I N T E R V I S T A


Articolo di Lucia Dallabona 

Madre siciliana, padre inglese (Sergio) Beercock è un talento poliedrico: cantante, musicista, poeta. Da performer, lavora in vari collettivi teatrali come attore ma anche regista, nonché compositore di colonne sonore per gli spettacoli stessi.
Dopo un anno di intenso lavoro di gruppo in esclusiva su Bandcamp l’11 dicembre (e dal 18 dicembre su tutte le piattaforme digitali e nei negozi) uscirà Humam Rites, il suo secondo album solista. Frutto di una ricerca sonora atta a creare un linguaggio originale, fonde con notevole fascino prestazioni della voce e del corpo rese in libertà assoluta. Il tutto è ottenuto tramite l’uso di un solo microfono per la ripresa delle parti vocali e dei beat del fiato e delle mani, in seguito processati fino a costruire l’ipnotico muro di suono che attraversa tutto il disco. La dimensione individuale e corale si fondono in ogni canzone alimentando così un rito umano da condividere. Questo nuovo progetto artistico meritava di essere approfondito, per cui ci siamo rivolti direttamente a Beercock. Ecco come è andata l’intervista…

Dalle tue note biografiche ho appreso che al secondo anno di università hai mollato tutto e ti sei messo a lavorare per pagarti i laboratori e i viaggi per andare a studiare teatro con i maestri, nelle loro case e con le loro compagnie. Da cosa è scaturito un cambio così radicale di vita? C’è un ricordo particolare di quell’esperienza che ti va di raccontare?
Non si trattava di cambiare vita, quanto di fare una scelta: su cosa investire il mio tempo più prezioso? Su quello che mi dicevano gli altri fosse giusto, o su quello che io credevo di poter fare? Sono passati dieci anni e non mi sono mai pentito.

All’inizio ti consideravi un cantautore che cantava canzoni, oggi ti definisci un giovane uomo che ha delle cose da dire. Parole che dimostrano la consapevolezza di aver compiuto un indubbio passo in avanti nel tuo percorso di crescita personale, prima ancora che artistico. Come ci sei riuscito?
Io sono la cosa che più mi annoia al mondo: amo tradirmi e esplorare, non senza difficoltà e frustrazione, ma la gioia del cambiamento è inspiegabile. È come scoprire di avere superpoteri, di essere utile.

Mi ha colpita la tua dichiarata attitudine a confondere il dolore con lo stupore. “Sentire” anche attraverso il corpo, come accade nello splendido video del brano “Feel your fall”, ti aiuta a comprendere questa differenza?
I sentimenti, le emozioni, sono cose che sento sulla pelle. Per esempio la gelosia la sento dietro la nuca, in mezzo alle scapole; l’allegria sotto gli zigomi, intorno al naso e lungo il petto in verticale. “Sentire” attraverso il corpo, penso che sia una cosa di tutti: proviamo qualcosa e il corpo reagisce. Nel mio caso, cerco di essere ultra-consapevole di come questa cosa succede.

Sempre a proposito della canzone appena citata, ho notato con quanta grinta pronunci quel “down down down” convinto come sei che precipitare rimanga comunque una forma di volo. L’ho percepito come un invito a rimanere presenti a se stessi, alla propria energia vitale anche nei momenti più bui. Qualcosa di molto attinente al presente drammatico che stiamo vivendo, per cui mi chiedo se e quanto abbia influenzato il tuo nuovo disco…
Il disco era già in mente prima dello scoppio della pandemia. Certamente il lockdown e il distanziamento hanno dato a questo lavoro quello che si può definire un “movente”: era davvero arrivato il momento di parlare di Riti Umani, “Human Rites” per l’appunto, che sono venuti drasticamente meno.

Canto, ritmo, condivisione sembrano questi i tuoi strumenti espressivi preferiti utilizzati per creare un disco che diventa gesto d’arte. La scelta è estremamente moderna ma si nutre del fascino di melodie dal richiamo spirituale e ancestrale (impianti percussivi potenti, dinamiche tribali, black music, gospel). Ti sei affidato solo all’istinto o hai cercato volutamente una musica che permettesse al massimo di penetrare l’ascolto?
La ricerca non è stata intellettuale, mi sono limitato ad andare in fondo: in fondo alla mia vita e alla musica che ascoltavo da piccolo (la soul-music di Motown e Stax), e in fondo alla storia umana (la comunità tribale, il primitivo, il mistero).

Ti occupi anche della composizione di colonne sonore per il teatro. Vuoi parlarcene? Stai lavorando a qualcosa di nuovo in questo periodo?
In questo periodo sto lavorando a due progetti molto belli a Palermo: uno è “Secret Sacret” con Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi (teatro d’ispirazione dadaista) e l’altro e “Element-Z” insieme al Progetto Amunì (progetto vincitore del bando Migrarti 2017, regia di Giuseppe Provinzano). Intanto con Mauro Lamantia portiamo avanti uno studio su “I Fatti di Petra” di Nino Savarese.

Ci sarà un tour musicale sul tema “Voce.Corpo.Rito”?  Se sì, puoi già accennarci qualche dettaglio del progetto?
Il tour musicale ci sarà (parallelamente a una serie di lavori in streaming) e sto lavorando anche a una performance teatrale omonima al disco: un rito collettivo, un concerto-spettacolo costruito insieme al pubblico. Intanto abbiamo deciso insieme a 800A Records di permettere ai fans e agli ascoltatori di comprare il disco direttamente da noi su Bandcamp, senza il bisogno di passare dai grossi supermercati digitali della musica: Bandcamp è una piattaforma che tutela gli artisti e si prende cura della comunità. Questo è il link diretto a “Human Rites”, per ascoltarlo e sostenerlo in tempo reale: Beercock Bandcamp