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Ben Ottewell

Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

In principio era il Folk, quello impegnato di Bob Dylan e Joan Baez, la stagione dell’amore, gli anni delle grandi proteste, della guerra in Vietnam, del Peace & Love, poi venne il Rock vero e lo stesso Dylan imbracciò l’elettrica, facendo gridare i fans di vecchia data al tradimento.

Non sapevano ancora che i decenni successivi sarebbero stati quelli del consumismo sfrenato, dell’edonismo, del “famo sesso e chissenefrega della pace”, che gli strumenti di legno sarebbero stati soppiantati da strani aggeggi elettronici.
Poi qualcuno provò a risvegliarci dal torpore della vita agiata e nacque il Grunge, alla fine degli ’80, salvo poi bruciarsi nel giro di pochi anni tra pillole e siringhe; quindi il baratro assoluto con la fine del millennio: abbiamo sempre detto che la generazione dei millennials è senza valori, senza ideali, senza prospettive; lobotomizzati dalla Play Station, dai Social Network e dalle PayTv scarseggiano pure di interessi a dire il vero…la musica poi non ne parliamo: strani personaggi si aggirano nell’industria discografica, li chiamano musicisti, ma altro non sono che fenomeni da baraccone, costruiti ad hoc per scimmiottare i colleghi d’oltreoceano, si sono inventati pure un genere, detto Trap, che a definirlo genere mi sembra quasi di bestemmiare se penso al Rap e al significato che ha avuto nelle periferie delle metropoli americane, con i suoi risvolti e contenuti sociali.
Quando tutto quindi sembra volgere verso il peggio ecco la svolta che non ti aspetti: il fiorire da qualche anno a questa parte di giovani cantautori capaci di rispolverare dal baule della nonna chitarra acustica e ukulele.
Ed Sheeran il pioniere, un successo planetario per lui, a seguire i vari James Bay, Jake Bugg e tutta una serie di band indie, tra cui gli inglesi Gomez, il cui chitarrista, Ben Ottewell, è stato il protagonista della serata al Circolo Ohibò di Milano, venerdì 12 ottobre.

In apertura il nostro Tia Airoldi, vecchia conoscenza dei Circoli Arci, ospite nei mesi scorsi anche della rassegna La Trattoria Musicale all’Arci Corvetto: tra i musicisti più talentuosi della scena musicale milanese, Tia propone un genere a metà tra folk, country e blues, con melodie che ricordano le grandi praterie a stelle e strisce; suonando da solo, con la sua Epiphone e qualche pedale, riesce sempre a creare un’atmosfera molto intima con il pubblico, che stasera era, ahimè, scarso, una trentina le persone presenti.
Peccato, perché i protagonisti del concerto avrebbero meritato tutt’altra accoglienza.

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Tia Airoldi

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Verso le 22.30 sale sul palco Ben Ottewell, in outfit semplice, come copione vuole, perché il cantautore folk deve avere l’aria del ragazzo per bene della porta accanto, quello che ispira fiducia pure alle mamme più esigenti, quindi t-shirt e jeans neri, barba folta e un cespuglio di capelli rossi scompigliati.
Strumentazione ridotta all’osso: un’acustica Gibson e un’altra chitarra in scala ridotta che quasi si perde davanti alla sua mole; voce pulita e potente, capace di improvvise impennate anche lontano dal microfono, i minuti scorrono piacevolmente, tra arpeggi, scale e plettrate alternate, ogni tanto una breve pausa per sorseggiare una birra Moretti e scambiare due chiacchiere con i fans: è la sua prima volta a Milano e deve pur rompere il ghiaccio.

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E’ vero il pubblico è scarso, ma fatto di buoni intenditori, le note non volano invano nella sala e la setlist prevede sia brani della sua carriera solista che alcuni dei successi pubblicati dai Gomez: tra i momenti più coinvolgenti Steal Away e il medley Sterlings/Chicago.
Un’ora e mezza di ottima musica; l’ unico appunto che posso fare, non ai due artisti visti stasera, ma all’intero filone del Folk 2.0, è che trovo difficile distinguere una canzone dall’altra, come se fossero tutte unite da un unico filo conduttore, e di conseguenza non riesco a memorizzarle e canticchiarle, come si è fatto con ogni hit di successo, dai Beatles ai tempi d’oggi, ma forse queste canzoni non nascono per il consenso popolare quanto per esprimere qualcosa che si ha dentro e che non a tutti è dato di comprendere.
Serata piacevolissima all’Ohibò che, ripeto, avrebbe meritato un pubblico più numeroso.

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