R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Concepire un album così brillante in grado di eclissare qualitativamente gran parte delle uscite attuali in ambito jazz, non dev’essere stata impresa così facile da realizzarsi. Soprattutto per un artista di settantasette anni come Tom Harrell che presenta un lavoro opulento pur nella sua semplicità e scorrevolezza, ricco di episodi melodici e momenti swinganti che rimandano a tratti alla memoria delle grandi orchestre con cui lo stesso Harrell ha collaborato in passato. L’esperienza di questo trombettista e la morbidezza del suono, già rimarcata nel suo precedente lavoro del 2022, Oak Tree – leggi qui – ne tracciano i contorni piuttosto bakeriani del suo modo di suonare, con una pars construens di per sé molto elastica che ben si adatta alla potente macchina ritmica presente anche in quest’ultimo album, Alternate Summer. Mi riferisco in particolar modo al lavoro del contrabbassista Ugonna Okegwo e del batterista Adam Cruz, ormai quasi compagni inseparabili di Harrell,ai quali si affianca il pianista venezuelano Luis Perdomo al pianoforte ed alle tastiere, tutti musicisti già presenti nel precedente già citato Oak Tree. Ma in questa circostanza il trombettista viene affiancato da due sax tenori, Dayna Stephens – una dozzina di album nel suo curriculum da leader insieme ad una serie di importanti collaborazioni con Kenny Barron, Gerald Clayton, Al Foster, Gretchen Parlato, Brad Mehldau, Julian Lage – e l’altro tenor-sassofonista Mark Turner di cui Off Topic si è già occupata più volte,vedi qui, qui e ancora qui. Completa il quadro il chitarrista californiano Charles Altura.

Alternate Summer è un lavoro in giacca e cravatta, non certo perché sia serioso o paludato, bensì per la sua propria naturale e raffinata eleganza. Decenni di jazz vengono riassunti tra le note di questa musica, lontana da ogni forma d’avanguardia ma certamente mai banalmente derivativa. La punteggiatura dell’album risente di molti elementi classico-moderni, ad esempio quelle tracce di funky soprattutto per merito dell’organo e del Rhodes di Perdomo, e anche quelle ballate più classiche rese dal gloom della tromba di Harrell e dalla chitarra di Altura, nonché del caldo fondale orchestrale dei fiati che incide sul campionario emotivo dell’intero album, il tutto sorretto dal preciso pilastro ritmico di contrabbasso e batteria. Le soluzioni soliste e timbriche sono mutevoli, dinamiche, con un assetto melodico solido e lineare che regge le fila di una musica quasi provocatoriamente semplice da seguire, intrisa di una piacevolezza e di un carattere d’insieme che mantiene questo lavoro interessante e divertente anche dopo reiterati ascolti. Le composizioni dell’album sono tutte di Harrell, con arrangiamenti dettagliati, misurati – proverbiale l’attenzione quasi maniacale con cui egli cura le sue partiture – adatti a sollecitare un appagamento sensoriale come non capita spesso di provare. Pure, questa musica va all’essenza del messaggio, è priva di un edonismo sonoro fine a sé stesso ma si sviluppa con immediatezza, senza eccentricità né apatiche cantilene, mantenendo un nerbo energetico di fondo tra assoli calcolati e le complesse sfumature d’intreccio dei vari strumenti.
S’inizia con Miramar ed è subito un tematico swingante mid-tempo sorretto dalla tromba e dal sax di Turner. Si nota, in primis, oltre all’architrave ritmica offerta dall’asse Okegwo-Cruz, le note delicate e premurose della tromba di Harrell che mandano bagliori a trecentosessanta gradi, impegnandosi in fraseggi spontanei, evidenziati in tutta la loro limpidezza, ottenuti peraltro senza alcuna apparente forzatura. Fantastico il continuo intervento strutturale delle note funkeggianti del Rhodes di Perdomo, un contrappunto continuo e caleidoscopico allo svolgimento della trama musicale, prima che il tastierista dimostri tutta la sua capacità tecnica ed il suo groove in un trascinante assolo che seguirà quello del leader. Ottimo anche l’intervento del sax di Turner che sembra seguire il credo di Harrell, con fraseggi fluidi e mai ansiogeni. Chiude la ripresa del tema a cui segue il secondo brano in scaletta, Peanut. Un po’ meno swing rispetto alla traccia precedente ma comunque si viaggia sempre sulle ali di un mid-tempo rilassato. Il tema iniziale s’avvale di una melodia incentrata su una sequenza di note ostinate, allineate su una ritmica quasi di stampo r&b. Harrell e Turner s’alternano negli assoli veleggiando su una struttura di base semplice, fondata su un giro di pochi accordi che si ripetono. Sempre strategicamente importante il supporto di Perdomo al Rhodes.

La title-track Alternate Summer è un’autentica ballad, dalle tinte quasi pop con il soffio di Harrell che la rende morbida e suadente. A dare colore al brano, oltre al solito Perdomo, questa volta fa la sua apparizione la chitarra discreta di Altura, mentre Turner si ascolta in lontananza. La melodia, d’intenso aroma estivo, molto cantabile, per certi versi mi ha ricordato i climi vaporosi del miglior Pino Daniele, con quel tocco di sapiente svagatezza laid-back che pare quasi un pacato reportage d’un lungo giorno d’agosto. Con Intermezzo fa la sua comparsa l’altro sax tenore, quello di Stephens. L’inizio, stigmatizzato da quello che sembra un robusto tema melodico rappresentato in una serie di note in progressione discendente, parrebbe preludere a qualcosa di diverso rispetto invece a quello che segue, cioè un lungo, lento, meditato e convincente assolo di contrabbasso di Okegwo, seguito da una performance di Harrell alla tromba che sembra esaurirsi tra le braccia di un’insolita ballad. Il brano parrebbe il prodotto di una cucitura di due momenti differenti, due tematiche lontane tra loro ma fuse insieme alla ricerca di una coerenza che però non appare comunque molto evidente. Con UV cambiano un po’ le carte in tavola. Stephens, oltre che con il leader, si relaziona sia con l’organo di Perdomo che con la chitarra di Altura in un iniziale valzer moderato interrotto da alcuni bridge ritmici che però finiscono tutti per confluire nel ¾ impostato primariamente. L’assolo di Stephens ha un disegno più aspro e nervoso, rispetto al collega Turner, contrappuntato ad ogni modo dal sempre presente Perdomo all’Hammond. Harrell ci delizia con un intervento pieno di garbo, così come fa Altura con la morbida timbrica della chitarra. Finale infarcito da un assolo fluorescente di Cruz alla batteria. In Chalcedon troviamo ancora la coppia di fiati Stephens-Harrell ma Perdomo lo si può finalmente ascoltare al pianoforte. La base ritmica nella coppia piano-contrabbasso imposta un tessuto di base d’ispirazione latina formato da due intervalli di quinta che s’alternano scendendo di un tono – da un Fa-Do-Sol ad un Mib-Sib-Mib. Quando il tema si esaurisce naturalmente, si presenta l’assolo di tromba e il suono smaliziato del leader a precedere l’intervento del sax di Stephens. E questa volta apprezziamo il brillante lavoro sul piano di Perdomo, veramente elemento duttile e di comprovato valore, di cui è utile saper cogliere il sapiente frastaglio delle sue note pulite, spizzate nell’atmosfera latin-bop di questo brano. Heliotrope è un pezzo lento che possiede un tema altamente suggestivo dove le somiglianze della tromba di Harrell con quella di Chet Baker qui paiono più evidenti. Altura abbandona la chitarra elettrica per imbracciare l’acustica lavorando su un assolo perfetto che s’avventura tra gli strappi poderosi del contrabbasso, mentre il pianoforte si mantiene tra le righe con qualche colore riempitivo. A tratti la timbrica della chitarra assomiglia ad un’arpa, anche per il modo elegante dello stesso Altura d’intendere l’accompagnamento. Tacciono i sax ed è l’unico brano in cui questo avviene. Plateau abbandona le atmosfere soft inserendosi in un clima incalzante e tensivo dalle componenti più drammatiche, soprattutto maggiormente avvertite nelle fasi iniziali della stessa traccia. L’atmosfera si fa meno tagliente con l’assolo di tromba, come sempre piuttosto misurato e controllato anche se in questo caso caratterizzato da volute più vicine al be-bop. Irrompe poi il sax, ancora di Stephens in questo frangente e sempre piuttosto acre. Segue un assolo di pianoforte che precede una chiusura tirata in corsa sul filo d’un rasoio. In Wind ritorna la coppia Harrell-Turner in un brano dall’impronta modale e che dura oltre dodici minuti. Le note di piano fanno da bordone sulle quali s’intreccia il vigoroso suono del contrabbasso in assolo. Il pezzo dimostra una certa stravaganza compositiva, rispetto ai brani precedenti, da cui si discosta mostrando una struttura insolita, tra il funky di Hancock – ascoltate l’assolo di Perdomo – qualche inflessione mingusiana e certe soluzioni più contemporanee di improvvisazione libera. Notevole l’assolo di Turner come pure lo scorbutico drumming di Cruz. Comunque il brano non devia mai da un controllo totale complessivo, una sorta di supervisione intrinseca che impedisce una deriva che apparirebbe improbabile nel contesto di un lavoro come questo. Radius chiude l’album con un brano pressante, forse il momento più hard-bop di tutta l’opera, dove sia Harrel che Turner si lasciano maggiormente andare sull’onda della potente sintassi ritmica in cui il pezzo si è costruito.
Il fluido, continuo colloquio tra i fiati, è uno degli elementi più in vista di Alternate Summer, ma non bisogna assolutamente sottostimare sia l’intenso polso ritmico offerto dalla coppia Okegwo-Cruz che l’intervento fortemente strutturale di Perdomo. Da segnalare anche la chitarra di Altura, raffinata tinteggiatura timbrica che completa il già ricco quadro musicale. Di Harrell, del suo suono elegantemente aristocratico e alle volte un po’ umbratile, resta da sottolineare l’ardore compositivo, il sapersi districare tra la creazioni di melodie liriche e i fraseggi puliti, mai nevrotici, con un portamento che non dimostra alcun appannamento in fase compositiva né tanto meno in quella esecutiva.
Tracklist:
01. Miramar (7:17)
02. Peanut (3:43)
03. Alternate Summer (4:17)
04. Intermezzo (3:42)
05. UV (6:54)
06. Chalcedon (6:17)
07. Heliotrope (4:12)
08. Plateau (5:20)
09. Wind (12:21)
10. Radius (5:48)






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