R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Sarebbe completamente fuori luogo soffermarsi insistentemente sui riferimenti stilistici di un musicista come il sessantenne torinese Emanuele Cisi. Ovviamente, soprattutto quando si parla di strumenti a fiato e quindi in particolar modo di sassofonisti, le citazioni confluiscono quasi sempre verso alcuni nomi tra i più grandi, come John Coltrane, Sonny Rollins, Lester Young, Pharoah Sanders… Cisi non fa eccezione riguardo a questi orientamenti ma il suo importante curriculum concertistico e discografico – ben oltre una decina di lavori da titolare più altrettanti come collaboratore nel corso di una carriera trentennale – ci racconta molto di più di una semplice affinità con le citate personalità musicali del passato. Innanzitutto bisogna prendere atto di come questo sassofonista abbia sempre lavorato sul proprio suono, cercando di renderlo personale, infondendovi un calore e un rilievo timbrico tale da renderlo familiarmente individuabile. Poi, sapendo che il jazz è una lunga storia di conversazioni tra passato e presente, il musicista torinese ci porta ora il suo più recente contributo colloquiale con questo Rushin’ in cui, muovendosi agilmente tra ricerca e tradizione, cerca di catturare l’essenza di questa musica ricombinandone gli elementi chimici primordiali, cioè melodia, swing, be-bop, blues e naturalmente improvvisazione.

Off Topic si era già occupata di Cisi, devo dire finora indirettamente recensendo le sue collaborazioni con l’album della Verdi Jazz Orchestra Flying Over the Clouds (2024) – vedi qui – e qualche anno fa Time of Silence di Dino Rubino (2020) – leggi qui. Occupandoci di questo ultimo album cerchiamo di riportare l’attenzione – con colpevole ritardo – direttamente sulla figura dell’importante sassofonista e sulla realizzazione di questo Rushin’, il cui titolo forse richiama, oltre che una certa pressione di urgenza creativa, anche la velocità con cui questo album è stato inciso – le note stampa parlano di un solo fine settimana… Del resto come garantire questa specifica freschezza sonora ottenuta con poche sedute di realizzazione se non attraverso un’azione estemporanea che restituisca tutta l’energia e l’ispirazione del momento? Evidentemente, come in un diario musicale scritto di getto, la musica di Cisi e del suo quartetto non cerca tanto la perfezione formale, ma la verità emotiva dei temi e delle improvvisazioni ad essi relativi anche se, va detto, il valore tecnico di tutti i musicisti rappresenta quanto di meglio ci possa essere a livello internazionale. In questo album non trovano posto barocchismi inutili né sperimentazione forzate ma l’essenza di una musica mai disarticolata dalle proprie radici che dimostra la consapevolezza di chi ha attraversato decenni di jazz e ne ha assimilato ogni sfumatura. Tra le cose più importanti da sottolineare, inoltre, c’è il divertimento che Rushin‘ trasmette all’ascoltatore, qualcosa che si avverte debba esser stato originariamente provato e condiviso dagli stessi strumentisti. Un’esperienza collettiva così come forse il jazz dovrebbe sempre essere, un esercizio ben ripartibile complessivamente tra artisti e pubblico. Insieme a Cisi troviamo il pianista Dado Moroni che credo, almeno tra i jazzofili, non abbia bisogno di presentazione alcuna. Al contrabbasso c’è il belga Nicolas Thys, mentre alla batteria è presente una vecchia conoscenza di Off Topic, lo spagnolo Jorge Rossy, la cui presenza la possiamo accertare in ben quattro recensioni di cui ci siamo occupati tra il 2021 e il 2024 – vedi qui, qui, ancora qui e inoltre qui. Per finire abbiamo come ospite del quartetto, in due brani, il trombettista ventinovenne Cesare Mecca, anche lui presente in diverse recensioni di O.T. – puoi leggere qui, qui e ancora qui. Il disco si divide tra composizioni originali di Cisi e Moroni, qualche standard e versioni di brani riferibili a jazzisti iconici come Hank Mobley, Randy Weston e Jackie McLean.
Apre l’album un accenno a certo jazz modale alla Pharoah Sanders con un brano dello stesso Cisi, Pharoah’s Message. Anche se il titolo evidenzia l’idea d’un palese omaggio al sassofonista di Little Rock, in realtà trovo che in questo pezzo vi sia molto più Coltrane che non lo stesso Sanders. L’introduzione, affidata ad un riff di contrabbasso, sprona il tenore di Cisi verso fraseggi pieni di calore che tradiscono un indocile modo di suonare, sostenuto dalla rete scoppiettante di percussioni di Rossy e dalla brillante punteggiatura pianistica di Moroni. Segue The White Lie dove l’Autore passa ad un melodico sax soprano nel contesto di un mid-tempo molto fluente e con un tema deliziosamente orecchiabile. Qui le percussioni si diradano ma il contrabbasso di Thys diventa più avvolgente, impegnandosi in un assolo dal passo discreto ed articolandosi con il pianoforte in evidenza che sfiora a tratti il tema, ripreso poi dal soprano di Cisi e giocato tra le improvvisazioni fino alle battute finali. Giunge poi la title-track Rushin’ e qui si respira l’aria fumosa della Blue Note in un brano composto sempre da Cisi che in questo contesto ritorna ad imbracciare il tenore. Il ritmo s’incrementa, tutto si fa più veloce e swingante, senza perdersi in eccessi. Il brano sembra un po’ il manifesto dello spirito di un album che non vuole essere eccentrico ma perfettamente in linea col cuore della tradizione più nobile del jazz. Immerso nell’assetto propulsivo della ritmica – con anche qualche bacchettata di Rossy sul cerchio dei tamburi come spesso faceva Art Blackey – il pezzo si avvale degli ottimi fraseggi improvvisati dell’Autore, alternati al secco be-bop pianistico di Moroni. Fuoco e fiamme fino alla fine della traccia, quando poi il gruppo affronta il primo standard della selezione.

Baubles, Bangles & Beads (1953) è di Wright-Forrest e prende ispirazione dal secondo movimento del quartetto d’archi in Re maggiore di Alexander Borodin, come del resto la quasi totalità delle composizioni da cui questo brano è tratto, cioè dal musical Kismet – avete in mente la popular song Stranger in Paradise? Anch’essa fa parte dello stesso musical ed è tratta dalle Danze Polovesiane del compositore russo… Il brano viene introdotto dai trilli ripetuti del soprano che segue la scia coltraniana in un ¾ ben scandito dal dualismo sax-pianoforte. Bellissimi i due assoli, rispettivamente di Cisi e di Moroni, inoltre da segnalare la sempre efficace trama ritmica di sostegno. Irresistibile la seguente My Groove Your Move, brano di Hank Mobley tratto dall’album Roll Call (1961). Si torna di nome e di fatto alle atmosfere Blue Note con un tema ripercorso molto fedelmente dal gruppo e nel quale appare la luminosa tromba di Mecca a spartirsi lo spazio dell’assolo con lo scansionante tenore di Cisi e il brillante piano di Moroni. Una musica gravida di blues swingante, interpretata senza eccessi e quasi con rigorosa semplicità. Il brano seguente è il famoso standard Never Let Me Go (Livingstone-Ray Evans) del 1956. Versione intrisa di lirismo, naturalmente sotto forma di ballad, con una melodia originale dallo schema ben quadrato, languida senza esagerazioni, con tanto di sax soffiato e una progressione melodica ascendente a mo’ di cadenza finale. Segue un brano corposo come Riverside Blues introdotto con una rullata vecchia maniera da parte di Rossy e condotto per mano dal tenor sax di Cisi, dal suono torbidamente caldo e affilato. Non si tira indietro il pianoforte che interpreta il blues forse in modo un poco scolastico ma con grande perizia tecnica. Little Melonae porta la firma di Jackie McLean e faceva parte dell’album Presenting…Jackie McLean (1956), debutto ufficiale dell’omonimo contraltista di New York City. La versione di Cisi &C. è forse lievemente rallentata rispetto all’originale ma in un album live del Jackie Mclean Quartet, Dr.Jackie, registrato a Baltimora nel 1966 e pubblicato parecchi anni dopo, si può ascoltare l’indiavolato sassofonista americano correre addirittura a mille all’ora… Molto equilibrata e swingante l’interpretazione presente in Rushin’ che si svolge in una serie di fraseggi dal registro blues, dopo un tema pieno di stacchi e riprese e di seguito ad un breve momento in solo di Thys. Questa volta Moroni esegue al piano una sezione tutt’altro che prevedibile in una serie di interventi alternati in un dai-e-vai col sax, usando una sequenza di preziosi fraseggi be-bop. C’è anche una parentesi dedicata ad un ficcante colloquio a due tra batteria e contrabbasso. Ile de Roume è invece una composizione di Moroni che egli affida inizialmente ad un’introduzione libera di contrabbasso con sottofondo percussivo. Quando il lavoro di Thys si trasforma in un riff dall’aspetto quasi rokkeggiante, il sax soprano introduce il tema vagamente scanzonato e rilassato mentre il piano si diletta in un accompagnamento dal sapore molto latino. Il brano che ne risulta appare ricco di sfumature cromatiche e caratterizzato da una melodia di note gioiosamente squillanti. Boogaloop torna a livello compositivo dalla parte di Cisi e qui il tenore si sbizzarrisce, insieme al ritorno della tromba di Mecca, in una sorta di struttura blues dall’incedere pieno di swing. Il brano è divertente, comunicativo e lo collocherei vicino a certi lavori di Horace Silver. Hi-Fly è il rifacimento di un brano del pianista Randy Weston scritto verso la fine degli anni ’50 e che compare per la prima volta nell’album New Faces at Newport (1958). Questo pezzo, che conclude l’album, diventa una questione privata tra sax e piano. I due s’incrociano a meraviglia ed è forse questo il punto di massimo splendore per Dado Moroni che sembra pienamente coinvolto in un’interpretazione eclettica ma composta, nella quale emerge finalmente tutto il suo comprovato talento.
Alla ricerca di un jazz che ci faccia ricordare la sua storia, in un’epoca di produzioni patinate o di avanguardie troppo cerebrali, Rushin’ è quasi un invito al piacere di ascoltare senza sovrastrutture, semplicemente seguendo il lavoro strumentale di questi musicisti per abbandonarsi al mood immediato e spontaneo da loro stessi proposto. Emanuele Cisi ci consegna un album che non è solo un omaggio alla tradizione ma è frutto di un’operazione collettiva, collaborativa, persino battagliera nel suo sapersi esprimere con questi toni di alto profilo tecnico, non così frequentemente riscontrabile, peraltro, in altre italiche produzioni contemporanee.
Tracklist:
01. Pharoah’s Message [6:20]
02. The White Lie [6:01]
03. Rushin’ [4:12]
04. Baubles, Bangles & Beads [5:12]
05. My Groove Your Moove [4:50]
06. Never Let Me Go [6:08]
07. Riverside Blues [3:26]
08. Little Melonae [7:15]
09. Ile De Roume [5:57]
10. Boogaloop [4:53]
11. Hi Fly [4:39]
Photo 1 © Roberto Cifarelli, 2 © Enrico Pandiani






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