R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Trasformare l’eredità pucciniana in una nuova forma musicale, come nel caso della Turandot proposta da Eugenia Canale e dal Rebus Quartet, è sicuramente un progetto temerario e non esente da rischi. Ma se ad imbarcarsi in questa avventura è una pianista con una solida preparazione classica e un’altrettanta competenza jazzistica, allora si può delineare un’esperienza sonora unica, un insieme di variegati colori e simbolismi che affondano le radici in una costruzione musicale già di per sé sofisticata e piena di carattere all’origine. Personalmente ho sempre avvicinato gli ibridi tra musica classica e jazz con una certa riottosità, rimanendo alle volte infastidito da interpreti egocentrici e pretenziosi privi di quella sufficiente umiltà per poter rileggere e riproporre storici musicisti del passato. E misurarsi con lo spessore della musica di Puccini è senza ombra di dubbio un test alquanto impegnativo.

A questo proposito ricordo tre lavori piuttosto interessanti pubblicati in questi ultimi anni, il Puccini in Jazz (2014) di Marcello Tonolo con Michele Polga, Domenico Santaniello e Massimo Chiarella e qualche anno prima sia Puccini di Renato Sellani (2007) che Puccini Jazz Recondite Armonie di Riccardo Arrighini (2008). Ma se la caratteristica di questi album era un’escursione a volo d’uccello su diversi momenti più conosciuti e memorabili tra le composizioni del musicista lucchese, invece, nel caso della Canale, ci si concentra su alcuni temi presenti all’interno di una sola opera come appunto la Turandot, originariamente strutturata in tre atti e cinque quadri. Scritta nell’arco di quattro anni, dal 1920 al 1924, questa opera rimase incompiuta alla morte dell’Autore, anche se poi vennero aggiunti in un secondo tempo diversi finali da altri compositori. Per avere un’idea della preparazione classica della Canale e rimuovere i naturali dubbi dei puristi, consiglierei, sempre che siate interessanti ad un certo tipo di musica, un album doppio, veramente splendido, dedicato al compositore milanese Felice Lattuada, Violin Sonatas & 12 Piano Preludes dove la pianista si misura in trio e in piano solo. Ma se invece avete curiosità di esplorare il lato più contemporaneo della stessa Autrice, al di là delle sue collaborazioni con l’armonicista Max De Aloe, sarà sufficiente cercare le giuste dritte leggendo le precedenti recensioni musicali di Off Topic, dando un’occhiata qui, ancora qui e infine qui. Questa Turandot si presenta come un viaggio all’interno del mondo variegato pucciniano attraverso l’esplorazione eufonica e coscienziosa delle possibilità del linguaggio jazzistico, quando si abbia appunto il dovuto rispetto e la professionalità nell’intraprendere un confronto di questo tipo. La coraggiosa rilettura della Canale e sodali rispetta la maestosità del melodramma originale con un arrangiamento ardito ma che ne svela un’inaspettata anima nascosta, trasfigurata – prendo in prestito un termine utilizzato dalla stessa Autriceattraverso l’ottica prismatica di un jazz che si nutre di suoni contemporanei e intensi momenti d’improvvisazione. La musica così prodotta sembra trasformare la Cina fantastica di Puccini in una terra di sorprendenti possibilità sonore, dove ogni strumento possiede una voce distintiva e un’altrettanta personalità ben definita. Il Rebus Quartet si fa dunque portatore di un’ambiziosa mescola d’intenzioni, un dialogo tra innovazione e tradizione con un duplice scopo. Da un lato il desiderio – magari anche inconsapevole – di ridefinire i confini del jazz contemporaneo e dall’altro la realizzazione di una visione che parte dal modernismo d’inizio novecento per riconfigurarsi ai giorni nostri sotto un aspetto formale più attuale. La storia della principessa Turandot, scritta dai librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni, sembra quasi in parte suggerita dal dramma sofocleo di Edipo. In un’ipotetica Pechino al “…tempo delle favole”, il Mandarino annuncia che l’Imperatore darà in sposa la figlia Turandot a quel pretendente di sangue reale in grado di risolvere gli indovinelli da lei proposti ma in caso di fallimento il giovane aspirante dovrà essere decapitato. Tra gli inevitabili suicidi, pene d’amore e la scoperta del sentimento erotico da parte dell’algida principessa per il giovane Calaf, si svolge il melodramma condotto, in questo caso, con intraprendente equilibrio dal Rebus Quartet. Il gruppo è costituito, oltre che dalla stessa pianista Canale, da Achille Succi al sax contralto e al clarino basso – molto presente tra le pagine di Off Topic, digitando il suo nome nell’apposito banner di ricerca – Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso – lo si trova con Nexus, Giancarlo Tossani e Claudio Fasoli – vedi qui, qui e ancora qui – e Roberto Pagliero alla batteria.

L’album inizia con il perentorio incipit di Popolo di Pekino! che nel cantato lirico abbonda di intervalli di terza maggiore sui quali si manifesta il proclama del Mandarino. Rebus Quartet traduce il tutto focalizzandosi sulla voce del clarino basso, includendo anche la traccia melodica che nell’opera corrisponde a Padre, mio Padre. Il piano molto arioso, nell’obbligato rispetto di una delle maggiori caratteristiche di Puccini, appunto la melodia, segue il canto del clarino, il tutto con la ritmica accennata a moderato supporto di contrabbasso e batteria. Curiosa l’interpretazione di Gira la Cote! (!!) che in Puccini è un momento assolutamente corale, estremamente moderno per i tempi, quasi anticipatore di Stravinskij con l’assommarsi di passaggi a semitoni per sottolineare l’impatto drammatico del momento. Canale e sodali trasformano il tutto affidando al piano elettrico e al sax contralto l’avvicendarsi del tema, qui sottoposto ad una robusta chirurgia estetica che trasforma il brano in un serrato funky-blues dal cuore in gola.

Nuda Perla ch’Altera/Là sui Monti dell’Est ripropone una delle parti corali più all’avanguardia, addirittura debussyane dell’originale traccia Perché Tarda la Luna. Il quartetto rilegge in un modello contemporaneo proprio quell’istante di modernità modificandone l’impatto ed adattandolo ai nostri tempi con un incrocio fattivo tra clarino, piano elettrico e contrabbasso archettato e poi pizzicato, sopra una trama percussiva rarefatta e notturna. Nella seconda parte, quando Puccini propone una semplice melodia di stampo orientale – così come come un occidentale, ai tempi, se la sarebbe potuta immaginare – sarà il  pianoforte tra le iniziali rimbombanti note di contrabbasso a riproporre questo tema, realizzando quasi una ballad e incrociandosi col clarino che contrappunta la melodia, ormai posseduta dall’improvvisazione. Non Piangere Liù! è una di quelle trame cantate per cui Puccini divenne giustamente famoso. Condotta principalmente ma non esclusivamente dalla voce del tenore, nell’originale vive di escursioni dinamiche che la Canale è ben attenta a far risaltare strumentalmente nella versione in quartetto. Il suo pianoforte sovrappone l’arpeggio allo sviluppo melodico con un’ottima base ritmica di sottofondo. Il brano è di grande impatto emotivo, non solo per la scrittura del Maestro toscano ma anche per la resa spettacolare che ne risulta dall’arrangiamento del Rebus Quartet. Ottima la presenza di Succi al contralto, altrettanto buona la cavata di Mangialajo al contrabbasso ma in questo brano tutto funziona fluidamente e si avverte come l’interplay si realizzi quasi magicamente tra gli elementi del gruppo, alternandosi tra pause, spazi prossemici e pieni sonori. Olà Pang, Olà Pong deve essere stata ascoltata parecchie volte da Gershwin per il suo An American in Paris con quegli ottimistici pieni orchestrali. Il Rebus Quartet rivede il brano confezionandogli un abito saltellante, velatamente umoristico in un incalzante stomp di 2/4 che tende ad accelerare nella seconda parte, carico di swing. Tra i momenti più ludici dell’album. Nell’originale e magniloquente Gravi, Enormi ed Imponenti, s’incrociano talmente tante influenze che vale la pena parzialmente di farne accenno. Da una parte segnaliamo la suggestione evidente che ne ebbe Gershwin ma d’altra parte Puccini raccolse una certa impronta dallo spirito russo di Mussorgskij, avvertibile nella parte più corale e quasi innodica del finale. Una lettura un po’ bandistica viene sottoscritta inizialmente dalla Canale che tende però poi a trasformarla in un momento più studiato, con un’improvvisazione pianistica condotta con un gran senso della misura immersa in un clima swingante e bluesy nello stesso tempo. Seguiranno momenti alterni tra climi di vaudeville e intermezzi melodici, per poi fondersi in un insieme dalle tendenze hard be bop. Straniero Ascolta /Rebus è l’occasione che nell’opera vede fronteggiarsi la voce del soprano con quella del tenore. Il pianoforte della Canale ripercorre l’aria del canto femminile ma il brano riproposto è tutt’altro che lineare e tende a dissolversi spesso in frammenti meno coesi che sono il risultato di forme libere – forse anche troppo – con l’aggiunta, nella seconda parte, di segmenti che paiono influenzati da Schoenberg. Il brano si ricompone nel finale ma tutto sommato è la traccia che mi convince di meno. Avevo qualche remora sulla scelta del successivo brano, Nessun Dorma!, non certo perché questa aria sia men che meno meravigliosa e nemmeno per la bella versione della Canale & C. Il problema è legato alla ridondanza con cui questo iconico brano è stato proposto un po’ in tutte le salse e non c’è che la continua ripetizione per depotenziare la bellezza d’una melodia epocale come questa. Credo però che il Rebus Quartet si sia accorto in tempo della trappola ed infatti ha organizzato tutto con magistrale accortezza, a cominciare dallo splendido intro gestito a due tra sax e pianoforte che scivola con dolcezza nel tema riconoscibile portato dalla Canale senza enfasi. Da notare poi il solo di contrabbasso che precede un finale giustamente posto in risalto, in linea con l’originale esibizione di potenza tenorile, dove il sax di Succi non sfigurerebbe, in quanto ad estensione intervallare, nemmeno davanti a Pavarotti… Tu Che di Gel Sei Cinta come pura bellezza, se la può tranquillamente giocare con l’aria precedente. Ancora il pianoforte che fa le veci della soprano, suonato così delicatamente da sembrare un carillon almeno fino a quando entrano in gioco gli altri elementi del gruppo e crescono le dinamiche soniche ed espressive.

La Turandot di Eugenia Canale Rebus Quartet, si distingue per la capacità di rimanere ancorata alla poetica originaria pur creando un universo musicale parallelo, un regno del sogno e della luce in cui trovano collocazioni idonee gli omaggi alla tradizione melodrammatica pucciniana. Questa Turandot dimostra che anche le opere più simboliche possono rinascere in contesti nuovi e inaspettati, senza perdere la loro essenza immortale. A patto di essere trattate con il riserbo e la competenza che meritano, pur se sottoposte ad un ardito rimodellamento armonico come in questo caso.

Tracklist:
01. Popolo di Pekino! (04:00)
02. Gira la cote! (06:12)
03. Nuda perla ch’altera / Là sui monti dell’est (09:20)
04. Non piangere, Liù! (08:49)
05. Olà, Pang! Olà, Pong! (03:40)
06. Gravi, enormi ed imponenti (07:23)
07. Straniero Ascolta /Rebus (07:44)
08. Nessun dorma! (04:23)
09. Tu che di gel sei cinta (05:14)

Photo 1 © Michał Buksa, 2 © Paola Tieppo

One response to “Eugenia Canale Rebus Quartet – Turandot (Abeat Records, 2025)”

  1. […] Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso – già con Claudio Fasoli ed Eugenia Canale, leggi qui e qui. L’energia circola, il dialogo funziona, la coesione è evidente. Manca un elemento perturbante, […]

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