Alessandro Fiori – Plancton (Woodworm, 2016)

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plancton

Articolo di Eleonora Montesanti

Il fulcro di Plancton, il nuovo lavoro di Alessandro Fiori, sta tutto concentrato nel non-ritornello del primo brano, Aaron: il sole rimane dietro. Nelle dieci tracce che compongono il disco, infatti, si parla principalmente di oscurità, di stasi, di passività, di morte perennemente incombente e lo si fa con toni ipnotici, ossessivi, quasi morbosi.

Un Alessandro Fiori sempre eccellente, ma abbastanza inedito, quantomeno per l’approccio musicale, situabile tra scosse sorde d’elettronica e la ciclicità di un Harmonium Farfisa, grande protagonista di quest’album, insieme all’irrinunciabile forza e genialità dei testi.

Si comincia appunto con Aaron, la cui chiave di lettura è da ricercare nella tragica vicenda di Aaron Swartz, giovane programmatore statunitense che nel 2013 si è tolto la vita. L’estratto iniziale, infatti, è un suo discorso che, ad un certo punto, viene travolto e scaraventato nell’abisso più nero e profondo, lo stesso abisso in cui le cose avanzano e succedono per inerzia, si tratti di un gallo che saluta il sole, o di un operaio che entra in fabbrica, oppure del plancton che tipicamente si lascia trascinare dalla corrente, senza interagire davvero con quel che lo circonda. Da qui parte la seconda traccia, la title track, la più inquietante di tutte, per il suo ritmo frenetico e angosciante. L’immagine che mi si è palesata nella mente ascoltando questo pezzo strumentale è quella di un essere che vaga in fondo all’oceano, stordito da un flash, un unico momento di luce che, al posto di indicare un percorso, elimina ogni punto di riferimento.

Si esce dall’acqua e si va a Firenze, nello specifico a Piazzale Michelangelo, teatro di un ipotetico attentato visto dalla prospettiva delle fotografie dei giapponesi. Arte e catastrofi si contagiano e, le seconde, diventano installazioni di presunti pittori, osservate con una certa morbosità. Il gioco dei punti di vista insoliti continua: in Margine, canzone con un testo che non può essere eluso dal concetto di poesia, ci sono dei gatti che sanno come tu impugni la penna e non si spiegano quel fatto: ripetere lo stesso errore, confondere la gioia col dolore. Lo stesso approccio poetico è presente in Ho paura, la quale, nonostante grondi morte e dettagli macabri, è un connubio incredibile di angoscia e meraviglia.

Non è necessario trovare una definizione a tutto, soprattutto quando si ascolta e riascolta un disco come questo, ma Ivo e Maria è una canzone d’amore a tutti gli effetti, per quanto abbia un sapore agrodolce: l’unico amore possibile, incondizionato e gratuito, è quello di un anziano che si prende cura della moglie affetta da alzheimer: ti conoscerò altre mille volte. Questo pezzo è un tuffo al cuore.

Dirigendosi verso la fine, Plancton lancia tre piccole bombe, tutte con un’identità precisa e inimitabile. La prima è Galluzzo, canzone organo-centrica (nel suo uso più elettronico) dove non esistono più punti di riferimento, tra silenzi e bombardamenti, tra attimi ed eternità: lasciami qui come un pezzo di merda qualsiasi, mi sbrigo da solo. La seconda è Mangia!, sarcastica e assillante, racchiude le raccomandazioni e le minacce che tutti noi, da bambini, ci siamo sentiti dire tutte le volte che ci siamo azzardati ad abbandonare qualcosa nel piatto. Il terzo brano è Madonna con bambino rubato, una sorta di preghiera ad un’etnia nomade e perseguitata, quella rom: madonna con bambino rubato educa la gente all’abbigliamento colorato / all’assenza di possesso / … / ruba più bambini che puoi / salvale dalle scuole / … / io prego per te, per i tuoi denti d’oro. Alla fine della preghiera, nella parte strumentale, i suoni sembrano monete che sbattono in un barattolo.

In chiusura c’è un ultimo pezzo strumentale, Sereno, in cui l’Harmonium diventa un punto di luce, un modo per risvegliarsi dalla pacatezza e buttarsi nel fermento in cui è coinvolto tutto l’universo.

In generale, questo è un disco dai colori freddi, pallidi, a tratti persino irrecuperabili: tutto galleggia e a malapena si guarda attorno, senza alcun interesse a capire se quel che gli passa accanto è vivo oppure morto. Ciò nonostante – o forse proprio grazie a questo approccio quasi distaccato di Fiori rispetto alla sua opera – è impossibile rimanere passivi: Plancton è un disco che fa venire fame di ascolti. E di azione.

TRACKLIST:

01. Aaron
02. Plancton
03. Piazzale Michelangelo
04. Margine
05. Ho paura
06. Ivo e Maria
07. Galluzzo
08. Mangia!
09. Madonna con bambino rubato
10. Sereno
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