Articolo di Giovanni Carfì

Un nome che non può che suscitare empatia, svelando le sue origini italiane (da parte del padre); in realtà arriva da Twickenham, rione del quartiere di Richmond upon Thames di Londra. La cosa rilevante però non è tanto la provenienza geografica, ma il suo percorso, che ad oggi è stato una continua ascesa, grazie al suo talento che ha attirato da subito la critica e gli addetti ai lavori; un talento che avremmo potuto non scoprire, data la sua reticenza iniziale al canto e ai primi anni in cui militava in piccole band.

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Formazione classica, studi con lode e un amore per la sua Telecaster. Influenze blues, opera classica, passando per Elvis e Edith Piaf; non a caso il suo esordio fu il singolo Jezebel, cantato tra gli altri proprio da Edith. Certo, qualcuno l’aveva già notata, ma da quel singolo, iniziò la sua vera e propria carriera, presentandola ad un bacino di amatori in continua crescita. Non mancano i paragoni con artiste del calibro di Patti Smith, o PJ Harvey, ma Anna ha una sua veste, elegante, suntuosa, raffinata, che esalta un animo inquieto, viscerale, ma deciso.

Hunter è il terzo lavoro in studio, e le tematiche potrebbero essere un manifesto di uno spirito “queer”, dove i riferimenti di genere sono ormai superati, e si concentra sulle sensazioni. Cacciatore non a caso, una copertina rossa come le sue labbra, un primo piano con i capelli bagnati di sudore e desiderio, un’immagine forte e bellissima, come i suoi lineamenti decisi e affascinanti.

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Il disco si compone di dieci tracce e si può dividere in due parti: la prima è quella più intrigante e arrogante, successivamente gli stessi titoli delle canzoni si riducono a semplici parole, e accompagnano l’ascoltatore per la seconda metà, con un tono più colloquiale e intimo, meno facciata e più interiorità.

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L’apertura è invitante, As a Man è il biglietto da visita, o uno sguardo incrociato, ti colpisce qualcosa, ma non subito. Lentamente ti attira, la chitarra e il basso preparano la base e poi arriva la sua voce, bilanciata e studiata, ne vieni attratto e poi ti fa vedere di cosa è capace, portandosi in alto e riempiendo la stanza di echi e riverberi, elemento molto caratteristico dell’intero album. Il suono si fa poi più dilatato con Hunter, che dà anche il titolo al disco, e ne rimarca il lato sensuale ed ammaliante, con una linea calda e dilatata, con quel “Nothing last…” che scivola via.

La struttura dei pezzi è caratterizzata da un’apparente semplicità, soprattutto per quanto riguarda l’uso di certi accenti ritmici molto efficaci, dati in particolar modo dalla chitarra. Vi sono sentimenti e sensazioni contrastanti, c’è un avvicinamento ed una sfrontatezza in alcuni brani rispetto ad altri, una sorta di gioco di seduzione, come ad esempio Indies of Paradise, dove la voce sembra sussurrata ad un orecchio, in modo da insinuarsi, dolce e pericolosa con quella sensazione di ossessione e instabilità, che sparisce subito dopo con Swimming Pool, dove il tutto è più rassicurante e morbido, con questa vocalità aperta, eterea, quasi religiosa, una sorta di carezza sonora.

Una volta catturati dalla prima parte, il disco ci trattiene e scopre le sue carte in modo più deciso, titoli dati da una singola parola, come a voler concentrare il tutto, in modo più diretto. Alpha è un brano affilato e del quale è difficile ignorare il giro di basso e quel “My body is still on…”, dal carattere molto sessuale, per poi sfociare nella successiva Chain, con il ripetersi di “I’ll be the boy you be the girl”, in una continua ambivalenza liberatoria di genere.

La voce ed il modo in cui la usa, riesce a trasmettere ogni volta la giusta sensazione, che può essere sensuale, decisa, imperativa, ma anche accogliente come nel brano più intimo del disco, la semi conclusiva Away, dove sembra di essere in una piccola stanza, e lei è lì a suonare per se stessa, indifferente da ciò che le gira intorno. Un lavoro dove tutte le tracce hanno una loro personalità, e nessuna è inferiore all’altra, sono evocative, affascinanti e rivelano uno stile proprio, talento e personalità.

Si sente affermazione, o volontà di essa, i suoni sono cambiati rispetto al disco precedente, risultano più chiari, più puliti, anche se gli elementi sonori sono gli stessi; il basso che fa da compare all’incalzare dei pezzi, la voce che si innalza in incursioni dal sapore lirico, e quella chitarra che ogni tot si palesa e prende il suo spazio, con riff brevi ma lancinanti e acidi. Affascinante come il colore scelto, difficile da indossare se non ne hai la personalità intrinseca.