Francesco De Gregori @ Palazzo dei Congressi, Lugano – 25 ottobre 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

Fa strano vedere Francesco De Gregori senza barba e senza cappello. Ancora di più, guardarlo sul palco mentre canta molte delle canzoni in scaletta senza accompagnarsi alla chitarra, dimostrandosi molto lontano dall’essere un perfetto animale da palco. Se questo nuovo tour può avere un senso e una direzione, allora forse non sarebbe sbagliato dire che ci sta offrendo un’immagine alternativa e inedita del cantautore romano.

Non solo dal punto di vista scenico, comunque. Anche perché, ragioni vere e proprie per rimettersi on the road non ce n’erano proprio: dischi nuovi all’orizzonte non se ne vedono (“Sulla strada” è del 2012 e comincia ad essere vecchiotto), il tributo a Dylan è stato promosso a dovere, quest’estate è uscito l’ennesimo live… Un fan a questo punto glielo consiglierebbe: “Francesco, per favore, prenditi una pausa e scrivi qualcosa di nuovo, che sarebbe anche ora!”. Invece no. Forte della sua voglia di suonare, eccolo partito per l’ennesima tappa di questo suo personale “Neverending Tour”. Il pretesto, apparentemente, è quello di uscire un po’ dai confini nazionali: la maggior parte delle date sono state organizzate all’estero, con addirittura un finale a New York, nel prestigioso Town Hall. Una scelta che molti musicisti nostrani stanno facendo in questi ultimi anni ma che, a mio parere, ha poco senso. Non perché non ci siano possibilità per la nostra musica di affermarsi altrove, ma perché spesso e volentieri si finisce per cantare per gli italiani. Che per carità, è giusto che ci siano, ma non è la stessa cosa che conquistare nuovi mercati…

Ad ogni modo, a Lugano si gioca in casa. Il Palazzo dei Congressi è una cornice forse un po’ troppo borghese, ma del resto quello c’è e sono molti gli artisti che vi si esibiscono. La prima cosa che colpisce, a parte l’inizio puntuale poco dopo le 20.30 (ma questa ormai non è più una novità) sono i diversi spazi vuoti in platea e galleria: certo, il colpo d’occhio non è male, ma non essendo il posto molto grande, ci saremmo aspettati di più. È comunque un bel boato entusiasta quello che accoglie Francesco e i quattro musicisti che lo accompagnano.
Già, è proprio questa la novità più grande e, sia chiaro, il motivo di maggior interesse di questo nuovo tour: niente più gruppo allargato degli ultimi anni, che comprendeva una decina di musicisti, ma un nucleo ridotto ai soli Guido Guglielminetti (basso), membro storico della band e compagno di mille avventure, Paolo Giovenchi alla chitarra, Carlo Gaudiello al piano e Alex Valle che si divide tra Pedal Steel, dobro, mandolino, banjo e chitarra, elemento tuttofare, vero cuore dello show, responsabile della componente maggiormente “americana” che le canzoni proposte acquisteranno stasera.
La batteria non c’è. Ci sono degli elementi percussivi ogni tanto ma la scelta è stata di privilegiare la melodia rispetto al ritmo, di far risaltare di più l’ossatura di ogni singolo pezzo, la sua componente essenziale. Una scelta inusuale per lui, ma che alla fine si rivelerà vincente. Musicalmente parlando, questo è stato un gran concerto ed è stato bello poter ascoltare i vari brani, soprattutto di quelli che ormai ci escono dagli occhi, in un modo molto più vicino a come vennero scritti originariamente.

Altro motivo di curiosità era la scaletta: il mese scorso aveva colpito un post pubblicato dallo stesso Francesco nella sua pagina Facebook, nel quale annunciava che ci sarebbero state delle scelte inusuali, che avremmo ascoltato brani che da tempo non suonava dal vivo.
Detto fatto. L’inizio è affidato al Blues sanguigno di “Numeri da scaricare”, con la Pedal Steel grande protagonista, mentre subito dopo l’atmosfera cambia, il piano di Gaudiello sale in cattedra per una meravigliosa “Gambadilegno a Parigi”, per chi scrive una delle sue cose più belle degli anni Zero, forse la più bella in assoluto. La dimostrazione, per quanto mi riguarda, che uno come De Gregori potrebbe senza problemi rinunciare ai suoi pezzi più famosi e i suoi concerti sarebbero bellissimi lo stesso, anche se molto probabilmente in sala saremmo dentro in dieci. Ecco il principale problema di questo artista, come dirò a breve.

La prima parte del concerto, comunque, è fatta soprattutto per i conoscitori più approfonditi del suo repertorio. “Questi pezzi non sono né famosi, né ritmati – dice Francesco subito dopo i primi due e sembra quasi volersi scusare. Arrivano poi “Buenos Aires”, dove si respira una piacevole atmosfera popolare e “Due zingari”, tra i vertici assoluti della sua scrittura negli anni ’70, interpretata benissimo anche a livello vocale (bisognerebbe spendere due parole anche su questo fatto: stasera De Gregori canta benissimo, gli arrangiamenti più scarni fanno uscire la sua voce molto di più del solito, valorizzandola appieno).
L’apice dell’intero concerto arriva con “Il cuoco di Salò”, che tocca un tema scomodo, ma lo fa con una potenza letteraria che ha pochi uguali nel suo repertorio, con una sensibilità umana che la rende particolarmente adatta a questa contingenza storica in cui certe tematiche vengono spesso inutilmente strumentalizzate. Anche “I matti” costituisce una bella sorpresa, mentre la cupissima versione di “Not Dark Yet” (“Non è buio ancora”) rappresenta l’unico richiamo al disco tributo a Dylan e ci ricorda che, per quanto discussa, quell’operazione fu decisamente riuscita.
In mezzo, una “Cose” molto incisiva, suonata dal solo Francesco alla chitarra acustica e una “Sempre e per sempre” piano e voce, molto romantica.

Piacevole ma superflua “Va in Africa Celestino” (ormai troppo abusata, almeno dal mio punto di vista) mentre “Caterina”, per quanto anch’essa sia stata suonata molto negli ultimi anni, riesce sempre a commuovere risultando probabilmente la più bella canzone d’amore che abbia mai scritto, anche se non è una canzone d’amore in senso stretto.
Bene, le buone notizie finiscono qui. La seconda parte (dal punto di vista temporale almeno, perché non c’è stato nessun intervallo) si apre con “Titanic” e, nonostante si sia trattata di una bella versione, da qui in avanti avremo la manifestazione palese di tutto ciò che a mio parere non funziona in Francesco De Gregori. Potrei nominare almeno trenta titoli di canzoni da lui scritte dopo il 1975 che sono allo stesso livello o superiori rispetto alle varie “Rimmel”, “La donna cannone”, “Alice”, “La storia”, “La leva calcistica della classe ‘68”. Il De Gregori degli anni ’90 è ottimo, quello dei Duemila ha inanellato dei dischi straordinari, da “Amore nel pomeriggio”, a “Pezzi” a “Calypsos”. Ma anche andando più indietro, ci sono tantissimi pezzi a torto considerati “minori”  che invece potrebbero senza problemi vincere il confronto con i classici.
La domanda quindi sorge legittima: perché tutti i suoi concerti sono, almeno per una buona metà, degli stucchevoli e prevedibili Greatest Hits, con tanto di ammiccamenti gigioneschi e compiacenti verso il pubblico (quando sull’ultimo ritornello di “Alice” ha chiamato il singalong, giuro che volevo uscire per protesta!)? E soprattutto: perché il suddetto pubblico ha iniziato ad esaltarsi e a battere le mani solo e soltanto da “Titanic” in avanti, dando la netta impressione di non avere per nulla capito quel che era accaduto prima?

Io credo che sia una questione di scelte: Francesco De Gregori ha fatto una bellissima carriera, che non può in alcun modo ridursi ai dieci-quindici successi entrati indelebilmente nella memoria collettiva. Eppure, di questi successi ha deciso di essere schiavo. Di essere da loro tenuto in ostaggio. Per carità, non c’è nulla di male, ogni artista fa le scelte che ritiene più giuste per lui. E stiamo comunque parlando di capolavori indiscutibili, che oltretutto questa sera sono stati riletti e interpretati alla perfezione, nonostante alla lunga, la dimensione “stripped” sia risultata un po’ ripetitiva. Eppure, facendo così, rischia di richiamare sempre più gente che lo va a vedere per lo stereotipo che ha in testa e non per quello che realmente è. I veri conoscitori, quelli che si sono giustamente stufati di sentire sempre le stesse canzoni, si sentiranno penalizzati.
Non fraintendiamo: è stato un bellissimo concerto. Il finale, con la bella rilettura di “4 marzo 1943”, “Falso movimento” e la novità di “Anema e core” cantata in coppia con la moglie Alessandra Gobbi (musicalmente trascurabile ma pregno di significato, considerato che la donna è sempre stata lontana dai riflettori) è stato indubbiamente potente.
Tutto ha funzionato, dunque, ma continuiamo a pensare che se si fosse osato un po’ di più in scaletta, avrebbe potuto venire fuori qualcosa di indimenticabile. Adesso non rimane che il nuovo disco: direi che abbiamo aspettato anche troppo… 

 

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