’apice, personale ed emozionale, dell’opera: Zuma Beach. Grazie a tutti quelli che mi hanno seguito e letto. Alla prossima.